Tragedia della Marmolada, davvero la libertà non ha limiti? Siamo davvero soli con le nostre scelte in quota?
Il dramma della Marmolada ha aperto una discussione sul futuro del rapporto essere umano-montagna. E se da un lato c'è chi ha parlato di chiusura incondizionata delle quote alpine dall'altra c'è chi si è aggrappato a un'idea un po' retorica e individualista di libertà. Ecco la posizione di Marco Albino Ferrari giornalista e scrittore punto di riferimento per la divulgazione della cultura alpina

TRENTO. In seguito al dramma della Marmolada è nato un interessante dibattito sui divieti in montagna. C'è chi ha individuato nella chiusura incondizionata delle montagne una misura risolutiva del problema (ma quale "misura risolutiva"? Per affrontare in modo costruttivo l'emergenza bisognerebbe occuparsi con maggior convinzione dei cambiamenti climatici), ma c'è anche chi è maldestramente inciampato su un'idea un po' retorica e individualista di libertà.
A volte per inquadrare una dinamica è necessario osservarla da più prospettive: vi propongo quindi un nuovo punto di vista, a firma di Marco Albino Ferrari giornalista, scrittore, sceneggiatore, divulgatore, uno che la montagna la conosce, la vive e la racconta da anni che nel 2002 ha fondato la rivista Meridiani Montagne, che ha diretto per il Corriere della Sera la collana "Storie di Montagna", dirige la collana "Stelle Alpine" dell'Editore Hoepli e ha fatto incetta di premi dal Gambrinus, al Premio Cortina, dal Premio Majella al Giornalista dell'anno Ana e al Pelmo d'Oro.
Dopo la tragedia della Marmolada e la temporanea “chiusura” di quella montagna per ragioni di sicurezza, alpinisti e maître à penser del mondo alpestre hanno ripetuto con durezza che l’alpinismo è una “libera scelta e nessuno può impedirci di non andare dove vogliamo”. Ma è troppo facile puntare i piedi in questo modo: la questione è più complessa e non riguarda solo noi alpinisti.
Va ricordato che in caso di tragedia dovuta a crolli o a pericoli non segnalati i diretti responsabili sono i sindaci: il tribunale è lì che li aspetta. Da qualche anno trovare a tutti i costi il “colpevole” sembra diventato un fine riparatore imprescindibile, ed è una brutta piega importata dal diritto statunitense (come ha ben illustrato il giurista Flick a Enrico Martinet de La Stampa, 9 luglio). Stessa cosa era avvenuta tempo fa in campo sanitario. Per non incorrere in denunce sempre più frequenti, i medici si tutelavano ricorrendo alla “medicina difensiva”. Prescrizioni di analisi per tutto, come un salvacondotto. Poi è arrivata la legge Gelli-Bianco che limita le responsabilità dei medici, e le analisi sono calate.
Ma a parte questo aspetto collaterale, la questione vera è inneggiare alla libertà per la libertà. Mentre scrivo l’unico sentiero vietato è il giro del Lago delle Locce esposto al crollo dei seracchi dalla Est del Monte Rosa. Parliamo di un itinerario "turistico" sotto un pericolo incombente: il sindaco ha fatto bene a vietarlo. E anche se mai dovesse esserci una sorta di legge Gelli-Bianco ad hoc per i sindaci, è giusto che questo tipo di interventi prescrittivi rimangano. Sarebbe diverso se avessero vietato con la stessa facilità il soprastante Canalone Marinelli, che è un terreno alpinistico dove i pericoli sono messi in conto da chi ci sale.
Gli alpinisti ripetono con sdegno che “la montagna non è una spiaggia a pagamento, lassù si è soli con le proprie scelte”. Beh, proprio soli non siamo: se cadiamo in un crepaccio un elicottero ci viene a prendere veloce, pagato giustamente dalla collettività, e con i rischi che ciò comporta per i soccorritori (4mila volontari e tecnici del Soccorso). Gridare alla libertà sostenendo che sopra una certa quota si entra in una zona franca è affascinante e romantico. Volare alto fa bene, ma a volte è giusto tornare con i piedi per terra.














