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Coronavirus, arriva il “bonus babysitter” della Pat, ma solo per alcune madri. Ferrari (Pd): “Sarebbe stato meglio includere una platea più ampia”

La giunta ha stanziato 4,5 milioni di euro destinati alle famiglie erogati sottoforma di buoni di servizio, Segnana: “Ne beneficeranno circa 900 famiglie”. Ferrari: “Una misura necessaria ma tante famiglie restano escluse inoltre il bonus non riguarderà le madri che lavorano in smart working”

Di Tiziano Grottolo - 07 May 2020 - 20:01

TRENTO. Al fine di agevolare il rientro al lavoro delle madri durante la Fase 2 la Giunta ha stanziato 4,5 milioni di euro per implementare lo strumento dei buoni di servizio, già a disposizione da molto tempo attraverso il Programma Operativo del Fondo Sociale europeo 2014-2020 della Pat. In sostanza si è scelto di tutelare l’occupazione femminile con un meccanismo che darà priorità alle situazioni in cui entrambi i genitori lavorano e, con scuole e servizi chiusi, necessitano di un supporto per accudire i figli. “Ne beneficeranno circa 900 famiglie, la scelta è ricaduta su quelle con entrambi i genitori lavorano”, ha specificato l’assessora alla salute Stefania Segnana che poi ha ricordato come i buoni di servizio provinciali saranno cumulabili rispetto al bonus babysitter erogato dall’Inps.

 

Durante la conferenza stampa però, Segana ha erroneamente riferito che il bonus dell’Inps sarebbe mensile, in realtà si tratta di un’indennità che può arrivare fino a 600 euro per i dipendenti di aziende private, lavoratori autonomi e lavoratori iscritti alla Gestione Separata Inps. Fino a 1000 euro per lavoratori dipendenti del settore sanitario (pubblico o privato accreditato), nonché personale del comparto sicurezza, difesa e soccorso pubblico impiegato per esigenze connesse all’emergenza epidemiologica da Covid-19.

 

Ad ogni modo la misura provinciale si rivolge alle madri lavoratrici del settore privato e del settore pubblico limitatamente ai comparti sanità, sicurezza, difesa e soccorso pubblico. Con le novità introdotte dall'esecutivo le madri, se richiamate al lavoro fuori casa (sono escluse quelle che lavorano in smart working), potranno ottenere servizi di cura e custodia domiciliare per i propri figli. Il provvedimento, che ha durata fino al 31 luglio 2020, prevede di coprire un costo orario di 20 euro per famiglia con 1 figlio e 25 euro per 2 o più figli, l'onere a carico delle famiglie è pari al 10% del costo del servizio.

 

“Una misura talmente urgente che finalmente è stata approvata – ha commentato Sara Ferrari del Partito Democratico nonché ex assessora alle politiche sociali – positivo anche il fatto che si poggi su uno strumento già collaudato, che molte persone conoscono e già  usano perché così è pronto a partire senza intoppi e garantisce occupazione a personale qualificato”. Infatti, come spiega la consigliera mentre quelli statali sono voucher liberi utilizzabili per acquistare la prestazione di chiunque, con i buoni di servizio della Pat, viene offerto un servizio qualificato dagli operatori delle cooperative sociali che si occupano di infanzia.

 

Il problema casomai è che molte famiglie sono state escluse: “Mi spiace che non si sia scelto di comprendere tra le lavoratrici anche quelle che lavorano in smart working, perché così si dà scontato che chi lavora in casa, non per sua scelta, riesca anche a seguire uno o più figli e svolgere serenamente e con efficacia il proprio lavoro”. Al contrario il bonus erogato dall’Inps può essere percepito anche da chi si trova in un regime di lavoro agile. Il contributo erogato della Pat avrà comunque il vantaggio di poggiare su un sistema già rodato ma che presenta una serie di rigidità, tra le quali il fatto che è ad uso esclusivo delle madri: “Il limite è che così facendo si collega la questione della cura dei figli sempre e solo alla madre, mentre i genitori sono due e culturalmente non si riesce a far capire che la conciliazione deve essere un ‘problema’ di entrambi”, conclude Ferrari.

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