''Salvate il soldato Tonina''. I problemi politici arrivano dalla stagione Segnana: dalla scuola di medicina ai punti nascita periferici cosa cambia se l'Apss resta sé stessa?
Le categorie, i sindacati, i professionisti chiedono sia la dirigenza dell'Apss (oggi Asuit) a fare un passo indietro e non l'assessore. Perché se il Cup non funziona, se i sistemi informatici vanno in tilt, se ci sono le liste di attesa interminabili la colpa non è del politico di turno, evidentemente. Ma responsabilità politiche esistono e arrivano dalle due grandi scommesse della prima legislatura Fugatti: la prima ormai è andata e si deve solo sperare nella bravura dell'Università nel renderla un'eccellenza all'altezza dell'Ateneo, la seconda è ancora lì che ''perde'' sempre di più

TRENTO. Per citare Spielberg: ''Salvate il soldato Tonina''. Il mondo della sanità chiede a gran voce che l'assessore competente non si dimetta. Lo chiedono i sindacati, i medici, i professionisti. Tutti sanno che il problema della sanità non è lui ma chi dirige la struttura, i vertici dell'Azienda sanitaria. Perché se il Cup non funziona, se i sistemi informatici vanno in tilt, se ci sono le liste di attesa interminabili la colpa non è del politico di turno, evidentemente. Le colpe della politica sono altre ed arrivano dal passato più che dalle scelte attuali. E infatti solo una voce si è levata in difesa dei vertici dell'Azienda sanitaria. Quella dell'ex assessora competente (?) Stefania Segnana. E ci mancherebbe. E' lei che ha guidato la macchina nei cinque anni di legislatura precedente, lei assieme al presidente Fugatti, che sulle due scelte politiche che affronteremo di seguito ha messo la sua impronta in tutto e per tutto.
Strategie politiche che hanno segnato il passo e mostrato la (non) idea di sanità futura che aveva chi è andato al governo nel 2018. Due su tutte: l'Università di Medicina e i punti nascita periferici, riaperti e difesi ad ogni costo. Due modi diversi per spendere milioni e milioni di euro spostando l'Azienda sanitaria dai suoi compiti principali, curare e preservare la salute dei cittadini, per decentrarla su altri binari.
Partiamo da Medicina. Si è scelto di formare i medici di domani anche a Trento quando di facoltà di medicina ne è piena l'Italia. Negli ultimi dieci anni i posti a Medicina sono raddoppiati nello Stivale, passando da circa 10.600 nel 2014 a oltre 24.000 nel 2025 e non certo perché è nata una scuola a Trento. Le carenze, semmai, si verificano per il famigerato imbuto formativo tra università e professione. Lì si poteva incidere e lavorare. Ma si è preferito puntare sui laureati in medicina quando non è questo, la carenza di medici, il vero problema del sistema sanitario nazionale. Secondo il ''Rapporto Health at a Glance 2025'' che analizza la presenza di medici e infermieri nel confronto con gli altri paesi Ocse l'Italia è largamente sopra media tra i grandi Paesi (abbiamo 5,4 medici ogni 1000 abitanti contro una media Ocse di 3,9) ma il Trentino Alto Adige è ultima in Italia (le regioni con maggior densità sono Lazio, Sardegna, Toscana e Liguria, quelle con minor densità Valle d'Aosta, Basilicata e il Trentino Alto Adige).

Insomma i medici ci sono in Italia ma non scelgono il Trentino Alto Adige. Il problema, semmai, per i medici di casa nostra è che sono tra i più anziani di tutti. Il 44% dei medici italiani è over 55 il dato più alto di tutti i Paesi Ocse. Ma i nuovi laureati arrivano visto che negli ultimi 10 anni c'è stato un vero e proprio booster al sistema e oggi i laureati risultano essere 16,6 ogni 100mila abitanti, sopra la media Ocse (che è a 14,3 ogni 100mila abitanti). Gli altri Paesi europei hanno valori compresi tra 11 e 13, mentre Usa, Giappone e Canada sono sotto la soglia dei 9 laureati ogni 100mila abitanti.

Insomma i laureati non mancano e quindi l'idea dei Fugattis del ''facciamoci in casa i nostri medici così restano qui e siamo a posto'' non risulta essere stata una gran pensata e in compenso è costata risorse economiche, tempo, energie, spostato ambizioni e distratto da cose meno visibili (non è un caso che meno di un mese fa si è arrivati a cambiare nome all'Azienda provinciale servizi sanitari - Apss ribattezzandola Azienda sanitaria universitaria integrata del Trentino - Asuit) ma più importanti per il sistema sanitario. Lo dicevamo in tempi non sospetti (era il 2019) che al Trentino non serviva una scuola di medicina. Semmai il problema vero della sanità italiana, anche a lungo andare, è quello che mancano gli infermieri: questa è la vera partita dove si gioca la tenuta del sistema sanitario in un Paese che invecchia sempre di più (quindi le necessità di assistenza dei cittadini aumentano progressivamente nei reparti, sul territorio, nelle Rsa, nei servizi domiciliari) e dove si registrano 17 laureati in infermieristica ogni 100.000 abitanti contro i 38 della Francia e i 65 degli Stati Uniti.

