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Valanga sulla Marmolada, l'esperto del Cnr: ''C'è troppa superficialità: ci sono i bollettini e tantissime informazioni per evitare di mettersi in pericolo''

Il ricercatore dell'Istituto di Scienze polari del Cnr, Jacopo Gabrieli: "In molti casi c'è un'incapacità di vivere il territorio perché perseveriamo a portare avanti i soliti comportamenti a fronte di segnali che dovrebbero portare a modificare l'approccio, c'è abbondanza di informazioni ma non si presta attenzione e ci si mette in pericolo"

Di Luca Andreazza - 07 dicembre 2022 - 13:02

TRENTO. "Questa valanga sarebbe potuta capitare ovunque, invece il distacco è avvenuto proprio sulla Marmolada: non c'è un nesso naturalmente ma c'è la sensazione è che si tratti di un segnale del malessere dell'ambiente in generale". A dirlo Jacopo Gabrieli, ricercatore dell'Istituto di Scienze polari del Cnr. "La sensazione è che la tragedia di questa estate sia stata dimenticata ma la natura lancia messaggi che dobbiamo cambiare mentalità e approccio verso la montagna".

 

Nelle scorse ore c'è stato il distacco di una valanga con un fronte di circa 30 metri ed una lunghezza di circa 300 metri si è staccata lungo il versante trentino della Regina delle Dolomiti, nella zona di Pian dei Fiacconi, sotto il Sass Bianchet. Fortunatamente non ci sono state vittime, anche se uno scialpinista è stato parzialmente sepolto dalla neve. 

 

Gli eventi sono diversi con l'area in questione si trova a circa 800 metri del crollo del seracco del 3 luglio scorso, una tragedia costata la vita a 11 persone, una zona attualmente non interessata da divieti in seguito all'ordinanza del sindaco di Canazei del 16 novembre

 

Ma questa valanga riaccende i riflettori sulla "fragilità" dell'ambiente montano. "La tragedia di luglio - dice Gabrieli - ha colpito le persone e c'è stato un mea culpa da parte di tutti, per un clima che è cambiato e un ghiacciaio sempre più fragile. Si è evidenziato la necessità di modificare i nostri comportamenti ma presto si è dimenticato tutto. La stessa dinamica è avvenuta dopo la tempesta Vaia o l'alluvione nelle Marche, temo purtroppo che succederà così anche con la frana sull'isola di Ischia. Ci si preoccupa e ci si stupisce dei cambiamenti climatici, poi però tutto ritorna alla normalità e si prosegue senza riflettere sul futuro di un pianeta stremato".

 

La Regina delle Dolomiti è diventa il simbolo degli effetti della crisi climatica per il dramma che si è consumato l'estate scorsa, quest'ultimo evento appare slegato "ma è comunque dovuto a un'azione umana - prosegue il ricercatore del Cnr - che sottovaluta le criticità. Nella stessa zona di una valanga di 3 anni fa. Il rischio zero non esiste in montagna, come in qualunque attività. Però c'è più superficialità e si presta una minore attenzione alle informazioni a nostra disposizione: oggi ci sono bollettini puntuali, ci sono maggiori conoscenze e si è consapevoli delle condizioni nivologiche, eppure ci si infila in condizioni di pericolo".

 

Chiudere la montagna non è una soluzione, Gabrielli ribadisce il pensiero già espresso a Canazei all'indomani del crollo del seracco. "E non penso che posizionare le bandierine - prosegue Gabrieli - per segnalare un pericolo sia corretto, così le persone si deresponsabilizzano ancora di più. La montagna è libertà e questo si traduce in responsabilità e rispetto. Non solo verso i soccorritori, ma verso la natura. La fruizione dell'ambiente deve essere consapevole. Ha senso sciare a Ferragosto a Livigno, anche se si ricorre alla pratica del cosiddetto snowfarm? E' possibile sfidare ogni evidenzia scientifica e i trend di un clima deteriorato per cercare di aprire la stagione di coppa del Mondo di sci a ottobre? E' anacronistico sfruttare i ghiacciai in estate. Penso che sia un'incapacità di vivere il territorio perché perseveriamo a portare avanti i soliti comportamenti a fronte di segnali che dovrebbero portare a modificare l'approccio".

 

Si pianificano nuove opere e nuove funivie. Si prosegue nel solco di un modello "tradizionale". "Si punta sulla quantità ma con poca qualità", evidenzia Gabrieli. "Una montagna che diventa più un Luna Park che una vacanza. Gli impianti, forse inconsciamente, abbassano la guardia perché psicologicamente si pensa che il terreno sia controllato, sicuro e conosciuto. Ma gli effetti dei cambiamenti climatici sono evidenti: le temperature sono elevate e le perturbazioni 'strane': la neve muta nel corso della stessa precipitazione e questo aumenta i rischi nivologici: la natura risponde in faccia, diventa evidente che c'è qualcosa da mettere a posto per il nostro futuro".

 

Le persone faticano a modificare il proprio comportamento ma anche a livello delle amministrazioni la propensione a indicare una strada sembra piuttosto incerta. C'è sempre una ragione per non mollare nulla o quasi. C'è il caro bollette ma la luce a led costa poco e quindi si confermano le luminarie natalizie oppure la possibilità di sciare in notturna. Si esce da un'estate caratterizzata dalla siccità ma via libera all'innevamento programmato perché ci sono i bacini e sull'energia si troverà una soluzione. C'è sempre un ma. Si è ormai sul baratro della sostenibilità

 

"L'economia è comprensibilmente legata alle destinazioni invernali e il turismo per molte valli alpine ha un significato fondamentale, la riconversione è difficile e serve coraggio: il tempo degli auspici e delle indicazioni è terminato, si deve aprire una riflessione seria perché, se non è già stato superato, il limite è vicino, anche per produrre neve: la risposta non può essere tecnologica con sistemi sempre più potenti ma diventa necessario progettare qualcosa di diverso e non più estemporaneo per fronteggiare un'emergenza ormai evidente", conclude Gabrieli.

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