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Assessore o assessora? La Commissione pari opportunità contro Segnana: "Si riconosca dignità alle donne". Dalzocchio: "False priorità della sinistra"

Dopo la risposta dell'assessora Segnana all'interrogazione presentata da Ghezzi sul linguaggio di genere, non si sono fatte attendere le reazioni contrarie e favorevoli. Il Comitato pari opportunità: "Si seguano le regole della Crusca". La capogruppo leghista: "Priorità sono lotta alla violenza sulle donne e tutela maternità"

Di Davide Leveghi - 09 agosto 2019 - 19:40

TRENTO. “Uno dei principali ambiti attraverso cui stereotipi e pregiudizi di genere vengono prodotti e veicolati- scrive il gruppo di ricerca sul linguaggio di genere dell'Università di Trento- è senza dubbio la comunicazione verbale. Il linguaggio è infatti uno strumento e una pratica che da un lato riflette le asimmetrie presenti all’interno della società e a sua volta contribuisce a consolidarle, tramite la costruzione e il rafforzamento di nuovi e vecchi stereotipi, e dall’altro ha la capacità di agire su di essi per contrastarli, neutralizzarli e modificarli”.

 

Dopo che, qualche giorno fa, s'era scatenata la polemica sulla risposta di Stefania Segnana all'interrogazione proposta dal consigliere Paolo Ghezzi (qui l'articolo), con cui l'assessora sosteneva la necessità di utilizzare il “linguaggio comunemente usato, privo di inutili e ridondanti declinazioni al maschile e al femminile”, il mondo accademico ed istituzionale non ha tardato a reagire, rispondendo a tono alla presa di posizione dell'assessora difesa, dall'altro lato, dalla capogruppo della Lega Mara Dalzocchio secondo la solita logica del ''benaltrismo'', su Facebook rilancia con l'alto concetto: ''Le priorità per le donne sono altre''.

 

Ma andiamo con ordine: è innanzitutto la Commissione pari opportunità della Provincia a smentire l'assessora spiegando quanto sia importante questa discussione e definendo necessario “usare la lingua in modo adeguato attraverso la declinazione del maschile e del femminile prevista dalla grammatica italiana”. Appoggiando il tutto all'autorevole pronunciamento sul tema dell'Accademia della Crusca, massimo organo di riferimento della lingua italiana. Ed è la stessa dizione “linguaggio comunemente usato”, pronunciata dall'assessora Segnana, a dare il là a una riflessione sulle asimmetrie e l'ingiustizia contenute nella comunicazione verbale.

 

Il linguaggio comunemente usato - recita il comunicato della Cpo - è frutto di abitudini e di continui adeguamenti alla realtà sociale, economica, politica. La presenza delle donne in professioni di prestigio, aumentata notevolmente nel corso degli ultimi decenni, ha reso necessario l’adeguamento linguistico, come è avvenuto per altro per nuovi inserimenti e nuove prestiti da altre lingue. La lingua descrive la realtà, e proprio il non nominare la presenza femminile in certe professioni e nelle cariche politiche le rende invisibili. Poiché i e le parlanti italofone/i declinano senza problemi alcune professioni, (infermiera, maestra, segretaria, fotografa, commessa, estetista…), non si capisce perché tali abitudini linguistiche non siano applicate a tutte le professioni o le cariche politiche. Due sono i motivi: la “novità” della presenza femminile in tali ruoli, che però da tempo non è più novità; l’attribuzione al sostantivo al maschile di un potere maggiore, di una maggiore dignità rispetto al femminile. Infatti, le professioni non declinate al femminile sono quelle considerate più prestigiose”.

 

Insomma, il mondo va avanti e non si per quale motivo il linguaggio non gli debba andar dietro. Lo sforzo non è certo disumano, si tratta di cambiare abitudini e con esse, di conseguenze, mentalità. D'altronde, come sostiene sempre il Comitato pari opportunità, la questione del linguaggio di genere si appoggia sulla parità prevista dalla Costituzione, su delle indicazioni date a livello europeo (Direttiva UE/54/2006 e linee guida relative a “La neutralità di genere nel Parlamento Europeo”, 2008) e su altre nazionali (Direttiva 23 maggio 2007, “Misure per attuare parità e pari opportunità tra uomini e donne nelle amministrazione pubbliche”).

 

Non si tratta di “buonismo” o “politically correct”, parole tanto in voga ultimamente e che servono molto spesso a mascherare povertà di idee e scarsa attitudine alla complessità, ma di una battaglia per una comunicazione migliore e più equanime. “Il medium è il messaggio”, diceva il celebre massmediologo Marshall McLuhan, e se il linguaggio è un mezzo che usiamo per comunicare, è bene che questo mezzo non veicoli strutture di dominio consolidate, ma sia soggetto di uno sforzo di progresso e di superamento di barriere.

 

Nominare correttamente cittadini e cittadine non è dunque “questione di scelta, ma di correttezza linguistica e costituzionale” per fondare una società di maggiore comprensione reciproca e in cui alle donne si riconoscano visibilità e peso rispetto alle loro effettive funzioni. Ed il discorso potrebbe estendersi ad ambiti non esclusivamente collegati al genere- si pensi al termine “Ambaradam”, utilizzato per definire scherzosamente una situazione caotica ma la cui etimologia risale ad un eccidio compiuto (col massiccio uso dei gas) dalle truppe italiane nell'invasione dell'Etiopia.

