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Quando i trentini, profughi in Italia, non si adeguavano ai ''nostri costumi'' ed erano considerati ''austriacanti''

Alcuni passaggi del libro ''Cittadini dimezzati: i profughi trentini in Austria-Ungheria e in Italia 1914-1919'' che mostrano come venivano trattati alcuni degli sfollati trentini in quello che diventerà il loro futuro Stato

Pubblicato il - 23 ottobre 2018 - 15:18

TRENTO.  Come venivano trattati i profughi trentini dallo stato ''invasore'', il Regno d'Italia? Ce lo spiega l'autore del libro ''Cittadini dimezzati: i profughi trentini in Austria-Ungheria e in Italia 1914-1919'' Francesco Frizzera.

 

PROFUGHI IN ITALIA:

 

Modalità di sfollamento:

 

Secondo la testimonianza di Amabile Maria Broz l’ordine di sgombero venne notificato in Vallarsa da due finanzieri, ma al rifiuto di partire «le guardie si arrabbiarono, me ne anno deto d’ogne qualità, maledissero il sangue nostro ci dissero veri austriacanti e continuarono mille ingiuramenti». Al contempo gli abitanti delle frazioni di Obra venivano seguiti dai militari, che «gli obligavano di proseguire il camino altrimenti gli minaciavano la fucilazione». La mattina seguente venne chiarito che chi voleva andare con gli italiani poteva avviarsi verso il passo di Pian delle Fugazze, mentre chi voleva restare poteva farlo. Nonostante ciò, «erano tutti li italiani cattivissimi [...] vennero tanti soldati e fecero partire la maggior parte di persone, minaciando il bombardamento di tutto il paese»

 

 

Esempi di invio al confino di profughi senza addebiti formali:

 

A titolo di esempio si veda il caso dei profughi irredenti ricoverati a Pinerolo; il prefetto di Torino, infatti, comunicò alla Direzione Generale di Pubblica Sicurezza il 19 giugno 1918 che “i sottosegnati profughi tengono un contegno poco corretto e patriottico e si vuole che nutrano sentimenti anti- italiani. Però fino ad ora non è stato possibile avere prove sufficienti per formulare a loro carico una denuncia alla Autorità Giudiziaria. Il provvedimento più pratico ed opportuno per eliminare il ripetersi di tali inconvenienti [...] sarebbe quello di allontanarli colle rispettive famiglie.”

 

Casi analoghi si possono reperire in altre provincie. Nel febbraio 1918 ad esempio la prefettura di Milano chiese l’allontanamento di profughi della Valsugana dimoranti a Lodi perché “era corsa voce che nello scorso autunno, durante l’avanzata nemica, in un pubblico esercizio di Lodi, alcuni profughi della Val Sugana [sic!] qui ricoverati, abbiano brindato all’esercito austriaco. Dalle indagini praticate è stato possibile formarsi la convinzione della probabilità del fatto in parola, quantunque non siansi potute, in proposito, raccogliere prove e testimonianze sicure. [...] Un tale contegno è pericoloso [...] ed io non esito a dichiarare essere urgente e necessario l’internamento in Sardegna dei più accesi tra i detti austriacanti [...].” Seguono le generalità di 13 persone, il cui internamento verrà confermato dal Ministero dell’Interno, che disporrà l’invio a Lipari dei profughi sopra indicati.

 

 

Prendiamo ad esempio la comunità di Vallarsa, sfollata a fine maggio 1916 e inviata, in prima istanza, nel campo fiera di Legnago, in condizioni abitative e sanitarie disastrose. Anche piccoli episodi di ostilità, come l’aver indossato abiti particolari in occasione dell’anniversario di nascita dell’Imperatore Francesco Giuseppe, venivano puniti con l’allontanamento dalla colonia e l’internamento, in questo caso di 12 persone, “germe di eterno malcontento e di erronee interpretazioni dei fatti ed anche di sobillazione tra i profughi stessi”. I 12 responsabili vennero inviati in “località non migliori di Legnago” quale “efficace punizione”, sebbene la dinamica dei fatti non fosse chiara. Chiara era invece la motivazione che aveva portato all’allontanamento: l’obbiettivo era che queste misure “costituiscano non soltanto una punizione, ma puranco un esempio.”

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