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| 05 mag 2022 | 19:20

Dialogo tra Hervé Barmasse e Pietro Lacasella: ''L'alpinismo sta vivendo una crisi d'identità. Bisogna tornare a esporsi sui grandi temi sociali non basta più solo la performance''

Mentre questa sera il noto alpinista valdostano sarà al Teatro Sociale per un evento che celebrerà i 70 anni del Soccorso Alpino il blogger di Alto-Rilievo/voci di montagna lo ha intercettato e intervistato. Dalle trasformazioni climatiche al concetto di limite, dall'utilizzo dei social alla necessità di un ritrovato impegno da parte degli alpinisti dialogo a tutto tondo sul futuro della montagna

Hervé Barmasse e Pietro Lacasella al Teatro Sociale. Foto di Luca Matassoni
di Pietro Lacasella

TRENTO. Nell’ambito del Trento Film Festival, questa sera (alle 21.00) al Teatro Sociale di Trento verranno celebrati i settant’anni del Soccorso Alpino e Speleologico Trentino. A condurre la serata sarà il noto alpinista valdostano Hervé Barmasse.  Il blogger Pietro Lacasella (che cura la sua pagina Alto-Rilievo / voci di montagna) che negli scorsi giorni ha dialogato con Tamara Lunger in uno degli appuntamenti più attesi del Festival (QUI ARTICOLO) ha approfittato della sua presenza in città per sviluppare insieme a lui alcune riflessioni sull’alpinismo odierno e sul suo potenziale sociale.

 

Pietro: Hervé, l’alpinismo è comunemente considerato un modo per estraniarsi dalla realtà del nostro tempo. A mio parere, tuttavia, trovo riduttivo intenderlo come un semplice sinonimo di fuga. In molti casi, infatti, quando la smania della performance e dei record non offusca la vista, l’ascesa è motivata da un desiderio di conoscenza, dalla volontà di comprendere sé stessi e di guardare dall’alto la nostra società per osservarla con sguardo più lucido e sensibile. In base alla tua esperienza, l’alpinismo può avere un’influenza positiva sulla società, divulgando principi importanti, che almeno sulla carta gli appartengono, come l’attenzione per l’ambiente e la solidarietà?

 

Hervé: L’alpinismo, purtroppo, in questo periodo sta subendo una crisi d’identità. Gli alpinisti si sono sempre espressi su tematiche sociali importanti. Forse la più conosciuta è quella dei Nuovi Mattini, quando alla rivoluzione Sessantottina è seguita, ad inizi anni Settanta, una rivoluzione di atteggiamento anche nei confronti della montagna. In quel periodo si sono affermate tematiche che hanno cambiato il nostro modo di guardare alla montagna, di vivere la montagna, di arrampicare in montagna. Oggi però c’è un po’ di crisi: lo possiamo osservare, ad esempio, sulle tematiche ambientali, quando siamo i primi a dire “non sporchiamo” per poi metterci in coda in Himalaya (e parlo degli alpinisti professionisti che frequentano le vie normali). Ma anche guardando il nostro piccolo, sostanzialmente c’è sempre quel desiderio di dire “noi dobbiamo fare le nostre cose: se riusciamo non sporchiamo, ma l’importante è intanto fare prima le nostre cose”. A causa del nostro ego, perché l’uomo è portato ad avere un ego smisurato, diamo ancora molta più importanza all’azione rispetto alla riflessione. Oggi è invece più importante come scaliamo, come ci muoviamo, come facciamo le cose: l’alpinista migliore, a mio avviso, non è più quello che fa la grande impresa, ma è quello che rispetta la montagna, che rispetta il suo prossimo, che ha un atteggiamento differente da quello che probabilmente vent’anni, trent’anni, quarant’anni fa noi consideravamo normale e oggi normale non lo è più. Forse gli alpinisti sono ancora un po’ distaccati da tematiche come ecosostenibilità e impatto ambientale. Allo stesso modo sono distaccati dalle tematiche sociali. Continuiamo a vivere sostanzialmente in una realtà dove pensiamo che scalare le montagne sia ancora la cosa più importante, ma gli alpinisti devono dimostrare di essere degli uomini (inteso come uomini e donne) ancor prima di essere bravi scalatori.

 

Pietro: Se è vero che i ghiacciai - come dicono gli esperti - sono il termometro della Terra, allora le Alpi stanno visibilmente soffrendo. Quanto sono cambiate le tue montagne negli ultimi anni? Le trasformazioni climatiche stanno condizionando la tua attività di alpinista e il tuo mestiere di guida alpina?

 

Hervé: Le trasformazioni climatiche e comunque i cambiamenti climatici si vivono in prima persona andando in montagna. Sulla mia montagna di casa, il Cervino, è evidente che ormai viene a mancare la neve, cosa che un tempo succedeva nel mese di settembre e quindi a fine stagione. Invece oggi ci troviamo, magari già al mese di luglio, a non vedere più un briciolo di neve. Ma non è tanto la mancanza di neve o i ghiacciai che si ritirano e si abbassano: c’è anche il pericolo degli smottamenti, delle frane, del permafrost che scongela. Questa è una cosa che non possiamo prevedere. Succede quando fa molto caldo, ma succede anche quando rigela. Dunque il mio mestiere, soprattutto quello di guida alpina, può diventare più rischioso. Inoltre viviamo con maggior frequenza degli inverni secchi…

 

 

Pietro: … come l’ultimo! Hervé, per celebrare il settantesimo anniversario del Soccorso Alpino e Speleologico Trentino, questa sera, al Teatro Sociale di Trento, si terrà un evento commemorativo dove vestirai i panni del conduttore. Da cosa nasce, a tuo parere, il desiderio di rendersi disponibili offrendo la propria esperienza in situazioni critiche?

