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Coronavirus, i dipendenti provinciali: ''Il lavoro non ci spaventa ma temiamo l'ignoranza. La sensazione è che il primo a non credere in noi sia il nostro datore''

La Provincia ha deliberato la nuova organizzazione ai tempi di Covid-19. La lettera dei dipendenti provinciali: "Costretti a trovare velocemente e in autonomia soluzioni come utilizzare il proprio pc per il lavoro agile o acquistarlo appositamente perché magari i figli utilizzavano quelli già in dotazione alla famiglia, la propria connessione e spesso reperibili fuori orario e senza esporre straordinari o percepire indennità"

Pubblicato il - 05 luglio 2020 - 20:20

TRENTO. Quando hai il presidente del partito di governo della territorio che dà dei ''privilegiati'' a una parte della popolazione (e dei ''parassiti'' a chi li difende) vuol dire che quel territorio si prepara a scontri e divisioni interne come mai prima (QUI ARTICOLO). 

 

La Provincia ha deciso la riapertura degli uffici dopo il lockdown per fronteggiare la diffusione dell'epidemia coronavirus. Un provvedimento di piazza Dante che è entrato in funzione da lunedì 29 giugno e che si protrae fino al 30 settembre.

 

Tra distanziamento e regole sanitarie però gli spazi sono stretti e così l'amministrazione ha previsto due turni per svolgere 25 ore in ufficio e per raggiungere il monte-ore alcune categorie sono impegnate anche il venerdì pomeriggio e il sabato mattina.

 

Il piano della Provincia è quello di garantire la presenza del personale nelle sedi di servizio, indicativamente, per non più del 50%, con conseguente adeguamento dell’orario generale di servizio. L'articolazione dell'orario è di 5 ore giornaliere. Per mantenere l'orario settimanale di 36 ore viene attuato un mix tra prestazioni da effettuare in ufficio e in smart working.

 

Un provvedimento che vede la forte contrarietà dei sindacati soprattutto per come è arrivato, una decisione calata dall'alto senza confronto, senza discussione e senza dialogo (QUI ARTICOLO).

 

Pubblichiamo in forma integrale una lettera arrivata da alcuni dipendenti provinciali per evidenziare le criticità emerse in questo periodo di emergenza e alcuni dubbi relativi alla circolare che dispone la nuova organizzazione ai tempi di Covid-19.

 

Viviamo in un mondo imperfetto.

 

In un mondo perfetto non servirebbe il diritto, perché gli individui – essi stessi perfetti - saprebbero gestire autonomamente i rapporti interpersonali, senza bisogno di norme.

 

In un mondo perfetto non servirebbe neppure la pubblica amministrazione perché il libero mercato, efficiente, si regolerebbe per garantire il benessere di ognuno.

 

Ma viviamo in un mondo tutt’altro che perfetto e l’intervento pubblico è necessario per sopperire a quelli che, in economia, vengono chiamati “fallimenti del mercato”, cioè tutte quelle situazioni in cui un imprenditore, che ha il profitto come fine ultimo, non avrebbe alcun/scarso interesse a investire. Mi riferisco, a mero titolo esemplificativo, alla tutela dell’ambiente, alla produzione di beni/servizi pubblici e così via.

 

Detto ciò, dopo aver letto, riletto e cercato di digerire la circolare n. 6, relativa alla nuova articolazione dell’orario di lavoro pensata per il ritorno in ufficio post lockdown dei dipendenti provinciali, sentiamo l’urgenza di mettere su carta le nostre riflessioni, che non sono solo nostre perché sappiamo per certo essere condivise da parecchi colleghi che, per vari motivi, non se la sentono di apporre la firma (lo facciamo fuori orario di lavoro, non preoccupatevi), tanto più dopo le ormai dimenticate esternazioni di manifesta soddisfazione per i risvolti positivi della modalità dello smart-working, tanto elogiata, che adesso che la si poteva potenziare, sembra invece quasi essere incidentale.

 

La premessa d’obbligo è che sì, nella pubblica amministrazione ci sono i fannulloni, lo sappiamo tutti. Ne sono consapevoli soprattutto quei dipendenti che si trovano sul groppone anche le mansioni non svolte dai suddetti; il medesimo problema si presenta anche nel privato, con la differenza che per un operatore economico, motivato da un mancato guadagno, è molto più semplice “punire” chi non fa il proprio dovere, così come è molto più facile premiare chi lo merita; nel pubblico l’incentivo motivazionale, nonostante i buoni propositi teorizzati nei vari piani di valorizzazione dei dipendenti, è di difficile gestione perché il margine d’azione del dirigente è limitato.

