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Coronavirus e media, UniTn: "L'informazione non crea allarmismo, ma promuove comportamenti prudenti"

I media portano preziose informazioni o provocano inutile allarmismo? Un quesito che ha provocato molte discussioni, soprattutto in tempo di coronavirus. La ricerca dell'Università di Trento ha mostrato come una corretta informazione predisponga la popolazione ad assumere misure e comportamenti a tutela della salute personale e collettiva

Di M.Sartori - 16 febbraio 2021 - 14:31

TRENTO. Il ruolo dei media è quello di comunicare, di informare le persone su quanto succede attorno a loro. Molte volte però vengono chiamati a rispondere del modo in cui lo fanno, accusati magari di esagerare la gravità delle situazioni. Questo fenomeno si è ingigantito nell’ultimo anno con l’avvento della pandemia, quando la popolazione si è divisa tra chi sostiene i mezzi d’informazione, ritenendo prezioso il loro contributo, e chi invece li considera inutili o addirittura dannosi, accusandoli di creare inutile allarmismo.

 

Un team di ricerca dell’Università di Trento ha deciso di studiare il legame tra media, preoccupazione per la malattia e percezione del rischio di contagio da coronavirus attraverso una ricerca che coinvolto 547 soggetti provenienti da Italia, Regno Unito e Austria. I risultati dello studio (disponibile qui) mostrano uno stretto collegamento tra questi elementi e sostengono l’ipotesi per cui una corretta informazione predisporrebbe la popolazione ad assumere misure e comportamenti a tutela della protezione personale e collettiva.

 

“Abbiamo deciso di analizzare i processi che sottendono alla decisione di rispettare le misure di auto-protezione e che sono un fattore essenziale per fare una comunicazione efficace durante la pandemia. Il rispetto dei comportamenti di sicurezza da parte della cittadinanza è infatti determinante perché abbiano successo gli sforzi per contenere la diffusione del Coronavirus”, spiega Nicolao Bonini, professore di Psicologia del comportamento del consumatore e direttore del Laboratorio di Neuroscienze del Consumatore (NcLab) al Dipartimento di Economia e Management dell’Università di Trento.

 

Nello studio sono stati misurati i parametri relativi alla percezione del rischio di contrarre l’infezione e all’impegno effettivo della popolazione dei tre paesi nel rispettare le misure di auto-protezione.

 

Riprende: “L’analisi mostra che tanto maggiore è la reazione emozionale negativa (es. preoccupazione) nei confronti del Coronavirus, tanto maggiore è la percezione del rischio e, a cascata, tanto più la cittadinanza è disponibile ad attuare un comportamento protettivo. Inoltre fattori apparentemente “marginali” sono in grado di influenzare la reazione emozionale e successivamente l’attuazione del comportamento protettivo tramite un incremento nella percezione del rischio. Ad esempio, l’uso di un format comunicativo centrato sui decessi (piuttosto che sui guariti) induce maggiore preoccupazione e maggiore percezione del rischio e, indirettamente, una maggiore disponibilità ad attuare i comportamenti protettivi”.

 

Dunque l’attività portata avanti dai giornali e dai media in generale durante l’emergenza non avrebbe creato “inutile allarmismo”, come sostengono alcuni, ma anzi, avrebbe aiutato ad aumentare i comportamenti di cautela in tempo di pandemia.

 

La ricerca ha anche evidenziato quali possano essere invece gli errori di comunicazione in queste situazioni. Secondo il professor Bonini infatti è stato rilevato come “il confronto con epidemie meno gravi, come ad esempio quella influenzale, possa determinare, per assimilazione, una sottovalutazione del rischio Coronavirus”.

 

L’indagine verrà portata avanti anche nel biennio 2021-2022 grazie a nuovi finanziamenti e verrà condotta in collaborazione con il Laboratorio di Neuroscienze del Consumatore. In questo modo sarà possibile utilizzare la strumentazione del laboratorio per misurare le risposte fisiche alle emozioni effettivamente provate.

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