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Bottiglie come opere d'arte e vetro per garantire la purezza: da Levico Acque a Surgiva in Trentino l'acqua è una cosa seria

Oggi è la Giornata dell'Acqua e nella nostra provincia ci sono eccellenze mondiali che hanno trasformato quella del bicchiere d'acqua in un gesto che va oltre il semplice dissetarsi e si trasforma con gli Slow Drink e i Water Bar in qualcosa di unico

Di Nereo Pederzolli - 22 marzo 2018 - 17:28

TRENTO. C’è chi scava per trovarla (e lo fa per dissetare i più bisognosi) ma anche chi la degusta come fosse un vino di blasone. Altri ancora la usano per mixare ingredienti, per valorizzarla. Tanti ovviamente la bevono, ma i più – nelle zone dove abbonda – la sprecano. Gettando acqua in ogni situazione, la banalizzano, la rendono priva di valore, non solo quello economico. E pensare che l’acqua è un bene comune. Da rispettare. Indispensabile e contemporaneamente ripudiata, in un rapporto di odio/amore come pochi altri possono vantare.

 

Simbolo di vita, altrettanto elemento che può essere devastante. In compenso le fonti possono dare vita a forme appunto vitali. Ma andiamo per ordine. Cercarla in fondo a pozzi scavati in zone desertiche è opera sublime di solidarietà. Associazioni nate tra le Dolomiti sono presenti da anni in aree dove per sorseggiare un liquido simile a quella che noi chiamiamo ‘acqua’ le comunità devono percorrere decine di chilometri. Senza garanzie. Ecco allora – tra i più attivi – i gruppi missionari, padri francescani o cappuccini che diventano pratici rabdomanti. Scavano micro pozzi e recuperano ogni flebile falda. Una pratica di ‘acquedotto solidale’ che l’Acav di Trento ha concretizzato in mezza Africa. E continua a farlo, coinvolgendo pure centri di ricerca, Università di Trento compresa. Con esperimenti che non solo captano acqua in profondità, ma anche costruendo artigianali ‘celle solari’, sfruttando la condensazione, l’escursione termica.

 

Poi ci sono quelli che la degustano, curiosi idro-sommelier, per nulla impreparati. Carpiscono differenze tra acqua acida, salata o amara, magari pure con impercettibili note dolci. Per scegliere quella giusta da abbinare al cibo. Liscia (o piatta), leggermente frizzante (o mossa) o decisamente spumeggiante. Acqua solitamente degustata in appositi bicchieri (anche la forma è importante) per carpirne proprietà intrinseche, impercettibili ai più. Ma cimentarsi nella degustazione comunque costa decisamente meno che affrontare uno champagne o uno dei migliori Trento Doc. E capire è sempre utile. Per educare il nostro gusto. Anche con questo liquido troppo spesso banalizzato.

 

Acqua in bottiglia, dunque acqua minerale. Le aziende dolomitiche di questo settore sono tra le più qualificate, assolutamente certificate. Difficile elencarle in poche righe. Da ribadire come la maggior parte scelgano di sfruttare le loro fonti senza ricorrere ai contenitori in plastica. Una scelta di responsabilità ambientale, sicuramente non di speculazione economica. Per capirci: il vero businnes delle acque minerali è in gran parte legato alla produzione di bottiglie in plastica. Non a caso le aziende che sfornano i contenitori in Pvc sono spesso le maggiori azioniste degli acquosi ‘marchi minerali’.

 

In bottiglia di vetro – e solo in questo materiale – troviamo nomi famosi, a partire dalla Surgiva, da anni in piena sintonia con il fascino delle bollicine del loro Ferrari. Acqua della Rendena, acqua presente nella ristorazione più qualificata, non solo quella italiana. Imbottigliamento in vetro e accostamenti ambientali. Tra questi citazione assolutamente di rilievo per la Levico. Che da qualche anno – sotto la direzione di Mauro Franzoni, imprenditore bresciano, cultore del biologico, ottimo spumantista in quel di Corte Bianca, in Franciacorta – ha fatto della leggerezza di quest’acqua un simbolo di eco sostenibilità. Accostandola alla naturalità artistica delle strutture della Valsugana, quelle che si stagliano nel cielo tra i boschi di Arte Sella. Dedicando ad una stupenda installazione artistica – Le soleil, di Francois Lelong, 2008 – le etichette delle tre ‘sue Levico’, varianti cromatiche a seconda del grado di ‘carbonica’ che le scuote nella dinamicità gustativa.

 

E ancora: acqua da mixare. Per farne ad esempio degli ‘Slow Drink' bibite frizzanti assolutamente biologiche, per soddisfare il gusto dei consumatori più accorti. In questo la Levico ha coinvolto Daniele Reponi, cuoco presente in numerosi programmi tv, che ha elaborato particolari, golosi accostamenti gastronomici. Farcendo panini e abbinandoli a bibite particolari. Come acciuga, caciotta, albicocche secche e nocciole da gustare sorseggiando una bibita a base di chinotto. Poi, panino con burrata e cicoria, in sintonia con aranciata Levico; il pane con gamberi freschissimi, cavolo cappuccio, maionese e pepe, accostati all’acqua con melagrana. E altri ancora, con consigli per ‘sperimentazioni in proprio’.

 

Stanno nascendo i ‘Water Bar’, che scritto così proprio tanto bene non suona. Resta comunque che sempre più locali di tendenza servono acque minerali di grande personalità. Custodite da bottiglie con forme stravaganti e proposte a prezzi talvolta molto più consistenti di certi vini bianchi di facile reperibilità e tutelati pure dalla Docg. Un solo esempio: acqua proveniente dalla Norvegia, bottiglia perfettamente cilindrica, come fosse un profumo, servita a quasi 20 euro. Fate voi.

E veniamo all’acqua sprecata. Quella che paga carenze strutturali, una rete idrica obsoleta, un vero colabrodo. Ma pure acqua assurdamente sprecata nell’uso quotidiano, sperperandola in prolungati lavaggi di verdure, in vasche da bagno che imitano (lasciando aperto il bocchettone dello scarico) qualche esclusivo ‘idromassaggio’, consumando pure l’energia che genera il caldo.

 

Spreco pure nel fabbisogno quotidiano. Stando ad una recente indagine, solo una persona su tre beve l’acqua del rubinetto. Non ci fidiamo – assurdamente – di quanti controllano gli acquedotti pubblici. E quando la beviamo, lasciamo scorrere dal rubinetto flussi altrettanto ‘sprecosi’.

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