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| 15 ago 2025 | 12:04

Dal 1988, il Soccorso Alpino Piemontese traccia la strada. "Duemila interventi l'anno: è ancora l'esperienza a fare la differenza. In calo le chiamate inopportune"

Luca Giaj Arcota è il presidente del Soccorso Alpino Piemontese e racconta a Il Dolomiti come è strutturato il sistema di quello che è il comparto più numeroso e vasto del Csnas: 1.200 tecnici volontari, 4 basi di elisoccorso, oltre 2mila interventi l'anno e nessuna crisi di vocazione. "L'anno scorso abbiamo inserito 60 - 70 nuovi tecnici"

Dal 1988, il Soccorso Alpino Piemontese traccia la strada

GRUGLIASCO. Sono stati i precursori, in Italia, di un modello che è stato poi esportato in ogni angolo della Penisola. Con incredibili ed evidenti risultati.

 

Un esempio? No, perché chi opera all'interno del Soccorso Alpino e Speleologico è animato da uno spirito "silenzioso". Nessun esempio, nessuna volontà di apparire, ma una mission quotidiana: salvare vite e aiutare chi è in difficoltà.

 

Il Piemonte, nel 2024, gli interventi portati a termine sono stati più di 2mila e il trend, per l'anno in corso, è in evidente ascesa, con un incremento nell'ordine del 10%. Numeri da capogiro, d'altronde la sezione piemontese è quella più grande, più numerosa, con il territorio montano più vasto. Insomma, "più tutto": 53 stazioni, circa 1.200 tecnici volontari, 4 basi di elisoccorso, con un mezzo abilitato al volo notturno, operatività h24, sette giorni su sette per 365 giorni l'anno.

 

L'avventura è iniziata nel lontano 1988 e poi "grazie alla lungimiranza dei presidenti che mi hanno preceduto e dei medici del 118, abbiamo creato un modello di elisoccorso integrato con il Cnsas che rappresenta un'eccellenza non solamente a livello nazionale, ma direi europeo. D'altronde non potrebbe essere altrimenti, visto il gran numero di chiamate e d'interventi in cui siamo impegnati. Serve una grande organizzazione e noi, ogni giorno, lavoriamo per migliorarci".

 

Luca Giaj Arcota, presidente del Soccorso Alpino e Speologico del Piemonte, dirige quello è il comparto più numeroso d'Italia, chiamato, nelle giornate di "picco", a gestire anche 33 operazioni, come avvenuto ad esempio un paio di domeniche fa, quando richieste d'intervento sono arrivate da ogni angolo della regione.

 

"Anche 7-8 in contemporanea - racconta Giaj Arcota - che vengono raccolte e gestite dal nostro tecnico, che lavora in stretta sinergia con un operatore di elisoccorso, sempre presente al suo fianco. La centrale operativa si trova all'interno della centrale del 118 a Grugliasco, alle porte di Torino. Le quattro basi di elisoccorso sono nel capoluogo, ad Alessandria, da dove gestiamo le chiamate sull'Appennino, a Cuneo e Borgosesia. Quest'ultima è stata la prima a nascere, nel 1988. Il nostro è un lavoro difficile, lo sappiamo, ma esperienza, professionalità e passione ci permettono di svolgere al meglio quello che non è un lavoro, ma una missione vera e propria. Per tutti noi, a cominciare dal sottoscritto. Le difficoltà? Siamo consapevoli che ci sono e ci saranno sempre: siamo pronti a superarle".

 

Ci racconta come è strutturata è la procedura d'intervento. Arriva la chiamata d'emergenza e poi cosa accade, concretamente?

"Arriva la chiamata al Numero Unico per le Emergenze 112, che la gira al 118. L'operatore fa una prima valutazione: a quel punto il tecnico del Soccorso Alpino acquisisce la telefonata e traccia la posizione, allertando quelle che sono le stazioni di riferimento. Può capitare che l'operatore stesso riesca a gestire la chiamata autonomamente. Mi spiego: qualche settimana fa, in provincia di Cuneo, una comitiva di scout si era persa nella nebbia e siamo riusciti a guidarli telefonicamente sulla strada sicura, senza bisogno di far intervenire i tecnici del posto. Questo grazie alla straordinaria professionalità dei nostri operatori di centrale".

 

Sangue freddo, grande esperienza e una formazione notevole.

"Ah, certamente. Noi non improvvisiamo nulla. L'operatore di centrale svolge un percorso formativo e, ogni tre anni, è sottoposto a verifiche, che comprendono anche la valutazione delle capacità tecnologiche, visto che oggi l'evoluzione è continua e bisogna essere aggiornati continuamente. La formazione è uno aspetto fondamentale della nostra attività. Non abbiamo un turnover elevatissimo, perché chi entra in quella che io definisco "una grande famiglia", poi vi resta per tanti anni".

