Un enorme cratere compare sulle Dolomiti (FOTO): "Sono i processi terminali che preannunciano la completa scomparsa dei fenomeni glaciali". Ecco di cosa si tratta
Un escursionista si è imbattuto in un cratere enorme in quota. Il ricercatore dell'Università Roma Tre e componente del comitato scientifico de L'AltraMontagna, Giovanni Baccolo: "Si tratta probabilmente dei segni prodotti dal collasso di una lente di ghiaccio morto sepolta dai detriti, cioè un blocco di ghiaccio un tempo parte di un ghiacciaio che è rimasto isolato e sepolto dai detriti, protetto dalla radiazione solare"

TRENTO. Un enorme cratere comparso sulle Dolomiti, alla Forcella del Laghet, poco lontano da Cima Uomo nel gruppo della Marmolada. Un fenomeno "curioso" e legato all'innalzamento delle temperature e alla crisi climatica.
"Si tratta probabilmente dei segni prodotti dal collasso di una lente di ghiaccio morto sepolta dai detriti, cioè un blocco di ghiaccio un tempo parte di un ghiacciaio che è rimasto isolato e sepolto dai detriti, protetto dalla radiazione solare", dice Giovanni Baccolo, ricercatore all'Università Roma Tre e componente del comitato scientifico de L'AltraMontagna. "Quel foro, simile in tutto e per tutto a una dolina, dovrebbe essere legato alla fusione accelerata della lente, innescata dal lavoro delle precipitazioni estive, che possono rimuovere localmente la copertura detritica e favorire l'ingresso di calore nella massa di ghiaccio".

Ormai in estate è sempre più facile che anche in quota "cadano abbondanti precipitazioni liquide", evidenzia Baccolo. "Questo ha un duplice effetto su questi relitti di ghiacciai ormai scomparsi. Da una parte l'acqua si insinua nelle masse di ghiaccio morto, scavandosi la sua strada attraverso la fusione e portando calore dentro al corpo glaciale relitto. Dall'altra le precipitazioni liquide, specie quando molto intense, riescono a dilavare localmente la copertura detritica, esponendo il ghiaccio prima sepolto alla radiazione solare".

A circa 2.800 metri di quota in una forcella orientata leggermente a nord ma quasi pianeggiante un escursionista si è imbattuto in un cratere.

"E' probabile che in quella zona ci fosse un ghiacciaio che poi si è ritirato", aggiunge Baccolo. "Alcune porzioni potrebbero essere rimaste sepolte dai detriti che hanno fornito una protezione a blocchi residui e isolati del ghiacciaio originario. Questi lembi di ghiaccio morto sono così rimasti protetti dalla radiazione solare e dal calore e si sono conservati nel tempo. Sono processi molto comuni dove osserviamo la scomparsa dei ghiacciai. Sono i processi terminali che preannunciano la completa scomparsa dei fenomeni glaciali".

Nella zona del San Pellegrino sono state cartografate delle nivomorene: non ci sono coni detritici in quell'area, che si possono invece vedere sul versante opposto, segno di un'evoluzione (recente) diversa. "E' probabile che le precipitazioni sempre più intense abbiano scavato il detrito e così è stata accelerata la fusione del lembo di ghiaccio: questo processo si è poi completato e la roccia è collassata per depositarsi e occupare gli spazi lasciati a quel punto liberi", conclude Baccolo.


