 

L'importanza della lotta per il linguaggio di genere non si limita dunque ad uno "mero femminismo di sinistra”, come direbbe qualcuno, ma investe l'intera società, decostruendo strutture di potere, introducendo pratiche utili a crescere a maturare come società. “Il linguaggio oppressivo- sosteneva la scrittrice Toni Morrison nel discorso del conferimento del Nobel per la letteratura nel 1993- fa più che rappresentare la violenza: è violenza; fa più che rappresentare i limiti della conoscenza: limita la conoscenza. Che sia l’oscurante linguaggio di stato o il linguaggio fantoccio di media dementi; che sia l’orgoglioso ma calcificato linguaggio dell’accademia o il linguaggio della scienza guidato dal mercato; che sia il linguaggio maligno della legge senza etica o quello designato all’emarginazione delle minoranze, che nasconde il saccheggio razzista nella sua sfrontatezza letteraria: in ogni caso, deve essere respinto, castrato e smascherato […] Linguaggio sessista, linguaggio razzista, linguaggio teistico: fanno tutti parte dei linguaggi della politica del dominio e non possono, e non intendono, permettere una nuova sapienza, né incoraggiare il reciproco scambio di idee”.

 

La lotta per l'uguaglianza di genere non si esaurisce certo nella sola questione delle declinazioni. E pensarlo sarebbe stupido. Tuttavia essa passa anche dal linguaggio e nel linguaggio trova uno dei suoi ostacoli più grandi. Questo, l'assessora Segnana e la sua collega consigliera Mara Dalzocchio, non paiono proprio averlo compreso, specie per chi, come quest'ultima, non sembra in grado di trattenersi dall'esprimere in maniera colorita il suo pensiero sui social.

 

In un post su facebook riferito agli “attacchi vibrati nei confronti dell'Assessore (sic!) provinciale Stefania Segnana, rea di non comprendere la presunta urgenza del linguaggio e della declinazione di genere quali frontiere per un'autentica parità tra i sessi”, la capogruppo al Consiglio provinciale del Carroccio liquida ironicamente la reazione alla parole dell'assessora, complice una foto, come “una grande battaglia femminista di sinistra”, evidenziando come “le priorità siano altre”.

 

“Ora, dinnanzi a tutto ciò- da donna e da madre, prima ancora che da politica- non posso che esprimere la mia solidarietà all’Assessore Segnana evidenziando come quella per il linguaggio di genere sia una battaglia ideologica e fuorviante, che non ha nulla a che vedere con le vere priorità delle donne- si legge nel post- oltretutto, non posso da un lato osservare come fissarsi sulla parità di genere nel linguaggio potrebbe portare a esiti grotteschi – e se gli uomini volessero essere chiamati «dentisto», «giornalisto», e «chitarristo», come la mettiamo? -, mentre, dall’altro, rilievo come offese dirette e peraltro recenti proprio all’Assessore Segnana siano passate clamorosamente sotto silenzio”.

 

“Alludo al recente dibattito in Aula sull’assestamento di bilancio- continua Dalzocchio- nel corso del quale gli Assessori Segnana e Zanotelli sono state apostrofate ironicamente come «inesperte» e soprattutto «stanche» per il loro dover conciliare impegni istituzionali e familiari senza che alcun paladino della parità, mi pare, abbia avuto alcunché da ridire. E ora dovremmo star a qui a stracciarci le vesti per il mancato utilizzo del termine «Assessora»? Suvvia, la parità tra i sessi è storicamente stata e pure tutt’ora è una cosa troppo seria per relegarla a questione di vocali. Da parte mia, invito tutti a concentrarsi sul problema della violenza contro le donne e della tutela della maternità in tutte le sue fasi, e lascio volentieri alla sinistra false priorità che, sono certa, la gran parte dei cittadini riconosce come tali”.

 

E se la missione era quella di dimostrare, oltre ad una scarsa dimestichezza con le regole grammaticali, pure una certa tendenza a difendere un'idea di donna relegata al focolare (la difesa delle donne va sempre ricollegata al concetto di maternità?), non si può dire che la consigliera non abbia centrato l'obiettivo (pensare che ci sono Paesi in Europa dove, a seguito della nascita di un figlio, non si parla nemmeno di difesa della maternità ma della genitorialità dove entrambi i genitori sono messi sullo stesso piano con, incredibile, papà che restano a casa mentre le mogli lavorano).

 

In fondo la battaglia per il linguaggio di genere non è altro che uno dei fronti in cui si combatte per l'uguaglianza, in cui le donne di potere (a prescindere dalle posizioni politiche, Carfagna o Boldrini, Conzatti o Bonino, e così via) svolgono un ruolo di particolare importanza. La stessa Toni Morrison, nello stesso discorso, diceva: “Auspichiamo che chi ha posizioni di potere si adoperi per ri-generare le usanze, le abitudini, le tradizioni o i linguaggi del passato; affinché diventino punti di partenza per immaginare e nominare mondi più incisivi”.

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