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Il Consorzio Vini al rinnovo dei vertici tra continuità e spinte innovative, ma anche contrapposizioni con i Vignaioli

Vino trentino, che fare? Fase delicata per impostare le strategie future del comparto vitivinicolo. Tra rinnovo del Consorzio Vini, le contrapposizioni con i Vignaioli e certe ‘cadute di stile’

Di Nereo Pederzolli - 25 febbraio 2018 - 17:27

TRENTO. Vino trentino e buriana. Nei giorni del ‘grande freddo’ di questo fine febbraio, il comparto vitivinicolo è alle prese con scadenze che (cercheranno?) davvero di ‘sciogliere il ghiaccio’ tra le varie anime che compongono il variegato – seppur ristretto -  panorama enoico provinciale.

 

A partire dal rinnovo dei vertici del Consorzio Vini, tra continuità e spinte innovative. Spesso, quest’ultime, relegate nei ‘rumors’, nel sottofondo di un certo malumore, anche se solo la pattuglia dei vignaioli dissidenti si espone in prima persona, tra coerenza e una certa caparbietà montanara. Tra progettualità (tutta da definire) e altrettanta ritrosìa. 

 

Stentano a decollare iniziative corali, che superino preconcetti, opzioni di casta, contrapposizioni imprenditoriali. Con ripercussioni che minano lo stile stesso del vino trentino. Forte – sotto questo aspetto – solo con lo spumante, il Trento DOC, sempre più competitivo e blasonato. Mentre la maggior parte della produzione vinicola è conosciuta per qualità certificata e il suo indiscutibile rapporto con il prezzo.

 

Vini di e per un mercato da grandi numeri. In tutto. Dunque: come conciliare territorio e produzione? Come placare certe ‘beghe’, più di casta che di schieramento enologico? Interrogativi che per ora trovano risposte in slogan promozionali di marcata ‘sostenibilità’, con il recupero di concetti presi in prestito dal passato, sperando di brindare al futuro in sintonia con api e il verde (green) di un semaforo che dia il via libera ad azioni di concordia.

 

Tutta da scrivere, da esplorare. Tra DOC e IGT. Con riscontri che premiano proprio i vini a Indicazione Geografica Tipica, basta citare il San Leonardo 2013, che ha nell’indole la definizione Dolomiti e non la DOC Trentino; eppure è ritenuto il miglior vino rosso italiano, uno dei vini migliori al mondo.

 

Lo scorso anno erano scesi in campo gli enologi più in vista, proponendo un Trentino vinoso più attento alle peculiarità delle singole zone, vini di territorio, la classe del produttore trasferita e percepita nelle ‘sue bottiglie’. Nel rispetto delle variegate strategie commerciali, senza contrapporre vino cooperativo a quello vinificato da cantine di piccole dimensioni.

 

Iniziativa, quella degli enologi, che non è riuscita – per citare una pratica di vinificazione – a travasare idee, impegno. Neppure ad amalgamare sogni

 

Stimoli per sanare incomprensioni tra viticoltori che fanno riferimento ai ‘colossi’ e vignaioli autonomi. Una spaccatura che purtroppo sembra insanabile, nonostante timidi segnali per un dialogo paritetico. Una scelta – quella dei vignaioli – ora come ora, senza ritorno. 

 

Si scontrano due concetti di viticoltura, due modi di ‘fare uva per fare vino’. Con la cooperazione che vuole dimostrare una sana dose di artigianalità, con riscontri più che positivi e forse proprio per questo motivo, risultati criticati dai ‘cugini’, vale a dire i vignaioli.

 

Vini comunque diversi, per modello produttivo, per tipo di comunicazione. Come fossero collezioni sartoriali: l’alta moda e il ‘pret a porter’. Ecco perché in questi giorni di ‘buriana’ si dovrebbero trovare delle sinergie, nella reciproca autonomia. Per giungere ad una possibile alleanza, con due tipologie di vini non competitivi tra loro, ma integrativi.

 

Quelli destinati alla GDO, la grande distribuzione che fagocita volumi, che crea fatturati milionari; e le micro produzioni, per una certa fascia di consumi, i bevitori più attenti, quelli che vogliono essere dei ‘consum-attori’. Con la cooperazione, magari, che ‘aiuta’ i piccoli nella distribuzione, specialmente verso precise realtà estere.

 

Ma finora non s’intravvede uno ‘scongelamento’. Così il settore è tutt’altro che ‘in fermento’ propositivo. Scelte strategiche e indirizzi decisivi per definire una certa (urgente) rinascita del vino trentino dovranno passare attraverso le dinamiche interne al rinnovo del Consorzio Vini. Rischiando di scatenare ulteriore scetticismo.

 

Non solo con l’altro Consorzio, il contrapposto, quello dei Vignaioli della FIVI, gli Indipendenti, ma pure con aziende che cercano di mettere al centro della discussione questioni legate alle rese per ettaro (ora generalmente troppo alte), alle strategie del mercato estero, alla revisione stessa delle DOC, magari puntando a qualche DOCG, per dare al vino nostrano maggior identità. Imitando iniziative intraprese a suo tempo da Consorzi di vini molto blasonati, tipo lo scorporo tra Brunello di Montalcino e il suo fratello per nulla minore, il Rosso. E ancora.

 

Perché il Trentino dovrebbe registrare una maggior crescita di nuove piccole aziende vitivinicole. Ha caratteristiche morfologiche per stimolare a mettere in pratica la bravura dei tanti giovani che hanno studiato a San Michele all’Adige. Qualcosa per fortuna si muove. Stanno nascendo piccole cantine sulle colline del Garda, pure verso le Giudicarie. Dove si registrano pure corpose iniziative imprenditoriali.

 

Aziende leader della spumantistica locale che investono, sempre più in sù, acquistando decine di ettari di boschi e prati a quote ancora più alte (nel Bleggio, in particolare ) da bonificare, per impiantare viti, per sfruttare non solo il cambiamento climatico, ma pure l’andamento favorevole del prezzo dei terreni agricoli. Che – in certe zone DOC – hanno subito un brusco calo di valore, un segno meno davanti al 40%.

 

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