Ad oggi il numero di infermieri ogni 1000 abitanti in Italia è pari a 6,9 nel 2023, in aumento rispetto al 2013 (5,1), ma largamente sotto alla media Ocse (9,2). Solo la Spagna tra i Paesi più grandi ha un numero minore (5,9). Tra i Paesi con numeri maggiori, vi sono Usa (12,4) e Germania (12,2). Fortunatamente chi è arrivato prima di Fugatti e Segnana ci aveva già pensato e con Verona è da tempo che si lavora a formare nuovi infermieri. Il Trentino Alto Adige è tra i territori nazionali messi meglio ma resta sotto media Ocse e comunque è tutto il Paese che deve riuscire a fare un cambio di passo sennò finirà male perché, come dicevamo, qui si gioca la partita principale per il sistema sanitario nazionale.

Insomma la scelta politica di Fugatti e Segnana non è stata lungimirante e resta sbagliata nel suo senso: non è mettendoti in casa un scuola di medicina che formi medici per il territorio perché un medico è una figura altamente specializzata e va dove può svolgere al meglio il proprio lavoro e dove ha maggiori margini di crescita prima di tutto professionale e poi personale. E qui arriviamo alla seconda grande scelta politica del duo Fugatti-Segnana: tenere aperti ad ogni costo i punti nascita periferici di Cles e Cavalese. Due strutture che sommate non raggiungono la soglia minima di parti fissata a livello statale per avere una deroga e restare aperti.
Per intenderci la soglia 'corretta' in termini di sicurezza e qualità di un punto nascita è ritenuta essere sopra i 1.000-1.500 parti all'anno. In queste strutture il medico lavora, tiene un ritmo tale da garantire il suo standard professionale e magari riesce a migliorarlo, la struttura per questo attira i più bravi che sanno di poter crescere e c'è un'abitudine all'intervento che garantisce sicurezza anche ai pazienti. Sotto i 1.000 si è già sotto il livello minimo. Si è fissato, però, un limite-limite di 500 per le aree svantaggiate e lontane dai centri principali. A Cavalese nel 2025 sono nati 154 bambini a Cles 193. Tenere aperte queste strutture è un danno economico per il sistema sanitario generale ma fa scappare anche i medici che vengono mandati a lavorarvici (magari anche solo per un turno per coprire i vuoti). A Cavalese il 64% di giorni nel 2025 è stato senza parti (dati al 30 novembre 2025) a Cles il 57%.

Come si può costruire un sistema sanitario attrattivo se per scelta politica si decide di investire le risorse in questo modo? I punti nascita sono un comparto isolato, non coinvolgono tutti i medici di qualsiasi specie, natura, specializzazione.
Ma il messaggio politico è chiaro, arriva forte. Le risorse in Trentino non si investono nella maniera più efficiente ma secondo logiche ideologiche, perché ''l'avevamo detto e l'abbiamo fatto''. Il danno a cascata è enorme. Sia perché si va a compiere una sorta di ingiustizia tra cittadini: tenere aperti due presidi sanitari per un totale di 347 mamme e (si ipotizza) altrettanti papà vuol dire tenere aperti due punti nascita (immaginatevi la mole di macchinari, personale, mezzi e chi più ne ha più ne metta) per ''servire'' 694 persone in un anno su una popolazione di 544mila abitanti. Sia perché quelle risorse potrebbero essere investite in altro, anche per rendere il sistema sanitario trentino più attrattivo dotandosi di macchinari più moderni, cup che non si inceppano e via di seguito.
Di tutto questo non è responsabile l'assessore Tonina che ha provato a fare il suo ed è sempre risultato critico rispetto alla seconda scelta politica, quella dei punti nascita (la prima ormai è andata e non resta che cercare di fare il meglio possibile, come sta facendo l'Università, per avere una struttura di eccellenza e all'altezza del nome di tutto l'Ateneo). I problemi arrivano da lontano, dalla prima giunta Fugatti. L'assessora Segnana la ricordano bene i trentini e il fatto che sia stata ''sacrificata'' nella giunta di nuovo mandato è stato un evidente attestato di ben servito. Un assessore, però, per lavorare davvero deve poter decidere e deve poter scegliere anche i dirigenti di cui si fida. In Provincia al dipartimento salute è arrivata una persona giovane e di valore qual è Andrea Ziglio. Qui Tonina ha potuto incidere. L'Azienda sanitaria invece è ferma da qualche anno. E tutto si è consolidato negli anni del Covid con il trio Fugatti, Segnana, Ferro che faceva le corse e i conti (che contavano male) per uscire dalle zone rosse e gialle due o tre giorni prima degli altri.
Si ipotizza un dopo Tonina con assessore alla salute Lorenzo Ossanna sempre in quota Patt (e Tonina potrebbe andare alla Cooperazione per chiudere definitivamente questa parentesi in consiglio). Ma se Tonina salta e tutto il resto rimane com'è cosa può cambiare?












