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| 13 giu 2022 | 11:06

Sotto la panca la montagna crepa

Il pacchiano, in montagna, può assumere diverse forme. Una di quelle che più lo caratterizza è indubbiamente rappresentata da panchine giganti, spesso verniciate con i colori più improbabili. Una distorsione disneyniana della vita per offrire al turista un’esperienza molto ludica e poco educativa

di Pietro Lacasella

TRENTO. Con gli anni la qualità estetica dei territori montani ha subito una rapida e vistosa erosione. Le cause non sono imputabili esclusivamente al dilagante abbandono, ma anche e soprattutto all'innesto di elementi insensibili agli equilibri paesaggistici.

 

È una dinamica deflagrata in pianura, le cui schegge, tuttavia, hanno graffiato anche le Alpi e gli Appennini frammentando l'armonia territoriale. In montagna questo fenomeno è particolarmente evidente perché esistono/resistono ancora ampie regioni caratterizzate da un dialogo equilibrato tra elementi naturali e iniziative di origine antropica.

 

Di conseguenza, il pacchiano emerge per contrasto: un po' come i colori complementari nelle opere impressioniste, solo che nel nostro caso, invece di ingentilire il dipinto, lo sfregiano. Il pacchiano, in montagna, può assumere diverse forme. Una di quelle che più lo caratterizza è indubbiamente rappresentata da panchine giganti, spesso verniciate con i colori più improbabili. Una distorsione disneyniana della vita, in perfetta continuità con la programmazione turistica degli ultimi settant’anni, dove le peculiarità locali sono spesso state sacrificate per offrire al turista un’esperienza molto ludica e poco educativa.

 

Il problema di fondo è che abbiamo perso la capacità di raccontare. Di raccontarci. Non riusciamo più a rendere seducente il territorio attraverso una narrazione accattivante, capace di cogliere ed evidenziare la poesia e il fascino degli elementi in esso già esistenti; degli elementi che lo rendono unico. Di conseguenza ci limitiamo a calare dall’alto oggetti vistosi, appariscenti, ma culturalmente vacui. Un’operazione semplice, perché svincola dallo studio e dal ragionamento.

 

Così le panchine giganti si moltiplicano, in questa società culturalmente lillipuziana, in attesa di un Gulliver che non arriverà mai.

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