Tragedia della Marmolada, ''Lasciamo l'impianto Pian dei Fiacconi-Punta Rocca. Bloccare la montagna? Un'eresia ma alcune vie si possono chiudere''
Dalla "città di ghiaccio" con i 12 chilometri di tunnel scavati nel cuore del ghiacciaio durante la Grande Guerra al crollo del seracco. Il sindaco di Rocca Pietore: "Chiudere completamente è un'eresia, però gli esperti devono dare un parere: alcune vie possono essere interdette se non c'è la necessaria sicurezza"

ROCCA PIETORE. "Arrivare a Punta Rocca non ha più senso: la morfologia è cambiata, il ghiacciaio in forte sofferenza e il pericolo valanghe è aumentato per la fragilità del sistema". Così a Il Dolomiti il sindaco di Rocca Pietore, Andrea De Bernardin, il 13 maggio scorso. Il tema era quello del riavvicinamento tra il versante Bellunese e Canazei sulla disputa dei confini di un massiccio conteso (Qui articolo). Il pensiero dei rischi in particolare sull'inverno ma due mesi dopo, in estate, l'imprevedibile e drammatico crollo del seracco.
"La Marmolada è una montagna particolare, diventata ripida negli anni e queste caratteristiche risultano ancora più evidenti, purtroppo, da domenica scorsa, ma anche dalla valanga del 2020 (Qui articolo). Bisogna lasciare perdere l'idea di un eventuale impianto da Pian dei Fiacconi a Punta Rocca. E forse - prosegue De Bernardin - bisogna rivedere anche la modalità di accesso per l'alpinismo: il ghiacciaio in questo momento è da evitare. Ma serve anche un parere degli esperti e una mappatura dei rischi, la decisione non può essere totalmente politica perché serve un intervento autorevole e competente sul fronte tecnico".
Il primo cittadino ribadisce i dubbi sulla costruzione dei nuovi impianti, anche per rispondere alle direttive Unesco. "Già oggi - dice il sindaco - la Marmolada è circondata da sentieri percorribili e senza rischi, non oggetto delle ordinanze che garantiscono la sicurezza dei soccorritori. Si possono valutare infrastrutture e opere nella parte bassa mentre l'area del ghiacciaio richiede ora riflessioni ampie, approfondite, serie e responsabili, anche con il coinvolgimento degli esperti".
Primo cittadino e autore di svariati libri sulla Marmolada e il suo ghiacciaio ("Il ritiro del ghiacciaio"), De Bernardin non nasconde la preoccupazione per i cambiamenti intervenuti nei decenni.
"Sono 150 anni - spiega De Bernardin - che il ghiacciaio si ritira e adesso siamo ai minimi termini. E' arrivato un segnale forte e brutale dalla montagna, un evento inaspettato e improvviso: sono vicino alle famiglie per questa una terribile fatalità. Ma un margine di rischio a quelle quote esiste sempre: la prima tragedia è datata 1802 con la prima cordata salita sulla Marmolada: un sacerdote è precipitato in un crepaccio e non è mai stato ritrovato. Ma sono stati numerosi gli incidenti tra disattenzioni, fulminazioni o inesperienza: non è pensabile chiudere un massiccio ma si deve ragionare sugli sviluppi futuri e sul tipo di turismo sostenibile che si vuole promuovere e veicolare verso i potenziali fruitori".
Oggi la Marmolada è la montagna lacerata dalla drammatica valanga di domenica scorsa. Simbolo suo malgrado di un ambiente alpino in grandissima sofferenza. Eppure c'è stato un tempo in cui la Marmolada era la "città di ghiaccio" per via dei 12 chilometri di tunnel scavati nel cuore del ghiacciaio. Una serie di spazi, intervallati da caverne adibiti a dormitori, cucine, infermerie, sale radio e anche una cappella, ricavati nel corso della Guerra Guerra quando la Regina delle Dolomiti è diventato un fronte del conflitto per la posizione strategica.
Non c'è più nulla dei tunnel, tutto crollato e sciolto, anche per effetto delle continue mutazioni del ghiacciaio. "Ora non ci sarebbero più gli spessori per poter realizzare un'opera di questa portata perché in alcuni punti si potevano tranquillamente superare i 100 metri di spessore - evidenzia il primo cittadino - oggi siamo davanti al nipotino dell'enorme ghiacciaio di un tempo. La Marmolada è il risultato di diversi cicli e diversi periodi di salute, adesso siamo probabilmente alla fine di un percorso, accelerato dai mutamenti ambientali".
In generale è una situazione allarmante per tutti i ghiacciai alpini, sentinelle di un ecosistema sempre più fragile. La Marmolada ha perso oltre l'85% del suo volume tra il 1905 e il 2010. Anche la pratica dello sci estivo ha alzato bandiera bianca nel 2007 come azione di salvaguardia e di mitigazione del degrado della superficie. Questa tragedia è stata imprevedibile e un segnale degli impatti del cambiamento climatico: l'ultimo decennio è stato testimone di un'accelerazione dei fenomeni della fusione glaciale con questo inizio di 2022 particolarmente caldo caratterizzato da un inverno secco e da una primavera senza pioggia a indebolire ulteriormente il ghiacciaio.
"I crolli, le pareti che cedono e le rocce che franano - continua De Bernardin - sono all'ordine del giorno in montagna. L'uomo non può comandare e gestire la natura ma deve sapersi adattare e imparare da quanto accade nell'ambiente. La tempesta Vaia solo sul territorio di Rocca Pietore ha abbattuto 600 mila alberi, la gola di Sottoguda è stata stravolta, ora questa terribile valanga. Le nostre popolazioni convivono da secoli con queste situazioni e c'è un po' rassegnazione ma poi si deve trovare quello spirito per poter andare avanti, altrimenti l'alternativa è abbandonare tutto".
E' certo che questa tragedia potrebbe cambiare il modo di scoprire le montagne, soprattutto quelle più in quota. Un'antropizzazione che si è spinta sempre più in alto. "Chiudere completamente è un'eresia, dopo Vaia non sono stati chiusi i boschi. Sono invece d'accordo che gli esperti devono dare un parere e un supporto scientifico: alcune vie possono essere interdette se non c'è la necessaria sicurezza. E un'attività da tenere presente è quella di prevedere i monitoraggi sulle valanghe anche durante l'estate, anche se questo evento era oggettivamente imponderabile", conclude De Bernardin.





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