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“Il premierato? L'Italia ha bisogno di un Camera unica eletta dal popolo (come proposto da Renzi nel 2016). Superare il bicameralismo è prioritario”

L'intervento a il Dolomiti di Sergio de Carneri, avvocato e già parlamentare con il Partito comunista italiano negli anni '70: “Il superamento della crisi del parlamento, con una riforma che superi il bicameralismo, è questione prioritaria e di importanza capitale. Questa riforma potrebbe costituire anche la base per un patto costituzionale che contempli anche il rafforzamento del ruolo del capo del governo”

Pubblicato il - 10 dicembre 2023 - 11:41

TRENTO. Con l'arrivo del Governo Meloni, in Italia si è tornati a parlare (come ciclicamente accade di legislatura in legislatura) di riforme costituzionali. Per la leader di Fratelli d'Italia l'obiettivo è il premierato (per “dare finalmente al popolo il potere di eleggere il capo del governo”), ma parlando di riforme, scrive in un lungo intervento inviato a il Dolomiti da Sergio de Carneri (avvocato e già parlamentare con il Partito comunista italiano negli anni '70), l'obiettivo “prioritario e di importanza capitale” in questo momento in Italia dovrebbe essere un altro (già proposto, tra l'altro, sette anni fa dall'allora presidente del Consiglio Matteo Renzi): il superamento del bicameralismo paritario. Una riforma, conclude l'ex parlamentare, che in definitiva “potrebbe costituire anche la base per un patto costituzionale che contempli anche il rafforzamento del ruolo del capo del governo”, in un quadro però nel quale privo dei “danni sempre più gravi” portati dal bicameralismo.

 

Ecco l'intervento integrale di Sergio de Carneri

 

Il giorno 20 aprile 2016 avrebbe dovuto rappresentare una data memorabile nella storia della Repubblica italiana. Quel giorno infatti era comparso sulla Gazzetta ufficiale il testo della riforma costituzionale che innovava nel profondo la nostra Carta fondamentale. Dopo mezzo secolo di tentativi andati a vuoto, compreso il lavoro di due Commissioni istituite con apposite leggi dal Parlamento, finalmente, dopo quattro travagliati passaggi parlamentari, la riforma era stata votata ed attendeva solo la convalida del Referendum popolare confermativo.

 

Il suo nucleo centrale era costituito dal superamento di quel bicameralismo paritario fondato sulla presenza di due Camere elette entrambe direttamente dal popolo, il cui voto congiunto, sia nella attività legislativa che nelle decisioni politiche, era necessario per la legittimità e l’efficacia di ogni deliberazione.

 

Il costituzionalista prof Stefano Ceccanti in un suo volume di cui parlerò anche in prosieguo, ha comprovato, riportando anche le testimonianze di alcuni protagonisti, che questa scelta effettuata dalla maggioranza di centro destra dei costituenti, era motivata dal timore che nelle imminenti elezioni politiche del 18 aprile 1948, lo schieramento della sinistra vincesse, per cui il bicameralismo paritario rappresentò il loro strumento principe per bloccare qualsiasi iniziativa “eversiva”.

 

Il risultato fu che per tutto il periodo repubblicano, ed anche oggi, la instabilità politica ed un sostanziale immobilismo dei fondamentali, afflissero il nostro paese, tanto che la durata media di un governo è di poco superiore all’ anno.

 

La riforma, costantemente caldeggiata dal Presidente Napolitano, corrispose sostanzialmente alle aspettative. Una sola camera, quella dei deputati, eletta direttamente dal popolo, ne assumeva la rappresentanza generale, conferiva la fiducia ai governi, deteneva, con limitate eccezioni, la esclusiva titolarità della funzione legislativa, dichiarava lo stato di guerra, e molto altro, mentre al Senato ridotto come numero dei componenti, era conferita la sola rappresentanza delle autonomie territoriali, dalle cui assemblee veniva eletto.

 

Si può dire che con l’entrata in vigore di questa riforma, la lunga transizione dell’Italia verso assetti costituzionali corrispondenti alle esigenze dei tempi, poteva considerarsi conclusa.

 

E questo fu il titolo di un libro del prof Ceccanti pubblicato nel periodo di interregno fra la pubblicazione del testo della riforma, e la data del Referendum confermativo della stessa, fissato per il 4 dicembre 2016. Solo che l’autore prudenzialmente inserì nel titolo un avverbio “scaramantico” che teneva conto delle imprevedibilità di eventi di cui la vicenda politica italiana è particolarmente ricca. Il titolo dice “ la transizione è quasi finita.” E quanto accadde dopo dimostrò la fondatezza di quel prudenziale “quasi.”

