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Quando a scuola si insegna a non discriminare i gay i genitori possono tenere a casa i figli. Lezioni contro il bullismo omofobico: "Vale la giustificazione non motivata"

Approvate le Linee guida  rivolte al sistema educativo per il coinvolgimento delle famiglie nel contrasto alle discriminazioni omofobiche. Zanella, Arcigay: "Umiliante per chi insegna tutti i giorni il valore del rispetto. La Giunta si è fatta dettare la linea dalle paranoie omofobiche della minoranza"

Di Donatello Baldo - 24 marzo 2017 - 20:45

TRENTO. Ora è nero su bianco, l'ha deciso la giunta. Il contrasto alle discriminazioni, al bullismo omofobico, “in un rapporto chiaro e trasparente fra scuola e famiglie”, sarà facoltativo. Non nel senso che si potrà fare oppure no – questo è purtroppo scontato, nessuno obbliga la scuola a mettere in atto questi percorsi – ma nel senso che “tramite comunicazione non necessariamente motivata” - i genitori potranno tenere a casa i figli.

 

Oggi la giunta ha deciso di accogliere le Linee guida licenziate, su proposta dell'assessore all'Istruzione e governatore Ugo Rossi,  rivolte al sistema educativo provinciale per il coinvolgimento delle famiglie nel contrasto alle discriminazioni determinate dall'orientamento o dall’identità sessuale o di genere.

 

Insomma va così, se ai ragazzi si insegna a rispettare i propri coetanei, a non umiliarli, a non vessarli con ceffoni e sfottò, le famiglie “a cui spetta il ruolo fondamentale e prioritario dell'educazione”, potranno dire “No caro figlio, alle lezioni che ti insegnano che dire frocio al tuo compagno non è giusto, io non ti ci mando”.

 

In realtà non si è deciso nulla di incredibile, già oggi le famiglie possono tenere a casa i figli. Basta la giustificazione. Ma la Giunta ha voluto ribadirlo, sottolinearlo, metterlo per iscritto come ha chiesto il consigliere Rodolfo Borga nel suo odg votato all'unanimità anche dalla maggioranza, anche dal Pd.

 

Ora proviamo a immaginare che domani la Giunta dica questo: “Nella Giornata della Memoria, in un rapporto chiaro e trasparente fra scuola e famiglie, i genitori che non vorranno far partecipare i figli alle iniziative che ricordano lo sterminio di sei milioni di ebrei nel lager nazisti potranno comunicare alle istituzioni scolastiche o formative - tramite giustificazione non necessariamente motivata – la non partecipazione dello studente alle stesse”.

 

Perché il ragionamento è poi lo stesso, e si potrebbe estendere al contrasto delle discriminazioni basate sul comportamento razzista: “Care famiglie, nei giorni scorsi un bambino di origini africane è stato insultato da alcuni suoi compagni di classe che si sono rivolti a lui usando la parola 'negro'. Vorremmo commentare quanto è accaduto e spiegare ai ragazzi quanto sia sbagliato. Se ritenete opportuno che i vostri figli non partecipino alle iniziative di contrasto del bullismo di matrice razzista potete giustificare l'assenza, anche senza motivarla”.

 

Se succedesse si solleverebbe l'indignazione generale. Ma in questo caso no. “Le sensibilità delle famiglie devono essere rispettate – dicono – il tema è delicato”. Quindi scatta il meccanismo del “primato educativo della famiglia”, che se ritiene che sia ingiusto insegnare al figlio il rispetto per le persone omosessuali può rivendicare il diritto alla non partecipazione.

 

Rossi, per mettere le mani avanti, ha ricordato un analogo pronunciamento della ministra all'Istruzione Valeria Fedeli. Ma sbaglia di grosso. Lei è intervenuta per dire che sono facoltative solo e soltanto le iniziative extracurricolari. Tutte, senza precisazioni particolari su questo o quel tema: i corsi di cucito, le visite ai musei, gli approfondimenti sulla fauna e la flora e quelli sul genere e l'orientamento sessuale.
 

Ma si riferiva ai percorsi extracurricolari: i percorsi di contrasto al bullismo e alle discriminazioni basate su orientamento sessuale e identità di genere sono invece curricolari, come prevede la mozione votata dal Consiglio provinciale.

 

Giustificazioni, per quello che è stato fatto, non ce ne sono: “Lo sbaglio iniziale – spiega Paolo Zanella di Arcigay – è stato quello dell'approvazione dell'odg di Rodolfo Borga. Un tranello messo lì per ostacolare la piena attuazione della mozione contro l'omofobia”.

 

Dal punto di vista pratico in fondo cambia poco o niente – spiega Zanella – ma da quello politico abbiamo assistito alla debolezza di una Giunta che si fa dettare la linea dalla minoranza, dalle paranoie omofobiche del consigliere Borga”.

 

La politica è fatta di principi – spiega – e sancire che la lotta alla discriminazione e al bullismo sono opzionali, sottolinearlo con una delibera è francamente umiliante per chi tutti i giorni cerca di educare all'eguaglianza, all'affermazione di valori di convivenza e pluralità. Mi riferisco agli insegnanti che non devono certo chiedere il permesso a Ugo Rossi per insegnare le basi della civiltà e del rispetto delle persone”. 

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