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FVG
20 ottobre | 14:52

Quel sangue su attrezzature e vestiti divenne “monito” per le ascese future: storia di un appiglio ceduto e di un grande insegnamento

Il racconto: "Su quella via io e il mio compagno abbiamo rischiato il peggio. La roccia marcia che franava, poi un appiglio che ha ceduto. La sconsigliamo vivamente, e tutto il sangue sull'attrezzatura e sui vestiti sono un grande monito"

Quel sangue su attrezzature e vestiti divenne “monito” per le ascese future

ALPI GIULIE. "Purtroppo un'alpinista ha perso la vita sulle Alpi Giulie a causa della rottura di un appiglio. Questa grande disgrazia mi ha fatto tornare in mente che è già passato circa un anno, da quando un appiglio si è rotto a noi, proprio lì vicino, sul Piccolo Mangart di Coritenza, dove per nostra fortuna la corda con cui ci eravamo legati ha frenato l'impatto".

 

Le parole sono quelle di Luca Felice, alpinista e rocciatore che dopo il tragico incidente avvenuto nella giornata del 18 ottobre 2026, ha deciso di raccontare la propria esperienza. La narrazione avviene in seguito alla morte di una 35enne, che ha perso la vita mentre percorreva la Cengia dei camosci, sulla parete nord del Grande Nabois, nel gruppo dello Jôf Fuart sulle Alpi Giulie.

 

Dopo aver superato un tratto particolarmente impegnativo, ci sarebbe stato secondo le prime ricostruzioni un improvviso cedimento dell'appiglio e la donna è caduta nel vuoto per una cinquantina di metri (LO RACCONTAVAMO QUI). 

 

Ad aver rischiato il peggio dopo il cedimento di un appiglio era stato lo scorso anno anche Felice, che all'epoca aveva scritto un lungo pensiero, "mai pubblicato". Per questo, l'uomo ha deciso di condividerlo. 

 

 

RIPORTIAMO DI SEGUITO IL TESTO COMPLETO DELLA RIFLESSIONE:

 

19/09/2025 via Lomasti, VII, 1100 metri.

Fino ad ora avevo scelto di non espormi mediaticamente e di non dire la mia per quanto riguarda l'incidente di qualche mese fa sulla Lomasti, ma col senno di poi non posso far altro che scrivere la mia testimonianza, più per me che per gli altri, per confermare quello che ha già raccontato il mio compare nei vari giornali e articoli, cose del quale avevamo già ampiamente parlato assieme, ancor prima dell'incidente.

Da quando abbiamo staccato i piedi da terra abbiamo dovuto fare i conti con roccia marcia che era impossibile da evitare, in quanto i passaggi obbligati della via passavano proprio lì dove la parete era più scura e dove la roccia aveva quel colore giallo/nerastro caratteristico della roccia che crolla solo a posarvi lo sguardo, abbiamo rischiato più e più volte entrambi di cadere perché si staccavano prese o appoggi che sembravano solidi, rimanendo a volte appesi per miracolo, ed eravamo ben consci del rischio che ci stavamo prendendo a proseguire, protezioni veloci rare e precarie, messe in fessure marce e con molto muschio, che ogni tanto probabilmente avrebbero solo rallentato, una morte quasi certa; lungo le centinaia e centinaia di metri di parete, nella mia testa, e sicuramente anche in quella di Roby, si era fatto spazio il pensiero che non poteva andarci bene sempre, però col fatto che mancavano solo un tiro di III e 30 metri di VI alla cengia oltre la quale sapevamo che avremmo proseguito in scarpe e slegati, questa idea cominciava a lasciare spazio al profumo della cima che sentivamo così vicina...niente di più sbagliato.

 

Il boato del distacco ha risvegliato il silenzio della parete, un urlo e una grandinata di sassi che mi ha investito, l'unico pensiero rassegnato che mi è sorto è stato: "Ecco, sta succedendo", ho recuperato quanta più corda sono riuscito e dopo una frazione di tempo che sembrava infinita, la corda grazie a dio si è tesa, ho alzato lo sguardo, le poche protezioni messe erano ancora al loro posto, per fortuna l'ultimo chiodo messo aveva tenuto il volo...rapido check delle condizioni di Roby e mie, ed è stato subito chiaro che non saremmo riusciti a proseguire, (anche se l'intenzione all'inizio c'era, preda entrambi dell'adrenalina), così abbiamo deciso di chiamare i soccorsi....Le condizioni della parete sono in rapido peggioramento, l'erba tappa le fessure e i camini, il muschio e l'umido regnano sovrani nei luoghi dove si riuscirebbe a piazzare qualche protezione veloce, la roccia è friabile e marcia, e i pochi chiodi che ci sono in parete sono sotto cm di erba (in 700 metri di parete abbiamo trovato una sosta e 2 chiodi), tutto questo per dire che il cambiamento climatico è reale e significativo, siamo abituati a vederlo nell'artico o sui ghiacciai, ma basta andare sulle nostre montagne di casa, quelle che vediamo ogni giorno andando a lavoro o a fare la spesa, e sulle Alpi Giulie tutto questo è abbastanza lampante, la mancanza di inverni freddi e l'aumento delle piogge, l'ascesa dello zero termico e lo scioglimento del permafrost, stanno favorendo il deteriorarsi delle pareti, rendendole sempre più pericolose da scalare.

Per quanto riguarda la via, è più la leggenda che ci sta dietro che la bellezza dell'itinerario in sé (citando Roberto mentre ci stavamo recando all'ospedale: "una cordata che ora va su quella via ha l'80% di possibilità di farsi male o peggio, è successo a me, ma poteva succedere a te prima o a chiunque altro" ), insomma per concludere: penso di poter parlare a nome di entrambi quando dico che la sconsigliamo vivamente, (e tutto il sangue che ho ancora su tutta l'attrezzatura e sui vestiti sono un grande monito per questo).

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