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“Classificano i profughi in base al colore della pelle”, l’accoglienza negata a 60 migranti che ora vivono sotto i ponti a Trento

Le accuse dell’Assemblea antirazzista: “La Questura di Trento e il Commissariato del Governo, con la connivenza della Provincia hanno ripreso ad alzare delle barriere immateriali per rendere complicata la vita ai richiedenti asilo. Tutto ciò si chiama razzismo istituzionale”

Foto Assemblea antirazzista Trento
Di Tiziano Grottolo - 14 giugno 2022 - 06:01

TRENTO. Grecia, Turchia, Ungheria, Bosnia, Croazia, Slovenia, Trieste e infine Trento, è qui che si fermato il viaggio di una sessantina di richiedenti asilo che ora dormono in ripari di fortuna allestiti sotto i ponti del capoluogo. Si tratta di giovani provenienti soprattutto dal Pakistan, fra loro c’è anche chi è dovuto fuggire per ragioni politiche e manca dal suo Paese natale da ormai 5 anni. Sono ragazzi che in media hanno 25 anni e dopo un viaggio durato oltre 6.000 chilometri sono riusciti a risalire la cosiddetta Rotta balcanica, qualcun altro ha provato a passare per l’Ungheria dove è stato respinto.

 

Come denunciano dall’Assemblea Antirazzista di Trento sarebbero più di 60 i richiedenti asilo che sono in attesa di entrare nel sistema di accoglienza: “La Questura di Trento e il Commissariato del Governo, con la connivenza della Provincia – puntano il dito gli attivisti – hanno ripreso ad alzare delle barriere immateriali per rendere complicata la vita ai richiedenti asilo”.

 

Vivere per strada non è facile e può essere pericoloso. All’inizio dell’anno era divampato un incendio alle serre Tomasi di Trento che venivano utilizzate come riparto di fortuna dai senza dimora. “Stiamo incontrando sempre più richiedenti protezione internazionale che da mesi stanno dormendo all’aperto in ricoveri di fortuna e sotto i ponti”, sostengono gli attivisti. “Sono almeno 60 le persone che non hanno ancora in attesa di essere chiamate per entrare nell’unico dormitorio disponibile in città o direttamente nei progetti di accoglienza”.

 

La normativa dice che a ogni migrante dovrebbe essere data la possibilità di presentare una richiesta di asilo entro pochi giorni dal proprio arrivo e contestualmente ne andrebbe garantito l’ingresso nel sistema di accoglienza. “I giorni d’attesa si stanno dilatando sempre di più – dicono gli attivisti – il tempo fra la presentazione della richiesta di protezione e l’ingresso nei percorsi ministeriali a cui hanno diritto sta raggiungendo 2 mesi di attesa. Di conseguenza le richieste di accesso ai dormitori continuano ad aumentare”.

 

Gli attivisti riferiscono di migranti in procinto di fare domanda di asilo a cui è stata richiesta la dichiarazione di ospitalità per formalizzare la loro pratica e che impossibilitati a esibirla si trovano con gli appuntamenti posticipati. “Anche questo aspetto non è una novità, è già successo in passato e tutto ciò aveva fatto emergere di un mercato nero di dichiarazioni di ospitalità pagate dai richiedenti anche 300 euro, la Questura dovrebbe saperlo ma imperterrita continua a richiederla”. Eppure i tribunali sul punto sono stati chiari riconoscendo che “l’imposizione del requisito della dichiarazione di ospitalità, oltre che illegittimo, finirebbe per rendere impossibile, o eccessivamente oneroso, l’esercizio del diritto di asilo riconosciuto e tutelato nel contesto normativo europeo e a livello costituzionale italiano”.

 

Non solo, perché basterebbe anche un piccolo disguido, un errore o un ritardo, per vedersi respingere o posticipare la domanda. Gli attivisti hanno raccolto la storia di un ragazzo a cui il Commissariato del Governo avrebbe negato l’ingresso nel progetto di accoglienza perché non avrebbe risposto tempestivamente alla chiamata dal momento aveva il telefono rotto.

 

“È paradossale che una persona che ha fatto richiesta di accoglienza venga lasciata in strada perché le istituzioni non hanno trovato un modo efficace per comunicarle il suo ingresso – inoltre, aggiungono dall’Assemblea antirazzista – è ipocrita riconoscere il diritto di asilo e all’accoglienza solamente ai profughi ucraini e nel contempo marginalizzare altri profughi semplicemente perché vengono da altri Paesi. Le normative internazionali sulla carta non discriminano in base alla provenienza e al Paese di origine, sono appunto le prassi locali che classificano i profughi in base al colore della pelle, razzializzandoli. Tutto ciò si chiama razzismo istituzionale”.

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