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Frammenti di storia della Grande Guerra, le tappe dallo scoppio delle ostilità alla memoria del conflitto

Centocinque anni fa scadeva l'ultimatum dell'Austria-Ungheria alla Serbia, con cui si dava avvio al primo grande massacro novecentesco. A nulla valsero le trattative di luglio; la dichiarazione di guerra, che giungerà qualche giorno dopo, farà scattare il sistema d'alleanze, precipitando l'Europa verso il baratro

Di Davide Leveghi - 28 luglio 2019 - 14:58

1914: l'appello di Francesco Giuseppe ai suoi popoli

A un anno dal centenario della conclusione della Grande Guerra, cerimonie e celebrazioni si sono ripetute per tutta Europa. Trento ha accolto le penne nere, in una grande festa tra qualche disagio per i sabotaggi anarchici, i borbottii dei nostalgici asburgici e qualche scena poco edificante.

1914: è il 28 luglio quando scade l'ultimatum lanciato dall'Austria-Ungheria alla Serbia. Tre giorni dopo l'imperatore impartirà l'ordine di mobilitazione. Saranno più di 55mila i trentini che parteciperanno al conflitto in divisa austriaca, 10500 quelli che non torneranno più a casa. Inviati a est, dove devono affrontare le truppe zariste, gli eserciti dell'Imperatore Francesco Giuseppe subiscono pesanti perdite. Dopo il primo anno di guerra, tra caduti, dispersi e prigionieri, l'Austria-Ungheria perderà 994mila uomini, più di metà del bilancio conclusivo.

 

1915: la dichiarazione di guerra del Regno d'Italia all'Austria-Ungheria

Il 24 maggio 1915 l'Italia, dopo aver sconfessato la Triplice Alleanza che la legava alle due potenze tedesche e a seguito di negoziati segreti con le potenze dell'Intesa, dichiarava guerra all'Austria-Ungheria. Il Trentino diviene da subito campo di battaglia, tanto che le autorità di entrambi i paesi, in forma più o meno organizzata e pianificata, si trovano a gestire migliaia di profughi. 75mila quelli trasferiti dagli imperiali in Boemia, Moravia e Austria, 30mila, invece, quelli distribuiti nelle decine di campi improvvisati dalle autorità regie in tutta la penisola. Il trattamento, su entrambi i fronti, fu contraddistinto da sospetti, detenzioni in condizioni pessime, miseria.

 

1916: i fronti della guerra italo-austriaca

La linea del fronte taglia la Alpi, dallo Stelvio alle Dolomiti, da Asiago alle rive dell'Isonzo. In Trentino la guerra si assesterà in uno scontro di posizione, sul Carso, invece, si ripeteranno continuamente degli attacchi tanto sanguinosi quanto inconcludenti. Cadorna di dimostrerà più attento ad accontentare stampa ed opinione pubblica che a ottenere vantaggi strategici. Si minano le montagne, si scavano gallerie, si costruiscono cunicoli tra i ghiacci. L'Austria-Ungheria risponde al “tradimento italiano” con la Strafexpedition, una “spedizione punitiva”, frenata a fatica dalle truppe regie. Il massacro si conclude senza alcun decisivo avanzamento del fronte.

 

1917: Caporetto

Migliaia sono i prigionieri catturati sul fronte orientale. Si stimano 20-25mila italiani d'Austria, di cui più della metà presumibilmente trentini, concentrati nei campi di prigionia- il più celebre quello di Kirsanov, in Russia-, consegnati a delle famiglie per i lavori nei campi e nei boschi. Il loro itinerario di ritorno sarà irto di ostacoli, talvolta rocambolesco. La confusione regnante in Russia, dove il clima rivoluzionario spinge i soldati ad abbandonare il fronte, porterà il gigante slavo a ritirarsi concludendo una pace umiliante e sprofondando al tempo stesso nella guerra civile. D'altro canto, le masse di tutto il mondo trarranno ispirazione dai soviet e dalla trionfante rivoluzione bolscevica. L'uscita di scena della Russia porta immediate conseguenze sul fronte italo-austriaco, liberando truppe che, concentrate sulla linea di frontiera, sfondano nell'ottobre giungendo fino al Piave, dove una tenace resistenza impedisce agli austro-tedeschi di arrivare a Venezia. È una ritirata tra “apocalisse e carnevale”, in cui si respira un'atmosfera da rivoluzione. La disfatta di Caporetto sancirà importanti cambiamenti sia politici che dei vertici militari, con il cambio di governo, il compattamento del fronte interno e la sostituzione di Cadorna da parte di Armando Diaz.

 

1918: l'annuncio di Pecori Giraldi

I comandi italiani cercheranno di lavare l'onta di Caporetto ottenendo una schiacciante vittoria, ma gli equilibri sembrano cambiare più per lo sfaldamento dell'esercito austro-ungarico che per gli attacchi delle truppe regie. Vittorio Veneto sancisce la definitiva uscita di scena di un Impero dilaniato dalle tendenze centrifughe delle diverse nazionalità che lo compongono. Il 3 novembre l'armata guidata dal generale Pecori Giraldi entra a Trento. Si aprirà la fase del Governo militare, che durerà fino alla sua conversione in Governatorato civile nell'agosto 1919. “Su noi aleggia lo spirito di Cesare Battisti”, recita il proclama alle popolazioni trentine, “in quest'ora solenne incomincia la vita nuova d'Italia: alla Patria, come già nei duri anni dell'attesa e della speranza, tutti i pensieri, tutte le volontà, tutte le opere dei suoi figli riuniti”.

L'autonomia trentina, richiesta a gran voce dai rappresentanti politici locali e studiata da commissioni dello Stato, verrà frustrata dalle indecisioni liberali e dall'avvento del fascismo.

 

La memoria del conflitto

I caduti, sepolti in piccoli cimiteri sparsi sul territorio del conflitto, vengono riuniti in grandi sacrari e ossari, spesso ospitanti pure i resti dei vecchi avversari austriaci. Lo Stato liberale prima ed il fascismo poi sono protagonisti dello sforzo monumentale che concreta nella pietra il sacrificio dei 600mila morti. Il regime costruisce i grandi sacrari ai confini, fascistizza la memoria del conflitto, si appropria dei martiri dell'irredentismo. Nel paese, in ogni città o villaggio, spuntano monumenti commemorativi ai propri caduti. Nelle terre di confine ogni memoria dei soldati in divisa asburgica viene spazzata via dallo scenario pubblico o umiliata con monumenti alla vittoria italiana. Ai confini, spesso anche dove non si è affatto combattuto, si portano i caduti per sacralizzare le “sacre frontiere della patria”. A Bolzano si erige, nell'anniversario della morte di Battisti, un arco di trionfo sul cantiere di un monumento ai Kaiserjäger caduti. A Trento, dopo la contrarietà della moglie del socialista trentino alla dedica al marito del monumento di Bolzano, si costruisce il Mausoleo del Doss Trento. A Rovereto si fonde il bronzo dei cannoni per costruire la Campana dei caduti. La pace non durerà che vent'anni.

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