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Quando Austria e Germania proposero all'Italia Trento e Rovereto per restare neutrale: gli ipotetici guadagni territoriali "cancellati" dal Patto di Londra e dalla storia

E se, nella Grande Guerra, l'Italia, invece che decidere di porre fine all'alleanza stretta nel 1882 con Austria-Ungheria e Germania, avesse deciso di rimanere neutrale? Cosa avrebbe guadagnato? La storia delle trattative mai decollate e dell'inevitabile entrata in guerra a fianco dell'Intesa

Di Davide Leveghi - 26 aprile 2021 - 16:59

TRENTO. Cosa sarebbe avvenuto se l’Italia si fosse messa d’accordo con gli alleati della Triplice Alleanza e non avesse deciso di dichiarare guerra all’Austria-Ungheria? Il “what if” non è certo materia per gli storici, che cercano di ricostruire il passato mediante le fonti senza soffermarsi in ipotetici scenari mai realizzati. È ciò che avvenuto, dunque, la materia prima di chi studia il passato, e non il ciò che sarebbe potuto avvenire.

 

Nondimeno, questi stessi scenari si conservano ancora in nuce. Sono prospettive in potenza, rimaste senza seguito. Ed è proprio questa la categoria in cui rientrano le trattative segrete condotte dalle autorità politiche e dalle diplomazie italiana e imperiale. Il punto di partenza? Quell’1 agosto 1914 in cui, a seguito dell’uccisione dell’erede al trono Francesco Ferdinando da parte del nazionalista serbo-bosniaco Gavrilo Princip, l’Austria-Ungheria diede avvio alla guerra contro la piccola ma battagliera Serbia.

 

Quello stesso giorno, il Regno d’Italia dichiara la propria neutralità. Secondo gli accordi segreti della Triplice alleanza, infatti, non v’era alcun obbligo da parte di Roma di intervenire nel conflitto. Avendolo cominciato gli alleati, non v’era alcun motivo affinché l’Italia intervenisse in loro soccorso.

 

Al governo, in quel momento, ci sono i liberali. Dopo l’uscita dall’esecutivo dei radicali e la fine del Giolitti IV, sullo scranno di presidente siede il liberale di destra Antonio Salandra, politico che non disdegna affatto di manifestare le proprie simpatie verso i nazionalisti. Il Parlamento, nondimeno, è dominato dai neutralisti: dai giolittiani ai socialisti, passando per i cattolici, nell’aula l’ostilità verso la guerra è diffusa. Ma le piazze, al contrario, cominciano a popolarsi di voci favorevoli al conflitto: “l’unificazione italiana deve essere conclusa”, la “guerra – come dice il letterato Marinetti – è la sola igiene del mondo”.

 

Scoppiato il conflitto, il governo italiano valuta le carte a propria disposizione. L’entrata in guerra dell’alleato austro-ungarico offre infatti la possibilità di ridiscutere i confini. “Nel caso in cui, in forza degli avvenimenti, il mantenimento dello status quo nelle regioni dei Balcani o delle coste e isole ottomane nell’Adriatico e nel mare Egeo divenisse impossibile e che, sia in conseguenza dell’azione di una terza potenza, sia altrimenti, l’Austria-Ungheria o l’Italia si vedessero nella necessità di modificarlo con un’occupazione temporanea o permanente da parte loro – recita il punto VII della Triplice alleanza - questa occupazione non avrà luogo che dopo un preventivo accordo fra le due potenze, basato sul principio di un compenso reciproco, per qualunque vantaggio territoriale o d’altra natura, che ciascuna di essere otterrebbe in più dello status quo attuale, e che dia soddisfazione agli interessi e alle pretese ben fondate delle due parti”.

 

L’attacco alla Serbia da parte dell’Impero, pertanto, permette al Regno d’Italia di avanzare delle richieste. L’obiettivo? Trento e Trieste. Passati i primi mesi del governo Salandra I, gli equilibri interni al Paese sono sconvolti dalle manifestazioni di piazza. La voce degli interventisti si fa più forte e pressante, i neutralisti invece sono divisi fra di loro. All’interno dell’esecutivo, dopo la morte del ministro degli Esteri, il marchese di San Giuliano, si decide di ricorrere al rimpasto: serve una nuova maggioranza per preparare l’eventuale intervento in guerra.

