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| 07 lug 2022 | 08:56

Marmolada, l’alpinista Hervé Barmasse: “Dobbiamo ammettere un fallimento enorme, inascoltati i campanelli d’allarme della montagna”

L’alpinista valdostano Hervé Barmasse parla della tragedia sulla Marmolada: “Viene più facile dire cosa ci facevano là gli alpinisti, che accorgersi che il nostro destino sembra irrimediabilmente compromesso. Le catastrofi naturali avranno proporzioni sempre più grandi e sempre più imprevedibili”

A sinistra Hervé Barmasse - Foto di Luca Matassoni
A sinistra Hervé Barmasse - Foto di Luca Matassoni
di Tiziano Grottolo

CANAZEI. Lo scorso 3 luglio non erano ancora scattate le 14 quando sulla Marmolada, e più precisamente tra Pian dei Fiacconi e Punta Penia,  sono precipitati a valle 300.000 metri cubi di ghiaccio e detriti che hanno travolto almeno due cordate di alpinisti che stavano tentando di raggiungere la vetta. Si stima che il fronte del crollo sia stato di circa 90 metri di lunghezza per un’altezza massima di 40 metri, un ammasso gigantesco “lanciato” a circa 300 chilometri orari.

 

Una disgrazia che secondo gli esperti e per la maggior parte degli alpinisti con una certa esperienza era imprevedibile. Ciononostante non sono mancate le polemiche e anche alcune congetture del tutto fuori luogo.

 

“Le tragedie – sottolinea il noto alpinista valdostano Hervé Barmasse – scuotono gli animi delle persone, fanno riflettere, creano sconcerto e sgomento e soprattutto molto dolore. Un dolore che rimarrà nei cuori dei familiari delle vittime, indelebile. Invece, per chi è triste spettatore di un evento di tale proporzione e tristezza rimangono dubbi e sconcerto, domande a cui non si trova risposta”.

 

Come fa notare l’alpinista valdostano in questi giorni si sono sovrapposti tanti commenti e molte riflessioni su quello che dovrebbe essere l’approccio migliore alla montagna. Esternazioni che in certi casi hanno creato non poca confusione e generato anche qualche strampalata teoria del complotto.

 

“Dalla confusione – prosegue Barmasse – nascono ipotesi e dalle ipotesi suggestioni, proposte. Tra le più scontate c’è anche la proposta della chiusura incondizionata delle montagne. Certo, è molto più semplice emanare un divieto che ammettere un fallimento enorme. Quello di chi non ha saputo intervenire quando i primi campanelli di allarme la montagna, la natura, il pianeta li avevano lanciati”.

 

È proprio questo il punto secondo l’esperto alpinista: “Viene più facile dire cosa ci facevano là, che accorgersi che il nostro destino sembra irrimediabilmente compromesso e non per la caduta di quel seracco, ma perché se non ci sarà un crollo, sarà un’alluvione, una siccità, una catastrofe naturale di proporzioni sempre più grandi e sempre più imprevedibili che coinvolgerà tutti”, conclude Barmasse.

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