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Dieci anni per accedere al reddito di cittadinanza, insorgono i sindacati: ''Decisione che divide i poveri''

Alotti, Ianeselli e Pomini: "Strumento assistenzialistico che disincentiva il lavoro". Ghezzi e Rossi sul piede di guerra. Manica: ''Una vigliaccata a rischio di incostituzionalità''

Pubblicato il - 07 febbraio 2019 - 19:33

TRENTO. Passa nella notte la norma che introduce in Trentino il criterio nazionale per cui servono 10 anni di residenza per percepire il reddito di cittadinanza e i sindacati insorgono: "Decisione politica che divide i poveri". Rossi: "Fugatti si è piegato agli ordini del capo". Contrari anche Ghezzi (Futura) e Manica (Pd).

 

"Con l'approvazione dell'emendamento sui dieci anni di residenza in Italia per accedere alla quota A dell'Assegno unico la giunta e la maggioranza consiliare hanno compiuto un atto grave e discriminatorio, che va oltre la legislazione europea e la Costituzione, che sceglie deliberatamente di dividere tra poveri, ritenendo alcuni, meritevoli di essere aiutati, tutti gli altri no. Evidentemente per riduzione della povertà si intendeva questo: non vedere da un giorno all'altro una fetta di persone povere a cui dare sostegno" è il duro attacco pronunciato dai segretari generali di Cgil, Cisl e Uil Franco Ianeselli, Lorenzo Pomini e Walter Alotti sull'approvazione della variazione di bilancio.

 

"Non siamo mai stati contrari all'introduzione di criteri di accesso alle misure di sostegno al reddito - ricordano i sindacalisti - ma abbiamo sempre sostenuto che i criteri vanno individuati secondo equità e ragionevolezza. Equità e ragionevolezza che né la giunta, né la maggioranza hanno voluto prendere in considerazione, pressati dall'introdurre una modifica che non ha nessun carattere di urgenza, ma solo un forte valore simbolico sul piano politico".

 

I sindacati puntano il dito contro una misura che "segna anche un grave precedente nell'ambito delle prerogative dell'autonomia in tema di politiche sociali": "A differenza dell'Alto Adige, in Trentino si sceglie di omologare il nostro strumento, migliore e più equo, con il reddito di cittadinanza, limitandosi a intavolare, da quanto trapela, una trattativa solo sul piano delle risorse".

 

Per Ianeselli, Pomini e Alotti, inoltre, il reddito di cittadinanza è una misura meno efficace per il contrasto alla povertà rispetto all'assegno unico trentino: "Al di là di quanto sostiene la propaganda del governo, il reddito di cittadinanza è un disincentivo al lavoro e non tiene conto della molteplicità di ragioni che stanno alla base delle condizioni di povertà in cui può trovarsi una persona o una famiglia. Al contrario l'assegno unico è stato concepito come misura che incentiva l'attivazione della persona disoccupata o inoccupata, per favorire l'uscita dalle condizioni di marginalità. E nei casi di non lavoro dei soggetti c'è l'attivazione preventiva dei servizi sociali e la presa in carico della persona o della famiglia. Tutti aspetti che non esistono nel reddito di cittadinanza che è destinato ad essere solo uno strumento assistenzialistico".

 

I segretari fanno poi notare il "mancato confronto con le parti sociali": "Un metodo non consueto per la storia recente della nostra autonomia, che si pone sicuramente in contrasto con quella costituzione materiale che ha visto in questi anni un costruttivo dialogo sulle politiche tra istituzioni e parti sociali".

 

Sulla novità votata ieri notte non intervengono solo i sindacati. A far sentire la sua voce anche l'ex governatore Ugo Rossi (Patt) che riprende sulla sua pagina Facebook quanto detto in Aula: "Autonomia svenduta! Arriva il reddito di cittadinanza statale e la provincia di Trento invece di salvaguardare la nostra autonomia sulla materia lo fa diventare sistema. Legittimo cambiare anche il nostro modello ma si faccia in autonomia. Invece Fugatti si è piegato agli ordini del capo".

 

Paolo Ghezzi (Futura), sempre sui social, dice "no alla Provincia che taglia ed esclude": "A mezzanotte e mezzo abbiamo votato, come Futura 2018, un convinto "no" a una variazione di bilancio motivata dai danni eccezionali della tempesta Vaia di fine ottobre, che è diventata invece una legge omnibus che introduce, prima ancora della norma nazionale, il vincolo dei dieci anni di residenza in Italia per accedere al welfare provinciale". "In nome della crescente platea dei tagliati (non solo stranieri), no".

 

Contrario alla nuova norma per le misure di sostegno al reddito anche Alessio Manica (Pd): "Questa notte è stata votata la prima legge di variazione al bilancio provinciale della Giunta Fugatti. Se il buongiorno si vede dal mattino, c'è di che essere preoccupati. In una notte sono state svendute la nostra autonomia e la nostra tradizione solidaristica. Io ho votato contro". "Il requisito di 10 anni di residenza - dice ancora - per accedere agli strumenti di protezione sociale è una scelta sbagliata, una vigliaccata, che produrrà nuovi poveri e nuovi esclusi (anche trentini) e quindi più insicurezza per tutti. Non bastano tre anni di difficoltà per essere aiutati? Ne servono dieci? Tra l'altro c'è anche il forte rischio che questa previsione sia incostituzionale, come già successo in Valle d'Aosta e altrove".

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