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Donne candidate: l'emendamento alla legge elettorale che ha messo in subbuglio la politica trentina."Qui non vale più la quota di genere"

Il deputato Michele Nicoletti spiega che si tratta di un emendamento tecnico che anzi estende alla nostra Regione l'obbligo del rapporto 60/40 tra donne e uomini. "Poi sta alla politica non fare escamotage per eludere la norma"

Di Donatello Baldo - 07 June 2017 - 09:32

TRENTO. “Vergogna, vergogna”. Questo è stato il grido rivolto dalla minoranza verso i banchi della maggioranza nei primi minuti della seduta del Consiglio provinciale. “Ci avete tenuti in Aula giorni e giorni sulla doppia preferenza e oggi a Roma siete voi stessi a rimangiarvi tutto”.

 

Ma cos'è successo di tanto grave? Se lo chiedono anche quelli del Pd che sembrano cascare giù dal pero. “Non sappiamo niente, l'abbiamo appreso stamattina leggendo L'Adige. Se fosse così – afferma Lucia Maestri – che a livello nazionale avessero fatto un emendamento per evitare l'applicazione in Trentino Alto-Adige della percentuale di candidati 40/60 tra uomini e donne significherebbe un passo indietro”.

 

Tutto parte da ciò che ha svelato L'Adige, di un emendamento 'suggerito' dal senatore altoatesino Karl Zeller (vecchia volpe delle leggi elettorali) che prevede questo: per il Trentino Alto Adige, che mantiene i collegi uninominali (3 al senato e 4 alla camera per ogni provincia), il rapporto percentuale del 40/60 vale solo per i contrassegni elettorali uguali, se cambia la composizione salta l'obbligo.
 

Spieghiamo meglio. Se il centrosinistra autonomista dovesse usare lo stesso simbolo nei quattro collegi trentini, due candidature dovrebbero spettare ad una donna. Ma se nel collegio della Valsugana si presentasse un simbolo diverso (ad esempio allargato all'Unione autonomista Ladina), quel seggio farebbe storia a sé e a dover obbedire al rapporto 60/40 sarebbero solo i restanti tre. Il risultato sarebbe questo: una donna in meno candidata.
 

Questo escamotage ha fatto sentire puzza di 'tranello' all'opposizione che ha persino convocato una conferenza stampa in fretta e furia per denunciare tutto questo: “Una furbata – tuona Giacomo Bezzi – il Trentino diventa la pecora nera d'Europa sulla parità di genere”. E anche Manuela Bottamedi si arrabbia: “Quale problema ha la nostra Regione con le donne? Ora voglio sentire le prese di posizione della Commissione Pari opportunità, del Comitato Non ultimi”.

 

Il 'tradimento' romano del principio di parità ha fatto trasalire anche il presidente del Consiglio Bruno Dorigatti che in un comunicato stampa afferma questo: “Un arretramento rispetto alle norme nazionali sull'equilibro della rappresentanza di genere nelle candidature è un’ipotesi da non prendere nemmeno in considerazione che costituirebbe un danno alla credibilità della nostra Autonomia”.

 

E l'imbarazzo del Partito Democratico è palpabile: “Noi sosteniamo l’obbligatorietà prevista nella legge elettorale nazionale sul rapporto tra candidature maschili e femminili di massimo 60% a 40%. La conferma per il nostro territorio dei collegi uninominali non può in alcun modo costituire un motivo per eludere l’obbligo della doppia rappresentanza di genere. A maggior ragione visto l’esito della discussione sul ddl per la doppia preferenza di genere”.
 

Ma capiamo meglio che cos'è successo in quel di Roma. Anzitutto, vediamo cosa dice l'emendamento tanto vituperato, un emendamento che non ha depositato Karl Zeller (il testo è in discussione alla Camera, Zeller è un senatore) ma scritto e presentato da un deputato del Pd, Fabio Melilli:

Nella parte consequenziale relativa all'articolo 1, dopo il capoverso comma 28, aggiungere il seguente:
   al comma 28, dopo la lettera c) aggiungere la seguente:
   c-bis) all'articolo 93-bis, comma 8, aggiungere in fine il seguente periodo: «La misura disposta dall'articolo 18-bis, comma 3.1, è determinata con riferimento al numero di candidati nei collegi uninominali della circoscrizione contraddistinti dal medesimo contrassegno e, separatamente, per il numero delle candidature di cui al comma 3, quarto periodo.».

Conseguentemente, nella parte consequenziale relativa all'articolo 2, dopo il comma 10, lettera c),aggiungere il seguente: al comma 10, lettera c) sostituire le parole: «nonché le disposizioni dei commi 4, 6 e 7» con le parole:  nonché le disposizioni dei commi 4, 6, 7 e 8».

 

Ad aiutarci a far luce sul linguaggio ostico del burocratese ci aiuta il deputato trentino Michele Nicoletti: “Premettiamo che il testo in discussione riguarda la legge nazionale, dove è previsto chiaramente che le candidature siano in rapporto del 40 e 60 tra i generi”.

 

“Una legge che vale in tutta Italia – spiega il deputato-professore – ma diversa per la nostra Regione. Qui abbiamo chiesto di mantenere i collegi uninominali e quindi per noi si è fatto il copia-incolla di quanto previsto dall'Italicum”.

 

Ma a questo punto, a qualcuno è venuto un dubbio: in Trenino Alto-Adige il principio delle quote di genere è lo stesso? “Per noi non c'erano dubbi – spiega Nicoletti – ma si è deciso di rafforzare ed esplicitare meglio il concetto, spiegando chiaramente che vale anche qui”.

 

Per questo alcuni deputati del Pd, tra cui Melillli, hanno presentato un emendamento per chiarire questa cosa: “All'articolo 93 bis, che dà disposizioni per i candidati di Trento e Bolzano, si deve applicare la stessa previsione. E naturalmente, siccome si è fatto riferimento a quanto scritto nell'articolo precedente si è riportata la stessa formula”.

 

“Ovviamente – spiega Nicoletti - il rapporto 40/60 non viene applicato a tutti i candidati di tutti i partiti insieme ma ogni partito lo deve applicare ai propri candidati. Su un tot di candidati della circoscrizione il Partito Democratico deve presentare almeno il 40% di donne, così Forza Italia, i 5Stelle e via dicendo”.

 

Nella nostra Regione, però, le cose cambiano un po' con i collegi uninominali. “Qui ci sono i contrassegni che sono espressione di una coalizione che sostengono per ogni collegio un candidato. I candidati con lo stesso contrassegno devono ovviamente applicare la regola del 40/60, ma se i contrassegni sono diversi non vale”.

 

Si tratta di logica. “Poi è la politica che decide se fare o no gli escamotage”. Se si vuole derogare si può, fatta la legge trovato l'inganno, come sempre. Basterebbe cambiare il contrassegno in ogni collegio e l'obbligo percentuale salterebbe.

 

Il senatore Franco Panizza, sempre su L'Adige ha detto che si potrebbe fare una cosa simile con la Ual in Valsugana. “Ma credo che quello di Panizza fosse un esempio di scuola per spiegare il meccanismo, che francamente è molto complicato”.

 

“Sia chiaro – conclude il deputato – il Pd non ha fatto nessuna operazione di nessun genere, ha solo sottolineato ed esplicitato che anche qui le donne devono essere rappresentate nelle candidature almeno per il 40% del totale”. 

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