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La giunta leghista si ''ispira'' ad Hammurabi: ecco il ddl che prevede che chi ha figli in carcere non potrà più stare in una casa Itea

Il disegno di legge voluto da Fugatti prevede, per chi ha ricevuto condanne superiori ai 5 anni, l’impossibilità di fare domanda per un alloggio Itea e la rescissione del contratto per coloro che già sono destinatari di un’abitazione, lo stesso principio lo si vorrebbe estendere a tutti i componenti del nucleo famigliare. Dura replica di Ianeselli: “C’è odore di incostituzionalità le famiglie dovrebbero essere aiutate non sbattute sulla strada”

Di Tiziano Grottolo - 17 novembre 2019 - 05:01

TRENTO. In relazione alla recente manovra di bilancio provinciale 2020, lo scorso 11 novembre, è stato presentato un Disegno di legge (numero 36/XVI) ad essa collegato, che introduce una serie di disposizioni in materia di salute, politiche sociali ed edilizia abitativa. Fra queste però ce n’è una in forte odore di incostituzionalità, all’articolo 14 del sopracitato disegno di legge, che vede come primo firmatario il presidente della Pat Maurizio Fugatti, si vanno ad introdurre una serie di restrizioni per l’accesso e la permanenza all’interno degli alloggi Itea.

 

In particolare: “Si propone di implementare i requisiti soggettivi richiesti per l’accesso agli alloggi di edilizia residenziale pubblica escludendo la possibilità di presentare la relativa domanda a coloro che, negli ultimi dieci anni, sono stati condannati per delitti non colposi per i quali la legge prevede la pena detentiva non inferiore a cinque anni nonché per i reati particolarmente gravi quali i delitti contro l'incolumità pubblica, la riduzione in schiavitù, la pornografia minorile, lo sfruttamento della prostituzione minorile, la violenza sessuale, il furto, la rapina, i delitti concernenti le sostanze stupefacenti o psicotrope, i delitti commessi per finalità di terrorismo o di eversione dell'ordine costituzionale – in aggiunta, e qui iniziano i problemi gravi – il requisito dell’assenza di condanne è previsto sia per il richiedente l’alloggio che per i componenti del nucleo familiare”.

 

Come se non bastasse il disegno di legge si fa ancora più stringente: “La modifica normativa interessa anche coloro che sono già inseriti all’interno di alloggi di edilizia pubblica stabilendo che per i predetti reati, commessi successivamente alla data di entrata in vigore della legge, si prevede la revoca del provvedimento di assegnazione dell’alloggio con la conseguente fuoriuscita del nucleo familiare”. Tradotto significa che anche chi occupa già un appartamento potrebbe essere sfrattato se un componente del nucleo famigliare venisse riconosciuto colpevole di uno dei reati individuati.

 

Peccato però che all’articolo 27 della Costituzione italiana si possa leggere che: “La responsabilità penale è personale”, quello che a tutti gli effetti è uno dei principi cardine del nostro ordinamento giuridico. Ovvero una persona può essere perseguita solo per azioni, o omissioni, da lei commesse. Inoltre ci sarebbe anche la questione che una persona una volta scontata la sua pena, che ricordiamo “deve tendere alla rieducazione del condannato”, dovrebbe aver estinto il suo “debito con la società” e tornare a godere pienamente dei suoi diritti, pertanto non si capisce perché il soggetto in questione dovrebbe subire ulteriori restrizioni non potendo accedere ad alloggi di edilizia pubblica (principio che varrebbe anche per i suoi familiari).

 

A titolo esemplificativo prendiamo in considerazione un nucleo famigliare di 5 unità, che già occupa un alloggio di edilizia pubblica, composto da due genitori e tre figli. Nel caso in cui uno dei figli venisse condannato per un reato, con una pena superiore ai 5 anni, ad essere messo alla porta sarebbe anche il resto della famiglia: due genitori e due figli che oltre ad affrontare le difficoltà legate ad un congiunto in carcere dovrebbero anche trovarsi una nuova casa. Ma c’è di più, la famiglia potrebbe finire sulla strada anche se i fatti commessi da uno dei membri siano lievi, quindi con pene inferiori a 5 anni, qualora i reati contestati siano riconducibili al furto “reclusione da sei mesi a tre anni”, financo allo spaccio, almeno nel momento in cui venissero rilevate delle attenuanti e il fatto venisse considerato di “lieve entità”.

 

Per trovare qualcosa di simile alla proposta della giunta Fugatti bisogna tornare indietro di oltre 3000 anni, ai tempi del Codice di Hammurabi laddove si sanciva la possibilità di punire persone appartenenti alla stessa famiglia, perfino dello stesso gruppo sociale, per colpe attribuite ad un soggetto terzo. In soldoni, se un mercante investiva con il suo carro il figlio di qualcuno a dover essere ucciso era il figlio del mercante. Per dire, già all’interno del Deuteronomio (quinto libro della Torah ebraica e della Bibbia cristiana) si prevede la responsabilità individuale: “è proibita la punizione dei figli al posto dei genitori, e viceversa”. A quanto pare però i testi sacri è meglio brandirli come bastoni piuttosto che leggerli e così anche in Trentino (sembrerebbe che pure l’Abruzzo si sia dotato di una norma simile) arriva una legge che stride fortemente con la Costituzione “testo sacro” dell’ordinamento repubblicano.

 

Fra i primi a farsi sentire su questa vicenda c’è stato il segretario della Cgil Franco Ianeselli: “Si va verso un provvedimento in palese odore di incostituzionalità, ideato solo per cercare un po’ di facile consenso, anche se basterebbe solo il buon senso per capire che questo disegno di legge stride con il sentire comune”. Inoltre a preoccupare il leader della Cgil c’è anche la possibilità che a un dramma se ne aggiunga un altro: “Non basta che una famiglia si trovi in difficoltà con un figlio che dovrà affrontare il carcere ma in aggiunta verrà spedita fuori dalla casa Itea come se fosse colpevole a sua volta. L’eventuale giudizio sulla responsabilità – riprende Ianeselli – non spetta né a Fugatti né a Itea bensì all’autorità giudiziaria”.

 

Come ricorda lo stesso sindacalista però, c’è ancora tempo per intervenire e correggere “anche se sarebbe meglio cassare” una norma “che abbatte i principi cardine del diritto con una leggerezza indegna dell’Autonomia, le famiglie dovrebbero essere aiutate non sbattute sulla strada”, attacca Ianeselli.

 

Sulla stessa lunghezza d’onda Fabrizio Inama primo cittadino di Denno, che assieme ad altri sindaci ha partecipato alla presentazione del disegno di legge tenutasi l’altro giorno i in Consiglio delle autonomie, anche Inama infatti ha sollevato dubbi sulla legittimità del dispositivo.

 

“Ci pare che questa finanziaria abbia poche risorse e ancor meno idee – conclude Ianeselli – verificheremo che all’interno delle pieghe non si nascondano altri disastri, ma rapportarsi con questa giunta è come stare su un ottovolante, un giorno si stanziano fondi per dimezzare le tariffe sugli autobus e far viaggiare gratis gli over 70, il giorno dopo ci si lamenta che i soldi sono finiti”.

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