 

La carica di San Giuliano viene affidata al liberale conservatore Sydney Sonnino, che assieme a Salandra trova nel re Vittorio Emanuele III l’appoggio determinante verso un possibile – e sempre più probabile - rovesciamento delle alleanze. Il mondo degli interventisti, intanto, si arricchisce di figure carismatiche, dal vate D’Annunzio all’ex direttore del quotidiano socialista Avanti! Benito Mussolini. Oltre alle dominanti posizioni nazionaliste, nello schieramento favorevole all’intervento vi sono anche i cosiddetti “interventisti democratici” (tra questi Cesare Battisti), che immaginano la guerra come passo doloroso ma necessario per un futuro europeo fatto da popoli affratellati e riuniti in comunità nazionali per lo più omogenee.

 

L’Austria-Ungheria punta a guadagnare tempo. La guerra, immaginata rapida e chirurgica, finisce per arenarsi in una battaglia di posizione e logoramento. Ma mentre l’alleato austro-ungarico non ha fretta nel prendere in considerazione le richieste italiane, da parte sua il governo Salandra scalpita. La pressione della piazza è fortissima, la guerra si prospetta sempre più come l’unica possibilità per mantenere in piede il sistema di governo liberale.

 

L’imperatore Francesco Giuseppe si dimostra restio a cedere la parte più meridionale del Tirolo, l’attuale Trentino. Del porto dell’impero, Trieste, non se ne parla nemmeno. Nondimeno si cerca una soluzione per evitare di aprire un ulteriore fronte di guerra e l’alleato tedesco fa pressione su Vienna affinché ai accolgano le richieste italiane. L’8 marzo 1915, il Consiglio della Corona offre i distretti di Trento e Rovereto in cambio della neutralità. Il passaggio di questi territori al Regno d’Italia sarebbe dovuto avvenire a guerra conclusa.

 

Gli appetiti territoriali italiani, però, vanno ben al di là delle timide proposte imperiali. L’Intesa può offrire molto di più e le trattative segrete con Francia, Gran Bretagna e Russia si dimostrano ben più concrete. Alla consegna ufficiale della suddetta offerta da parte della diplomazia austriaca in Italia, Salandra e Sonnino rispondono rilanciando: il confine deve essere spostato ancora più a nord, alla “linea napoleonica”, tra Merano e Bressanone. I due già sanno che Vienna risponderà picche e non attendono nemmeno la replica che si dà l’accelerata alle trattative con l’Intesa.

 

La firma della nuova alleanza è cosa fatta il 26 aprile 1915. Il patto con Germania e Austria-Ungheria è rotto poco dopo, il 4 maggio. Ma cosa avrebbe ottenuto in più, l’Italia, da questo rovesciamento? L’entrata in guerra (entro un mese dalla firma) a fianco dell’Intesa, recita il Patto di Londra, avrebbe garantito all’Italia il Tirolo fino al Brennero, Trieste, Gorizia e Gradisca, l’Istria e gran parte della Dalmazia. A Roma, inoltre, sarebbero state riconosciute anche la piena sovranità sulle isole del Dodecanneso, più favorevoli condizioni frontaliere in Africa e il protettorato sull’Albania.

 

Come noto, tuttavia, in sede di trattative di pace – quattro anni e oltre 600mila morti dopo – a queste richieste si sarebbe dato riscontro solamente in parte, alimentando quel mito della “vittoria mutilata” abilmente sfruttato dal nascente fascismo. Nel maggio 1915, invece, rovesciando le alleanze si poneva fine ad una situazione in vigore dal 1882, ammantando di una matrice risorgimentale delle aspirazioni divenute in realtà di ben altro tipo.

 

Fu l’imperialismo infatti a portare l’Italia in guerra, con tutte le conseguenze del caso. E quella scelta, nondimeno, verrà duramente pagata nel primo dopoguerra.

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