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Dai campi profughi all'accoglienza diffusa: quando erano i trentini ad essere chiusi nelle baracche dagli austroungarici e venivano disprezzati dagli italiani

Questo articolo ne contiene altri due dove si spiega come vennero trattati alcuni dei 105.000 profughi trentini della Grande guerra (in quello che era il loro Paese e in quello che lo diventerà). Di questi temi parlerà a Levico Frizzera, autore del libro ''Cittadini dimezzati: i profughi trentini in Austria-Ungheria e in Italia 1914-1919''

Di Luca Pianesi - 23 ottobre 2018 - 15:28

TRENTO. Profughi trentini, mal sopportati, guardati con sospetto, messi ai margini della società civile dalle autorità del loro Stato d'appartenenza, l'Impero austroungarico. E poi gli sfollamenti nella parte ''italiana'' il loro sparpagliamento in circa 270 località differenti, e il sussidio statale parificato a quello dei profughi di cittadinanza italiana. Si parlerà dei circa 105.000 trentini che durante la Prima guerra mondiale vennero allontanati dalla loro terra e per tre anni vissero in Austria-Ungheria (in 77.000) e in Italia (circa 28.000) come profughi, domani sera nella sala consiliare di Levico.

 

Alle 20.30, infatti, Diego Leoni dialogherà con Francesco Frizzera assistente di ricerca in storia moderna e contemporanea in Germania (Università di Eichstaett-Ingolstadt) e da poco tempo assegnatario di ricerca in storia economica a Trento (Dipartimento di Economia e Management) e autore dell'interessantissimo libro ''Cittadini dimezzati: i profughi trentini in Austria-Ungheria e in Italia 1914-1919''. Parleranno di profughi e soprattutto di profughe, con bambini e anziani al seguito, costretti a lasciare le loro case perché si trovavano sulla linea del fronte.  

 

 

Il volume, edito da "Il Mulino", si concentra sul trattamento che i due Stati riservarono ai profughi, sui concetti di migrazione volontaria e spostamento forzato e, infine, su come questa esperienza abbia inciso sul vissuto del gruppo degli sfollati.

''A partire dal maggio 1915 - ci spiega l'autore Frizzera - il Trentino venne tagliato in due dalla linea del fronte. La porzione settentrionale rimase sotto il controllo delle autorità asburgiche, che delegarono l’amministrazione civile all’autorità militare. I distretti meridionali, invece, oltre la linea di difesa, vennero rapidamente occupati dalle truppe italiane e amministrate dal Regio esercito per mezzo di un organismo creato a tal scopo presso il Comando Supremo, il Segretariato Generale per gli Affari Civili".

 

"Quanti si trovavano in prossimità della linea del fronte - prosegue Frizzera - o nelle città fortezza come Trento e Riva, a nord della stessa vennero evacuati per ordine delle autorità asburgiche, in buona parte sulla base di piani preordinati; gli sfollamenti, che coinvolsero 75.000 persone, avvennero per un mix di motivazioni umanitarie, militari ed economiche; dai report delle autorità austriache emerge tuttavia anche la volontà di liberare le retrovie del fronte dalla popolazione di lingua italiana, che veniva percepita come scarsamente affidabile". (QUI L'ARTICOLO CHE MOSTRA COME VENIVANO TRATTATI). Queste persone vennero distribuite nelle regioni interne dell’Impero. Chi era sfollato con propri mezzi, poteva dimostrare un’utilità allo sforzo bellico o disponeva di denaro, poteva stanziarsi in Tirolo, rinunciando all’assistenza statale (''furono circa 12.000 persone'' racconta ancora il ricercatore).

 

"Gli altri - prosegue - vennero inviati nei Länder austriaci o di lingua ceca/tedesca. Dopo una sommaria divisione effettuata presso la stazione di perlustrazione di Salisburgo, questi vennero smistati in villaggi o in campi profughi di grandi dimensioni, chiamati Flüchtlingslager, costituiti di baracche di legno. Circa 20.000 finirono nelle baracche in Alta e Bassa Austria. Gli altri vennero dispersi in più di 3000 villaggi, in piccolissimi gruppi, in Boemia, Moravia e Salisburghese, dove ricevevano un magro sussidio statale".

 

Al contempo, a sud del fronte la stessa dinamica venne messa in moto anche dalle autorità italiane (QUI L'ARTICOLO CHE MOSTRA COME VENIVANO TRATTATI). "Queste non disponevano di piani preventivi di evacuazione - spiega ancora l'autore del libro - e quindi in un primo momento si limitarono a sfollare abitati che si trovavano sulla linea del fronte o in cui la popolazione aveva mostrato apertamente di non accettare l’arrivo delle truppe regie. Si tratta di evacuazioni numericamente limitate, che coinvolsero la Valle del Chiese, il Livinallongo e l’Altopiano di Brentonico. Solo dal maggio 1916 la situazione militare, caratterizzata dall’avanzata austriaca sugli Altipiani e in Valsugana, spinse le autorità ad evacuare massicciamente la popolazione verso le province italiane. Lo sfollamento coinvolse nel complesso 28.000 civili, che vennero sparpagliati in tutte le province del regno, in circa 270 località differenti, solitamente in colonie di medie dimensioni o in edifici abbandonati. A costoro venne corrisposto un sussidio statale parificato a quello dei profughi di cittadinanza italiana".

 

Infine, non va dimenticato il fatto che altri trentini vissero il periodo bellico in esilio. 6-7000 persone circa lasciarono la regione entro il maggio 1915 e fuggirono nel Regno d’Italia, in parte per motivi ideali – ben riscontrabili nei circa 700 volontari trentini che combatterono nel Regio Esercito – in parte per opportunismo. Altri 2500 trentini circa, fatti prigionieri dall’esercito russo durante le campagne galiziane del 1914, vennero rimpatriati in Italia dal campo di prigionia di Kirsanov nel 1916 e rimasero nel Regno fino alla fine delle ostilità. Inoltre, circa 2500 persone vennero internate o confinate dalle autorità austriache per sospetti – spesso non verificati – di irredentismo, mentre altre 1.500 persone circa venivano internate dalle autorità italiane per sospetti di austriacantismo. In sostanza, quasi un terzo della popolazione italofona del Trentino visse il periodo bellico come sfollata dalle proprie abitazioni, in contesti statuali o linguistici differenti dal proprio.

 

Ma come vennero trattati i trentini dai loro, all'epoca, dai connazionali austroungarici? ''Sia di qua che di là del confine - risponde Frizzera - vi era un crescente clima di sospetto e discriminazione nei confronti dei nuovi arrivati, che venivano separati dalla popolazione ospitante, nascosti alla vista, in alcuni casi internati od espulsi con la forza. Le politiche di aiuto e assistenza messe in atto dai due stati nemici in molti aspetti si assomigliano e tendono a mettere in primo piano meccanismi di controllo più che pratiche di assistenza. Le storie dei profughi trentini sono in grandissima parte storie di profughe. Son donne in grandissima parte le scriventi che hanno lasciato un diario o una memoria di questa esperienza. Sono le donne trentine – più che gli uomini - che devono affrontare la sfida inedita della mobilità imposta e provvedere a sostentare famiglie numerose, composte di numerosi bambini e anziani''.

 

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