 

Ma i giovani si avvicinano al mondo del Soccorso Alpino?

"Per quanto ci riguarda devo dire, con grande piacere, che non abbiamo avvertito alcuna crisi di vocazione. Anzi, lo scorso anno abbiamo inserito 60 - 70 nuove leve. Ai ragazzi lo dico sempre: il nostro è un "mestieraccio" che ci porta a sacrificare il nostro tempo libero, quello lavorativo e, ogni tanto, a trascurare anche gli affetti, per aiutare gli altri. Io parlo chiaro sin da subito, perché è giusto dire ai giovani cosa li aspetta. Cosa prevede l'iter? Viene presentata la domanda, c'è una pre selezione, passano 6-8 mesi di formazione e, a quel punto, superati i test previsti, si entra nelle stazioni e si comincia ad operare".

 

C'è stato un aumento dell'incoscienza da parte di chi affronta la montagna?

"Per quanto ci riguarda devo dire che abbiamo avuto una leggera riduzione delle chiamate che io definisco "inappropriate". Noi stiamo lavorando tanto sull'informazione e sulla sensibilizzazione, anche se è innegabile che, al giorno d'oggi, gli sprovveduti che vanno a cacciarsi in situazioni difficili siano troppi. E parlo a livello nazionale. A queste persone bisogna ricordare che, quando si mette a rischio la propria vita per un selfie, per una foto, per uno spirito d'emulazione, automaticamente si mettono a rischio anche che le vite di chi deve venire a salvarti, oltre all'impiego di risorse, penso all'elisoccorso, che vengono impiegate per completare l'operazione. Il senso di responsabilità e del "limite" è la prima forma di sopravvivenza in un ambiente rischioso e ostico quale è la montagna. Io dico sempre: informatevi, parlate con chi è esperto, guardate il meteo, portate con voi l'abbigliamento adeguato. Se così fosse, avremmo risolto la metà dei problemi".

 

Recentemente avete ritrovato il corpo di Nicola Ivaldo, un alpinista che era scomparso nel 2024 sul Re di Pietra. E' stato un lavoro incredibile, con un grande utilizzo della tecnologia.

"La zona è stata prima sorvolata dagli elicotteri, ma l'esito è stato negativo. Allora siamo passati a scandagliarla con i droni: le milioni di foto che sono state scattate le abbiamo inserite in un software che, in breve tempo, ci ha indicato i tre punti dove non vi era "linearità" e, dunque, vi era un'alta possibilità che in quel punto fosse sepolto un corpo. Un punto era al 60% di probabilità, un altro al 70% e un terzo al 96%. Siamo andati lì e abbiamo trovato l'alpinista che era disperso da quasi un anno".

 

Ok la tecnologia, ma il Soccorso Alpino è ancora "corda doppia, ramponi e sci"?

"Ma certamente, è soprattutto questo e non dobbiamo mai dimenticarlo. E, aggiungo, tanta, tanta esperienza. Recentemente abbiamo salvato due alpinisti dispersi sul Monte Rosa e quello è stato un intervento fatto "alla vecchia", di fisico, tecnica, determinazione e capacità. Le temperature erano costantemente sotto lo zero con venti molto forti e una visibilità non ottimale: le squadre sono state portate in quota dall'elicottero e poi si sono calate dall'alto, recuperando le due persone".

 

Presidente, ha qualche ricordo particolare. Ci sono stati interventi che, più di altri, le sono rimasti impressi nella mente?

"Beh, il Soccorso Alpino è una grande partite di me. Ogni tanto scherzo e dico che, per svolgere quest'attività, bisogna essere anche un po' incoscienti. Il telefono suona ad ogni ora, nel cuore nella notte. La mia, come quella di tutti i soccorritori, è una scelta di vita: scegli di farlo perché lo "senti", non per soldi, onori o medaglie. Personalmente un "grazie" che arriva da una persona a cui hai salvato la vita è ciò che di più appagante vi sia. Quello ti ripaga di tutto. Ci sono anche le giornate difficili, ovviamente, ma quello deve essere messo in conto. Esperienze? Rigopiano, nel 2017: noi fummo tra i primi ad arrivare sul posto e l'impatto fu durissimo perché l'Hotel non c'era più. Anche l'intervento per la caduta della funivia Stresa - Alpino - Mottarone, nel 2021, è un ricordo particolarmente forte".
 

Lei è a capo del Soccorso Alpino Piemontese, ma opera ancora attivamente "sul campo"?

"Assolutamente sì. Se arriva la chiamata, come tutti gli altri, sono pronto a partire. Anche di notte. La "mission" è proprio questa. E ai giovani bisogna dare l'esempio".

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