 

La bocciatura della riforma in sede di Referendum, dovuta alla bulimia di potere dell’allora presidente del consiglio Renzi, che tentò di trasformare un Referendum su di una legge costituzionale, in un plebiscito sulla sua persona, suscitando una furiosa reazione popolare, che contagiò anche la sinistra, annullò il tutto. Ne seguì un periodo di acuta crisi nel PD che si concluse con la fuoriuscita di Renzi, ma in un quadro politico di macerie.

 

Ebbene, nei 7 anni che sono seguiti, il bicameralismo paritario, uscito indenne dalla vicenda, continuò a produrre danni sempre più gravi, fino all’epilogo attuale di un governo di destra in cui gli eredi del neofascismo hanno un ruolo predominante.

 

Ma ciò che si deve soprattutto evidenziare è che in questi 7 anni il PD, rintronato dalla sconfitta, ha rinunciato alla sua battaglia per dare un nuovo assetto alle strutture della Repubblica, lasciando campo libero alla destra che oggi agita la bandiera di una riforma della Costituzione “che dia finalmente al popolo il potere di eleggere il capo del governo.” Al PD ed allo schieramento di centro sinistra è rimasto solo il ruolo del contestatore che giuoca di rimessa.

 

E’ una situazione di grande pericolosità, perché, man mano che lo stato del paese si aggrava- ed il Censis ci dà un quadro impietoso dell’Italia di oggi ed ancor più fosco di quella di domani- in mancanza di riforme costituzionali risolutive, aumenteranno in seno al popolo le pulsioni a dare finalmente il potere “ad uno, o a una, che decide”. La battaglia per la riforma non può non essere quindi immediatamente ripresa, ma non più nei termini di 7 anni fa.

 

E’ necessaria oggi più radicalità. E’ arrivato il momento di riprendere il progetto avanzato dai costituenti del PCI nel 1947, e cioè quello di una unica Camera eletta dal popolo, depositaria della sovranità popolare e di tutti poteri in cui essa si esprime. In questo quadro assumerebbe un rilevante significato riformatore la drastica riduzione del numero dei parlamentari disposta dalla legge costituzionale n-1 del 2020, allora finalizzata principalmente alla diminuzione della spesa pubblica.

Oggi essa consentirebbe, sommando i componenti delle due attuali assemblee, e riunendoli in una unica camera, di costituire un collegio assolutamente funzionale, assai inferiore, per numero di appartenenti, alla sola Camera dei deputati nella composizione antecedente la loro riduzione.

Naturalmente la camera da abolire sarebbe quella del Senato.

 

Mi guardo bene dal pronunziare condanne sommarie sul Senato dell’età repubblicana. Nelle prime legislature esso svolse una funzione di garanzia, di moderazione e di equilibrio, quando le pulsioni dell’anticomunismo sembravano prevalere sui dettati costituzionali. Tuttavia, coll’andare degli anni esso divenne sempre più il punto di riferimento delle forze che si opponevano al cambiamento, fino ad arrivare alla situazione attuale di degrado.

 

Deve però restare la elezione di una quota di appartenenti alla Camera unica, nella misura attualmente esistente, col vigente sistema dei collegi uninominali, in modo da rappresentare direttamente nelle istituzioni politiche, il grande patrimonio civile e culturale delle autonomie locali. Il resto della Assemblea unica, corrispondente nel numero a quello degli attuali deputati, dovrebbe essere contestualmente eletto, come ora, in collegi più vasti, col sistema proporzionale e con il discrimine della soglia al 5%. Sede della Camera unica dovrebbe essere naturalmente il palazzo di Montecitorio.

 

La riforma appare, dal punto di vista costituzionale relativamente semplice, ed è lo sviluppo naturale di quanto si è tentato di fare nel corso dei decenni, finora purtroppo senza risultati. Essa susciterebbe opposizioni accanite, ma anche il favore di forze politiche e vasti strati popolari, proprio per la sua semplicità e ragionevolezza. Essa individua nel rinnovamento della istituzione parlamentare la chiave di volta per avviare a soluzione la grave crisi politica che da molto tempo affligge il paese.

 

La istituzione parlamentare ha costituito la forza trainante nel processo di costruzione dello stato unitario, e la sua caduta coll’avvento del fascismo, ha rappresentato l’inizio di una stagione di grandi sciagure per il nostro paese. Né si può dimenticare che Il parlamento è stato anche il motore, dopo la nascita della Repubblica, della adozione della Costituzione, della ricostruzione, e della ascesa dell’Italia nel contesto internazionale. Per questo, il superamento della sua crisi con una riforma che superi il bicameralismo, è questione prioritaria e di importanza capitale.

 

Questa riforma potrebbe costituire anche la base per un patto costituzionale che contempli anche il rafforzamento del ruolo del capo del governo.

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