I profughi trentini chiusi nei Lager col filo spinato sotto l'Impero Austroungarico: ''Qua siamo come schiavi, derisi e disprezzati''
Alcuni passaggi del libro ''Cittadini dimezzati: i profughi trentini in Austria-Ungheria e in Italia 1914-1919'' che mostrano come venivano trattati alcuni degli sfollati trentini in quello che all'epoca era il loro Stato

TRENTO. Come venivano trattati i profughi trentini nel loro stato di appartenenza, l'Impero Austroungarico? Ce lo spiega l'autore del libro ''Cittadini dimezzati: i profughi trentini in Austria-Ungheria e in Italia 1914-1919'' Francesco Frizzera.
PROFUGHI IN AUSTRIA-UNGHERIA:
Condizioni di vita nei campi profughi:
Dato il progressivo e rapido peggiorare dei rapporti di convivenza tra profughi trentini e ospitanti in Alta Austria, si decide di concentrare i profughi in un campo profughi di gradi dimensioni, appositamente eretto a Braunau am Inn, dove poi verranno concentrati 8.000 trentini. Il Capitano distrettuale di Braunau nota già il 5 ottobre che “tra profughi e locali si sta insinuando una certa diffidenza ed un malessere piuttosto percettibile.” Il tutto sarebbe peggiorato dal fatto che l’erigendo Lager di Braunau viene circondato da filo spinato, a differenza del vicino campo per prigionieri di guerra russi: secondo il Capitano ciò “trasmette l’impressione di una prigionia e questa misura ha causato anche presso la popolazione locale l’impressione che il Governo debba nutrire una certa diffidenza nei confronti dei Sudtirolesi, dato che fino ad oggi nessuna misura divisoria è stata adottata per il campo destinato ai prigionieri di guerra”. ANNO 1915
Visionando il Regolamento del campo profughi di Braunau, emerge come la vita all’interno del campo sia soggetta ad una legislazione parallela, slegata dai codici civile e penale vigenti al di fuori dello stesso. Il primo paragrafo è relativo alla questione del disciplinamento, che è evidente nella sua forma esteriore fin dal primo passaggio. “L’accampamento [...] si compone di 88 baracche. Ogni 8 baracche e una cucina formano una Sezione. Dette baracche si suddividono in due categorie. [...] Ad ogni Sezione è preposto un capo-sezione; ad ogni baracca di famiglia un capo-baracca e ad ogni baracca comune due capi-baracca. [...] È proibito severamente ai profughi di trasferirsi in un’altra baracca senza il permesso della Direzione e così pure di abbandonare il campo senza espresso permesso in iscritto”.
In breve, la descrizione di una caserma con alloggi comuni, dato che le baracche di famiglia e quelle comuni contenevano rispettivamente 105 o 152 persone. Il disciplinamento è poi legato al rango e all’autorità. “Il personale collocato nelle baracche dipende in prima linea dai propri capi-baracca, i quali a loro volta sottostanno ai propri capi-sezione, e questi alla Direzione. Gli abitanti delle baracche devono ubbidire ai capi-baracca e questi qualora gli abitanti delle baracche non avesse a prestare ubbidienza, sono autorizzati di presentare la loro denuncia al capo- sezione.” Qui, poco alla volta, si comprende come il controllo all’interno del Lager non sia garantito dalla legislazione vigente, ma da una rigida catena gerarchica che prende decisioni in assoluta libertà.
“Contro le disposizioni ed ordini emanati dal capo-baracca resta libero agli abitanti delle baracche il reclamo [...] al rispettivo capo-sezione. È escluso ogni altro rimedio di legge”. Segue poi un rigido regolamento, piuttosto restrittivo, dettagliato e burocratico, che inibisce qualsiasi libertà o ingerenza. “È vietato severamente [...] di presentarsi all’interno delle cucine sia per fare domande [...] sia per fare lagni. [...] Gli abitanti delle baracche devono [...] mantenere quell’ordine e quella decenza corrispondenti ad un sano regime di famiglia [...] evitando parole e fatti che possano provocare scandali, provocazioni, suscettibilità, odi, malversazioni, litigi o risse. Verificatisi tali casi, resta libero ad ognuno degli abitanti delle rispettive baracche di portare il fatto a conoscenza del proprio capo-baracca [...] che agirà a seconda del caso contro i colpevoli o da solo direttamente con redarguizione, o a mezzo di denuncia alla Direzione.” ANNO 1916
Il deputato Valentino Pittoni riporta come «i deputati non potevano visitare i profughi, i loro rappresentanti non potevano aiutarli, loro non potevano scrivere e sui giornali non poteva comparire nulla. Dopo che io stesso ero stato privato della libertà di movimento in zona di guerra, pregai un mio collega di visitare i profughi, affinché anche noi venissimo edotti delle loro condizioni ... e potessimo portare all’attenzione delle autorità preposte che cosa si poteva fare. Signori, anche il titolo dell’articolo e la firma del mio collega vennero censurati». 1917
Condizioni di vita e rapporti coi locali in Boemia e Moravia dopo il 1917:
In Boemia, Giuseppina Filippi Manfredi annota nel suo diario come al negozio di alimentari “la padrona, che Dio la [...] merita! Alza la voce e dice: basta ai taliani!”; alcune righe dopo annota: “Le nostre povere vecchie derise e percosse! [...] Una cescha alza la voce sembra un’energuomena indiavolata e: Non lasceremo avere carbone ai taliani!”. ANNO 1917
Lettera intercettata da Aussig, in Boemia, 1917: Scorrendo il testo, emergono dettagli interessanti: “I capocomune ci negano i nostri diritti e quando si va a prendere le mercedi noi profughi dobbiamo sempre essere gli ultimi altrimenti i Boemi si scagliano contro di noi con tutte le ingiurie possibili”. Emerge, in maniera evidente il contrasto nascente tra ospiti e ospitati, con le autorità locali che preferiscono tutelare i propri concittadini nella miseria generalizzata. Il meccanismo di assistenza si inceppa, ed emerge poco per volta la conflittualità nazionale. Gli scriventi fanno gruppo, i confini identitari si irrigidiscono: “mai un animo buono dal Nostro Trentino fu da noi per consolarci” mentre “qua siamo come gli schiavi [...] sempre avviliti, derisi, disprezzati, [...] ridotti all’impotenza. [...] Più martiri di così non si potrebbe essere”.













