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Hikikomori, in Italia 100.000 casi e anche in Trentino fenomeno sottovalutato. Crepaldi: "Non parlate di ragazzi fannulloni o pigri"

Firmata una convenzione tra Hikikomori Italia e l'Associazione Auto Mutuo Aiuto Trento. L'esperto: "Fenomeno d'ansia da prestazione sociale. Colpisce nel 90% dei casi maschi"

Pubblicato il - 11 dicembre 2018 - 19:56

TRENTO. "Un ragazzo hikikomori non è dipendente da Internet, non è un fannullone, né un pigro" e i genitori non devono forzarlo a prendere parte al contesto sociale dal quale il giovane si è ritirato. Dalla definizione della pratica come un disagio sociale agli interventi possibili: si è parlato di questo e dell'evoluzione del fenomeno in Italia e in Trentino oggi durante la giornata di formazione "Videogiochi, scommesse e ritiro sociale. Quando il virtuale supera il reale" organizzato dall'Associazione Auto Mutuo Aiuto Trento (Ama) in collaborazione con il Comune di Trento e la cooperativa Progetto 92. "Ricordiamo che gli hikikomori sono ragazzi molto intelligenti" ha sottolineato Marco Crepaldi, presidente dell'Associazione Hikikomori Italia.

 

L'hikikomori come un disagio, "una somatizzazione di una pressione legata alla necessità di dover performare a livello sociale", non come una patologia. Questa è la definizione proposta nel corso dei lavori da Crepaldi. "Non sempre un hikikomori presenta una patologia correlata - sottolinea l'esperto -  Rispetto a questo fenomeno dobbiamo inoltre sfatare diversi miti. Il primo è quello che vuole questi ragazzi dipendenti da Internet, perché gli hikikomori sono persone che usano molto il computer. Ma in realtà per loro la tecnologia è l'unico modo di contatto con il mondo esterno". Il sito secondo pregiudizio riguarda l'atteggiamento dei giovani hikikomori: "Non parliamo di ragazzi fannulloni o pigri spesso sono molto intelligenti e danno ottimi voti a scuola prima di ritirarsi dalla stessa. Solo non riescono a stare a contatto con gli altri. Addirittura molti hikikomori, una volta ritirati da scuola, iniziano a studiare per conto proprio". "Il terzo mito da sfatare - continua sempre Crepaldi - si riferisce ai genitori: non è vero che quelli degli hikikomori sono troppo permissivi. Inoltre l'hikikomori non è solo timido, somatizza un'ansia di prestazione sociale".

 

Giovani in età compresa tra i 14 e i 30 anni, per un'età media di vent'anni; per il 90% di sesso maschile: questo l'identikit degli hikikomori in Italia, Paese in cui ad oggi si sono verificati circa 100.000 casi. "Per il Trentino non ci sono ancora dati, le uniche cifre riguardano l'Emilia Romagna, per la quale parliamo di circa 400 casi registrati solo nelle scuole" precisa Crepaldi. "L'età media data dal fatto che i ragazzi si confrontano con il periodo critico dell'adolescenza, dell'inserimento alle superiori o anche all'università - prosegue - In Giappone i casi accertati sono 541.000, un milione quelli calcolati, e il periodo più critico riguarda l'ingresso all'università". "I giovani che abbiamo aiutato in Trentino sono tutti maschi dell'età delle scuole medie" fanno sapere da Progetto 92.

 

"Di fronte agli hikikomori si deve intervenire, soprattutto con la prevenzione - conclude Crepaldi - Ci sono alcuni campanelli d'allarme che devono far riflettere: uno è il rifiuto saltuario di andare a scuola di un ragazzo, un altro l'inversione del ritmo sonno-veglia e un terzo la preferenza generale per le relazioni virtuali. È importante che i genitori si rivolgano a un professionista che li aiuti a prevenire l'isolamento, non quando l'abbandono della scuola è già concreto, e inoltre la scuola stessa dovrebbe collaborare proponendo strumenti di istruzione alternativi, quali l'uso di Skype o verifiche al di fuori del consueto orario".

 

L'obiettivo di Ama e Hikikomori Italia è "creare una rete" attorno al problema ("Soprattutto per i genitori che spesso sono i più in difficoltà"): per questo motivo oggi è stato firmata una convenzione per riuscire a collaborare maggiormente livello locale. L'auspicio è anche di sensibilizzare la popolazione sul tema: "Di hikikomori si parla poco ed è un problema che fa fatica ad emergere. I ragazzi spariscono dalla circolazione, spesso i genitori non sono compresi e il loro problema viene banalizzato e sminuito", conclude Crepaldi.

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