 

La pandemia ci ha travolto e abbiamo cercato di affrontare al meglio delle nostre possibilità tutte le problematiche che, col trascorrere dei giorni, andavano a sommarsi; costretti a trovare velocemente, in autonomia (perché in prima battuta non è arrivata alcuna linea guida in merito) soluzioni a tutela del singolo da un possibile contagio da Sars-Cov-2, utilizzare il proprio pc per il lavoro agile (o acquistarlo appositamente perché magari i figli utilizzavano quelli già in dotazione alla famiglia) e la propria connessione internet (in alcuni casi potenziata, perché il contratto in essere non era sufficiente a supportare l’intero carico familiare), girare sempre col cellulare (personale) in mano, in modo da essere reperibili per qualsiasi esigenza di servizio (spesso fuori orario e senza esporre straordinari o percepire indennità alcuna).

 

Un gran numero di leoni da tastiera ha colto l’occasione di questa nuova strutturazione dell’orario giornaliero per denigrare, per l’ennesima volta, i dipendenti provinciali, scatenandosi con affermazioni cariche di odio contro la totalità del personale della Provincia autonoma di Trento e facendo, come sempre, di tutta l’erba un fascio; proprio in questo momento noi affermiamo che siamo dipendenti provinciali, siamo orgogliosi di esserlo, ancora di più dopo aver affrontato, con i nostri preziosi colleghi, questi mesi di emergenza sanitaria, nonostante la sgradevole sensazione che il primo a non credere al Capitale Umano a disposizione sia, in primis, proprio il datore di lavoro.

 

Alcuni di noi, nella consapevolezza della fortuna di avere uno stipendio sicuro, hanno anche proposto un’autotassazione volontaria a favore delle persone in difficoltà, che non ha purtroppo ricevuto alcun riscontro (e allora ognuno di noi ha provveduto singolarmente come ha ritenuto più opportuno).

 

Non ci importa delle offese, siamo abituati a sentirci valutati come inutili, e sappiamo invece quanto sia importante il nostro lavoro per la collettività. A chi ci dice “andate a lavorare” vogliamo raccontare che i nostri genitori erano artigiani/commercianti e sin da piccole davamo una mano nelle rispettive attività, sappiamo cosa significa “lavorare” e noi, oggi, svolgiamo più del nostro dovere e lo facciamo ancora con passione, anche se diventa ogni giorno più difficile. Il lavoro non ci spaventa, temiamo l’ignoranza.

 

Invitiamo tutte le persone che pensano che l’amministrazione pubblica non serva a niente ad approfondire le proprie convinzioni, perché magari, riflettendoci meglio, potrebbero accorgersi che l’attività ordinaria degli uffici provinciali, che passa inosservata in quanto di routine ma che è necessaria per garantire tutta una serie di servizi pubblici essenziali, è continuata anche negli scorsi mesi, pur tra mille difficoltà organizzative.

 

Il pubblico è complementare al privato, da sempre, e lo sarà per sempre, dato che siamo esseri imperfetti. Per concludere, chiediamo – senza l’intento di far polemica - a chi ha pensato e messo nero su bianco il contenuto della circolare numero sei e certe che a monte vi sia stata una seria valutazione di opportunità, che ci illustri quali siano le esternalità positive attese dalla sua applicazione, in particolare quali vantaggi produca la nuova articolazione oraria in termini economici, ambientali, sociali, di miglioramento dei servizi alla collettività, di conciliazione lavoro-famiglia e, non ultimo, in termini di tutela da possibile contagio – visto che il virus non è completamente scomparso - dei dipendenti provinciali e dei relativi conviventi, considerato che ha maggiori probabilità di contrarre il virus chi si sposta molto dal proprio domicilio.

 

Ecco, abbiamo un impellente bisogno di leggere qualcosa che chiarisca le nostre perplessità. Restiamo in attesa.

 

Daniela G., Monica B., Vincenza G., Orietta P., Patrizia R., Laura M.

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