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| 08 lug 2023 | 10:20

Le montagne si stanno trasformando in una Disneyland d’alta quota? "Turisti ribellatevi, alle malghe non serve imitare i chioschi del lungomare"

Tradizionalissimi rifugi e tradizionalissime malghe, avvolte dai decibel delle ultime hits, imitano i chioschi del lungomare riminese; gite panoramiche in elicottero spandono tra i versanti baccano e Co2; comitive di quad si arrampicano sulle mulattiere della Grande Guerra e tra i boschi; il richiamo delle montagne russe viene offerto d’inverno grazie agli impianti e a una neve sempre meno naturale, ma ora anche d’estate con la neve di plastica

di Pietro Lacasella

TRENTO. Agli occhi delle amministrazioni alpine, i turisti devono avere una scarsissima reputazione. Se così non fosse, infatti, la pianificazione territoriale non mirerebbe a trasformare i rilievi in una Disneyland d’alta quota.

 

Devono essere convinti (e in parte hanno ragione) che i turisti siano accomunati dall’incapacità di stare bene dove i suoni resistono ai rumori, dove i pascoli si sviluppano senza incontrare i piloni delle stazioni sciistiche, dove le gambe sono l’unico mezzo a disposizione, dove la parola “tradizione” non ha ancora colonizzato le insegne di ogni locanda.

 

Tradizionalissimi rifugi e tradizionalissime malghe, avvolte dai decibel delle ultime hits, imitano i chioschi del lungomare riminese; gite panoramiche in elicottero spandono tra i versanti baccano e Co2; comitive di quad si arrampicano sulle mulattiere della Grande Guerra e tra i boschi; il richiamo delle montagne russe viene offerto d’inverno grazie agli impianti e a una neve sempre meno naturale, ma ora anche d’estate con la neve di plastica (Neveplast).

 

Agli occhi delle amministrazioni alpine, il turista è afflitto da una sostanziale cecità che gli impedisce emozionarsi osservando, di sentirsi appagato grazie alla contemplazione. Il turista, animale da parco giochi, rifiuta qualsiasi iniziativa esterna alle traiettorie ludiche. Al turista non interessano le specificità culturali, se non quando le trova sul piatto, nelle tovaglie a quadretti biancorossi e nei rivestimenti degli edifici che devono essere rigorosamente in legno. Così gli si offre una cultura costruita a tavolino e mondata di tutte le impurità che potrebbero ferire la sua indole schizzinosa.

 

Il turista ha il portafogli gonfio, ma il cervello sottile. È un serbatoio di banconote da sfruttare fino all’ultima goccia; fino all’ultimo centesimo. Attorno a questa convinzione le aree di maggior richiamo si stanno rapidamente trasformando, spesso in modo irrimediabile.

 

Popolo dei turisti ribellati, strappati di dosso l’abito arlecchinesco di cui, per anni, hai fatto sfoggio. Non sono necessarie azioni eclatanti, non serve alzare la voce: è tuttavia importante ricalibrare i propri comportamenti, prendendo le distanze da quelle iniziative che sciupano l’ambiente e chi lo abita.

 

Popolo degli amministratori svegliati, perché l’insensibilità non è mai stata il denominatore comune dei turisti e se continui così i flussi migreranno in quelle valli che hanno saputo pianificare l’offerta senza prostituirsi.

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