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| 10 mar 2023 | 19:58

Riserve idriche, sulle Alpi il 69% in meno di neve rispetto alla media. ''È una “tempesta perfetta” per le nostre montagne. La situazione è peggiore dello scorso anno''

Cima Research Foundation fa il punto dopo il 4 marzo, storicamente il giorno di massimo accumulo di neve in Italia: le zone che stanno peggio sono il Trentino Alto Adige e il Bellunese ma la situazione è critica su tutti i rilievi. Il fiume Adige ha un deficit idrico del 73% e il Po del 66%: ''Entrambi dati peggiori rispetto al deficit nazionale di -63% – dato che, inoltre, rappresenta un peggioramento rispetto alle analisi di metà febbraio, dovuto soprattutto alle temperature via via sempre più miti. Queste ultime, infatti, hanno portato alla fusione di circa un terzo dello Swe a livello nazionale''

Riserve idriche, sulle Alpi il 69% in meno di neve rispetto alla media

TRENTO. ''La scarsità di neve registra numeri peggiori rispetto al 2022 e si prospettano implicazioni per la disponibilità d'acqua estiva''. E' una situazione davvero critica quella che viene fotografata dal centro internazionale di monitoraggio ambientale della Cima Research Foundation.

 

Il Trentino Alto Adige è quello che soffre di più con deficit di neve decisamente superiori al 60% con zone particolarmente in difficoltà sul Trentino Orientale dal Lagorai fino alla Marmolada ma anche in buona parte dell'Occidentale, dalla Paganella all'Adamello per risalire la dorsale dell'Adige fino alla provincia di Bolzano. Qualcosa di meglio si registra tra il confine trentino e lombardo mentre quello tra Trentino e Bellunese è molto deficitario. Se la passano un pochino meglio le Alpi Orientali, con qualche accumulo in più della media al confine con la Francia ma in generale la situazione è decisamente critica.

 

''Si tratta di una diminuzione significativa - spiegano da Cima Foundation che ha atteso il 4 marzo storicamente giorno di massimo accumulo di neve in Italia per stilare il report - che interessa tanto gli Appennini quanto le Alpi, soprattutto a basse quote. Dal punto di vista delle attività economiche, è la carenza di neve sulle Alpi a preoccupare di più. Sono questi monti, infatti, a fornire l’acqua dolce al bacino del Po, che ospita circa la metà delle risorse idriche italiane: complessivamente, stimiamo che sulle Alpi il deficit sia, a oggi, di -69% rispetto alla media degli ultimi 12 anni. Guardando al solo fiume Po, il deficit si attesta a -66%. Entrambi dati peggiori, quindi, rispetto al deficit nazionale di -63% – dato che, inoltre, rappresenta un peggioramento rispetto alle analisi di metà febbraio, dovuto soprattutto alle temperature via via sempre più miti. Queste ultime, infatti, hanno portato alla fusione di circa un terzo dello Swe a livello nazionale''.

 

 

Lo Swe è l’equivalente idrico nivale (Snow Water Equivalent) un parametro che rappresenta la quantità d’acqua contenuta nella neve e che, di conseguenza, può informare sulla gravità del deficit. Alla fine di gennaio, diverse aree italiane (soprattutto Alpi Orientali e Appennini) sono state interessate da nevicate anche intense e le temperature hanno buon calo. ''Ma, come evidenziavano già allora le nostre analisi - prosegue la Cima Foundation - questo non è stato sufficiente a colmare il deficit di neve che si è accumulato nel corso dei mesi: per usare un’espressione che ci è cara, infatti, l’accumulo di neve non può essere visto come una corsa di 100 metri ma dev’essere valutato come una maratona: la neve deve avere la possibilità di accumularsi in modo costante in un tempo relativamente lungo, per fornire la riserva idrica che ci è così preziosa. Le nevicate di gennaio, invece, sono state a stretto giro seguite da un periodo particolarmente mite (che possiamo percepire anche in questi giorni e che si prevede duri almeno fino alla metà di marzo) e che ha portato a una fusione rapida e anticipata''.

 

 

D'altronde basta valutare i dati di uno dei territori montani per eccellenza della nostra Penisola, il Trentino, dove febbraio è stato un mese ''totalmente asciutto - spiegava Meteotrentino - con una temperatura media di 7 gradi, 2,8 in più rispetto al dato storico. Zero millimetri di pioggia in un mese non succedeva dal 1959''. 

 

Nel suo complesso, la situazione è peggiore rispetto allo scorso anno, che, come noto, è stato tra i più caldi e siccitosi di sempre da quando esistono le rilevazioni. E, ormai, con la primavera alle porte, diventa urgente valutarne le implicazioni.

 

''Dobbiamo chiederci - commenta Francesco Avanzi, ricercatore dell’ambito Idrologia e Idraulica di Fondazione Cima - che cosa abbiamo imparato dai precedenti deficit di neve? Innanzitutto, che le scarse risorse idriche nevose spesso portano a un calo della produzione di energia idroelettrica su scala alpina. In secondo luogo, che gli anni caldi e siccitosi come il 2022 vedono meno neve ma anche un maggiore fabbisogno di acqua per l’irrigazione, come suggeriscono i dati della Regione Autonoma Val d’Aosta, analizzati in collaborazione con Arpa Val d’Aosta. È una “tempesta perfetta” per le nostre montagne, che forniscono meno neve, proprio quando avremo bisogno di più acqua del solito''. 

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