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Università, il Censis declassa Trento che finisce al terzo posto. Deflorian: "Prima o poi doveva accadere ma siamo sul podio''

La nuova classifica Censis sottolinea un calo di immatricolazioni pari al 2,8%, in particolare per quanto riguarda studenti maschi e università nel Sud Italia. Il ranking riconferma il primo posto di alcuni atenei mentre declassa l'Università di Trento che, se fino allo scorso anno si trovava in prima posizione, occupa quest'anno il terzo posto nella lista dei medi atenei statali

Di Sara De Pascale - 11 luglio 2022 - 19:21

ROMA. É finalmente disponibile la nuova classifica Censis 2022/2023, appuntamento annuale che guarda alle università italiane statali e non stilando un rapporto utile per l'orientamento di chi si trova in procinto di scegliere quanto sarà del proprio futuro. Un ranking elaborato tenendo conto di: strutture disponibili, servizi erogati, borse di studio, livello di internazionalizzazione, comunicazione e occupabilità, stilando inoltre classifiche dedicate alla didattica delle lauree triennali, dei corsi a ciclo unico e delle magistrali biennali secondo la progressione della carriera degli studenti e dei rapporti internazionali.

 

"Si tratta di un’articolata analisi del sistema universitario basata sulla valutazione degli atenei (statali e non statali, divisi in categorie omogenee per dimensioni) - recita lo stesso resoconto del Censis -. Complessivamente vi sono 69 graduatorie, a partire da 924 variabili considerate, che possono aiutare i giovani e le loro famiglie a individuare con consapevolezza il percorso di formazione".

 

In particolare, il report racconta una "prevedibile" diminuzione pari al 2,8% delle immatricolazioni fra 2021 e 2022, dovuta "alla crisi pandemica", che ha portato a contare 9400 studenti in meno negli atenei italiani. Alunni decisi a non iscriversi "a causa di criticità congiunturali e di iniquità strutturali, che condizionano l’accesso alla formazione universitaria", si legge nella classifica Censis 2022/2023.

 

A mettere da parte l'idea di laurearsi sono stati soprattutto studenti maschi (-3,2%), che costituiscono una percentuale maggiore rispetto a quella delle femmine (-2,6%). A risentirne in maggior misura sono state le università nel Sud Italia, che hanno registrato "la variazione negativa più marcata: oltre 4900 immatricolati in meno", diminuzione che, secondo la maggior parte dei rettori, è da imputare alla crisi economica in atto. 

 

Alle prime constatazioni generali, segue poi la classifica degli atenei italiani partendo dai mega atenei statali (con oltre 40mila iscritti) la cui prima posizione è occupata dall’Università di Bologna, seguita dall’Università di Padova e La Sapienza di Roma, che occupa invece il terzo posto.

 

Tra i grandi atenei statali (da 20mila a 40mila iscritti) è l'Università di Pavia a aggiudicarsi il primo posto. Segue l’Università di Perugia, che dopo un lungo periodo di  primato retrocede in seconda posizione accanto all’Università della Calabria  che si colloca invece in terza.

 

La classifica dei medi atenei statali (da 10mila a 20mila iscritti) si apre invece con l’Università di Siena, che con 96,7 punti si guadagna la prima posizione, detenuta lo scorso anno dall’Università di Trento, che con 94,8 punti scende in terza posizione a causa della perdita di 10 punti nell’indicatore relativo all’occupabilità. "Prima o poi doveva succedere - commenta Flavio Deflorian, rettore dell'Università di Trento - ma siamo comunque sul podio", sottolinea.

 

A penalizzare l'Unitn è stata per l'appunto una perdita di punti a livello di "occupabilità", parametro che indica la percentuale di occupati post lauream e relativi stipendi: "In generale, quello dell'occupabilità non è un indicatore chiaro in quanto non ci dice che lavoro stanno facendo i nostri laureati. Non sappiamo quindi se un laureato in ingegneria lavori o meno come ingegnere. Dati che dovrebbero quindi anzitutto entrare più nello specifico e che, dopo scrupolosi controlli da parte del nostro team, a noi non risultano calati per quanto riguarda Trento. Ad ogni modo, il calo secondo Censis ci sarebbe stato in tutti gli atenei. Sospettiamo che il problema sia relativo a una modifica dell'algoritmo con cui calcolano tale parametro, che alla fine ha penalizzato tutti, nessuno escluso: siamo infatti in attesa di chiarimenti", continua Deflorian. "Un decremento più significativo lo abbiamo riscontrato piuttosto nei nostri servizi di diritto allo studio: siamo infatti scesi di ben 7 punti rispetto agli scorsi anni. Si tratta di servizi che competono all’Opera universitaria (e quindi alla Provincia): fra i motivi, non vi è nulla di politico. Il calo è da imputare per l'appunto a pandemia e lockdown: il 70% dei nostri studenti proviene da fuori provincia e a causa del Covid  sono stati a lungo impossibilitati a raggiungere gli spazi universitari, motivo per cui l'Opera ha erogato il 20% di pasti in meno. Stiamo pagando una penalità transitoria, fiduciosi che i numeri presto risaliranno", conclude il rettore. 

 

Fra i piccoli atenei statali (fino a 10mila iscritti) l’Università di Camerino si aggiudica il primo posto, accompagnata dalle Università di Macerata e Mediterranea di Reggio Calabria che occupano invece rispettivamente la seconda e terza posizione in classifica. A primeggiare in quella dei politecnici è anche quest’anno il Politecnico di Milano, seguito dal Politecnico di Torino. 

 

Per quanto riguarda i grandi atenei non statali (con oltre 10mila iscritti), in prima posizione viene riconfermata l’Università Bocconi e in seconda l’Università Cattolica. Tra i medi (da 5mila a 10mila iscritti) è la Luiss a collocarsi in testa, seguita quest’anno dallo Iulm. Tra i piccoli atenei (fino a 5mila iscritti), infine, è prima la Libera Università di Bolzano.

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