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| 10 agosto | 20:45

Musica, birre e decine di tende a più di 2.000 metri: la denuncia del rifugista sulla deriva del bivacco ormai meta scelta “per fare casino”

“Ci sono personaggi inconsapevoli della differenza che c’è tra estate e inverno, che non sanno assolutamente dove stiano andando, e che sono richiamati unicamente dalla sirena dei social. È un miracolo che nulla di grave sia già successo”: questa parte della denuncia del gestore della Baita Cassinelli, Claudio Trentani, sulla deriva del vicino bivacco Città di Clusone, nelle Alpi Orobie

Musica, birre e decine di tende a più di 2.000 metri: la denuncia del rifugista sulla deriva del bivacco ormai meta scelta
di Margherita Tomadini

CASTIONE DELLA PRESOLANA (BERGAMO). “Amare una montagna non è soltanto calpestarne la cima o le pendici, ma partecipare a un gioco difficilissimo nel quale decidere quando esserci e quando è meglio non esserci”. È con queste parole che il gestore della Baita Cassinelli, Claudio Trentani, scrive a Il Dolomiti per denunciare quanto stia accadendo al Bivacco Città di Clusone, sulle Alpi Orobie.

 

Il piccolo ricovero alpino si trova a quota 2.050 metri di altitudine e a poco più di due ore di cammino dalla Baita Cassinelli (in alta Val Seriana) e, secondo il rifugista, da anni è al centro di una frequentazione sempre più intensa e lontana dallo spirito con cui i bivacchi sono stati concepiti: “Ormai da più di nove anni sono costretto a osservare l’aumento esponenziale dei frequentatori di questa montagna. Do per scontato che capiate i motivi per cui, anche per me che vivo di turismo, questa nuova frequentazione non abbia nulla di positivo” dichiara inizialmente. 

 

Secondo il gestore, il bivacco viene sempre più spesso scelto come meta di pura villeggiatura da persone “che poco sanno delle più basilari regole del vivere la montagna. Questo può portare a seri problemi di sicurezza, di tutela ambientale e di igiene” sottolinea.  

 

Poi, sempre stando alla sua testimonianza, è soprattutto dopo il 2020 che la situazione avrebbe raggiunto livelli impressionanti e dunque, anche impattanti. Si arriva fino “a quindici persone all’interno del bivacco e decine di tende all’intorno - dichiara Trentani -. Ragazzi che partono carichi di borse della spesa, di birre, per vivere la loro avventura social e scendere la mattina presto pensando che l’avventura sia rimanere una notte in quel luogo”. 

 

Una presenza significativa che si registra durante tutto l’arco dell’anno: “Ci sono personaggi inconsapevoli della differenza che c’è tra estate e inverno, che non sanno assolutamente dove stiano andando, richiamati unicamente dalla sirena dei social e che riproducono l’eco di tale sirena creando immagini, video, in un turbine di inconsapevolezza e ignoranza”, continua il rifugista.

 

Una realtà che, a suo giudizio, finisce per penalizzare chi frequenta la montagna con consapevolezza

 

Quel luogo merita rispetto e questa situazione è ormai sfuggita di mano e non ha più nulla a che vedere con gli scopi che il Bidecalogo del Cai assegna ai bivacchi: ‘sentinelle in quota, presidi territoriali per la scoperta consapevole di ambienti alpini, ricoveri spartani nati per offrire riparo ad alpinisti in difficoltà’” spiega Trentani.

 

La stessa Baita Cassinelli, aggiunge il gestore, è ormai diventata una sorta di vaso di espansione del bivacco, accogliendo chi non riesce a trovare posto: “Passiamo i nostri sabati sera a cercare di fare desistere, se sappiamo che il bivacco è già pieno, e ad accogliere coloro che scendono sconsolati al buio, illuminandosi con la luce dei telefonini, senza sapere dove ripararsi - racconta -. Spesso si tratta di minorenni, stile ‘maranza’, sempre senza soldi ma frequentemente alterati, arroganti e casinisti”. 

 

Il rifugista prosegue poi con la sua denuncia: “Penso che questa situazione, se non governata, non sia destinata a migliorare. Anzi, è un miracolo che nulla di grave sia già successo, come è normale quando dei ragazzi vanno “a far casino” a duemila metri senza nessuna consapevolezza né controllo, ignari di ciò che li circonda”. 

 

Ai problemi di sicurezza e gestione si aggiunge poi anche quello igienico-sanitario: “Il rifugio scarica i reflui in due vasche a dispersione sovrapposte, mentre lì tutto viene lasciato dove viene fatto”. 

 

Non manca poi la preoccupazione per l’impatto sulla fauna selvatica e protetta della zona. Trentani mostra di aver ricevuto una preziosa segnalazione da parte di un alpinista: “Tornando dalla scalata ho visto che i ragazzi al bivacco mettevano la musica al massimo volume” si legge. Lo stesso escursionista ha inoltre riferito che, a causa del disturbo arrecato alle specie selvatiche presenti nell’area protetta del Parco delle Orobie Bergamasche esisterebbe, eventualmente, anche la possibilità di chiudere il bivacco. 

 

Da quanto riportato infatti, il branco di camosci che frequentava la conca della Presolana, il territorio che circonda sia rifugio che il bivacco (e che ospita numerose opportunità escursionistiche), si sarebbe progressivamente allontanato. Una notizia decisamente negativa, che trova probabilmente una risposta nelle parole condivise da Trentani. Una denuncia utile e importante la sua, che apre gli occhi ancora una volta su quella che è la situazione in cui versano alcune nostre montagne. 

 

Penso che intervenire in merito sia un piccolo gesto e un nostro dovere in quanto Cai, in quanto educatori alla montagna, in quanto amanti della natura, in quanto adulti - continua -. Riprendere il governo di quel luogo e, di conseguenza, rendergli la dignità che gli spetta”. 

 

Infine, Trentani affida il proprio appello a una riflessione più ampia: “In questi tempi in cui le montagne, le loro pareti, i loro ghiacciai sembrano lasciarci per sempre, tempi nei quali l’unica cosa che sembra contare è l’edonismo delle immagini a dispetto della catastrofe che fa da sfondo, amare questa montagna ferita sta anche nel sottrarla all’umiliazione. Anche se è un piccolo angolo della montagna, prendersene cura, riportarlo alla sua natura, può essere un grande gesto d’amore” conclude.

 

 

  

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