 

Hervé: Il soccorso Alpino, o comunque il soccorso in genere, ossia l’idea di mettere in gioco la propria vita per aiutarne un’altra, nasce esattamente con l’alpinismo. Chi scala le montagne, quando si trova in situazioni di emergenza sa benissimo cosa rischiando, sa cosa sta provando, e dunque riesce a mettersi in gioco per aiutare qualcun altro. Differente è invece il discorso del soccorso alpino organizzato, che nacque esattamente settant’anni fa e che ha dato effettivamente la possibilità, visto l’arrivo massivo della frequentazione delle montagne (si parlava di “arrivo massivo” negli anni Cinquanta… immaginiamo cos’è oggi) di cercare di limitare quanto meno le tragedie: se si è organizzati e se si agisce in tempi rapidi, come fa il Soccorso Alpino, allora la tragedia si limita. Una cosa che mi piace sottolineare e che spesso si parla di ere alpinistiche: l’alpinismo degli esordi, che nacque da una spinta scientifica, poi c’è l’alpinismo sportivo che ha ad emblema la scalata del Cervino, dove si lottava per essere i primi a raggiungere la vetta, e poi c’è un alpinismo fatto di altruismo, che è quello appunto che fanno i soccorritori di alta montagna.

 

Pietro: In montagna, così come nella vita di tutti i giorni, quali sono i limiti da non superare?

 

 

Hervé: Parlare di limite in montagna è difficile, perché ognuno ha il proprio limite e ci sono tanti limiti differenti. C’è il limite della consapevolezza del giusto o dello sbagliato, che esiste anche in montagna quando parliamo di tematiche ambientali: ciò che devo fare o che posso fare con i miei mezzi, o ciò che invece fa introdurre mezzi che danneggiano la montagna. C’è poi il senso del limite sportivo, che in montagna comporta anche una certa presa di rischio, cioè io posso oltrepassare il mio limite, ma se lo oltrepasso tutte le volte che vado in montagna allora il rischio di incidenti o di cadute mortali si fa molto vicino. E infine al giorno d’oggi c’è il limite di una visione generale di dove dovremmo andare, di quale cammino rendere proprio per cercare di mantenere intatta e integra la montagna. Questo è un limite che dovrebbe essere affrontato da una società di persone che vanno in montagna, ma l’alpinista, ancor più oggi con l’arrivo dei social network, è una persona che ragiona comunemente da sola e che espone solo il proprio io e la propria ragione. Non è abituato al confronto, ecco.

 

Pietro: Alpinismo e narrazione sono due attività che camminano a braccetto. Sembra quasi che il racconto serva a metabolizzare l’esperienza. È davvero così oppure l’esperienza può anche prescindere dal racconto?

 

Hervé: Ci sono tanti tipi di esperienze che si possono vivere in montagna. Alcune sono molto intime e molto personali. Io, per esempio, alcune esperienze le tengo solo per me. Con i social network ci sono dei momenti in cui comunico molto e dei momenti in cui comunico poco, ma questo non vuol dire che magari non vado in montagna o che non mi sto muovendo. Semplicemente ho anche il desiderio di vivere l’intimità che ho con la montagna senza metterla sul palcoscenico della rete. È giusto però utilizzare questi mezzi: una volta c’erano le stampe, i disegni, i racconti, i libri, i documenti. È bello raccontare le esperienze se pensiamo che possano essere utili a qualcuno o a qualche cosa, ma soprattutto se in quell’esperienza identifichiamo un attimo della nostra vita che può essere di gioia o di felicità, o anche negativo, ma capace di portare un insegnamento agli altri. Per me questo rimane il mezzo di comunicazione, cioè il come comunichiamo. Ogni tanto, purtroppo, si ricade nella retorica o nel voler semplicemente fare un post solamente perché l’algoritmo ti dice che se non posti perdi i numeri. Ma la vita non è fatta di numeri, è fatta di emozioni.

 

Pietro: Ultimissima domanda: che importanza ha una manifestazione come il Trento Film Festival per chi è appassionato di montagna, ma anche per chi non lo è?

 

Hervé: Ha un’importanza assoluta, perché comunque anche l’alpinismo nasce sempre da un processo culturale. Questo forse noi ce lo dimentichiamo. Prima dell’azione c’è sempre un momento di riflessione e il Trento Film Festival porta una riflessione adeguata, a trecentosessanta gradi, su tematiche attuali. Porta arte, porta musica. È un riferimento, ma è anche un punto dal quale ripartire per nuove avventure, qualsiasi siano le nostre avventure: ricordiamoci che le montagne non sono fatte solo per essere scalate. La montagna è molto di più. La montagna può essere ispiratrice per gli artisti, può essere semplicemente convivialità in un rifugio. Dimentichiamoci o sleghiamoci dall’idea che ci debba essere per forza il raggiungimento della cima. La cima non è nulla: è sempre ciò che viviamo, ciò che sentiamo e come facciamo le cose.

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