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Pestato a sangue, il racconto di un tragico caso di omofobia in Trentino. Otto anni fa, l'11 aprile: ed è successo davvero

ilDolomiti.it è media partner del Dolomiti Pride. Raccontando quello che è successo e quello che succederà daremo il nostro piccolo contributo, nella speranza che fatti come questi non si debbano raccontare mai più

Foto repertorio
Di Donatello Baldo - 11 aprile 2018 - 06:01

TRENTO. Otto anni fa esatti. Era l'11 aprile del 2010 quando un uomo venne trovato a terra tramortito, pestato a sangue. Gli autori tre ragazzini appena maggiorenni e il motivo dell'aggressione un'avance di natura omosessuale, "o come tale recepita" sottolinea il giudice nella sentenza che li ha condannati in primo grado a 8 anni di reclusione per tentato omicidio.

 

Un caso di omofobia avvenuto in Trentino. Un uomo di quarantacinque anni ricoverato nel reparto di terapia intensiva presso l'ospedale di Trento. La prognosi riservata. “Pneumotorace sinistro e pneumomediastino, fratture costali multiple, contusione della milza, insufficienza respiratoria e stato di coma in paziente ipotermico”, c'è scritto così sulla sua cartella clinica allegata agli atti dell'inchiesta. La sua temperatura corporea, accertata al momento dell'arrivo in pronto soccorso, è di 28°C.  

 

“Sulla strada ho notato il cappuccio di un giaccone di colore blu, abbandonato sull’asfalto - afferma la persona che per prima ha visto il suo corpo a terra - successivamente, sulla sinistra, ho visto quello che all’inizio mi sembrava un animale morto”.

 

Il passante si avvicina incuriosito, ma scopre presto che non si tratta di una carcassa, sente un rantolo: “Ho subito capito che si trattava di un uomo, nudo, con addosso solo una maglietta di colore nero. Era rannicchiato – spiega ai carabinieri – aveva il corpo insanguinato, pieno di lividi”.

 

L'operatrice della Croce Bianca, subito accorsa, descrive la scena: “Lo abbiamo trovato in posizione fetale, sporco di sangue, con varie ecchimosi. Non rispondeva ai richiami vocali: ha manifestato una minima reazione al tatto. Indossava solo una maglietta nera che abbiamo tagliato per l’accesso alle manovre di rianimazione”.

 

Ha notato qualcosa attorno, “una cintura a pochi metri da lui, un calzino e dei bastoni sporchi di rosso”. I bastoni sono pezzi di una staccionata che delimita il perimetro di una piscina, a pochi metri da lì. “Dalla staccionata – afferma il carabiniere nella sua nota – mancavano due liste di legno. Una più grossa, coperta da tracce verosimilmente ematiche e la seconda, spezzata in più parti in senso longitudinale, i cui frammenti presentavano anch'essi tracce verosimilmente ematiche. Uno di questi – precisa – in particolar modo”.  

 

Quel bastone sporco di sangue è stato usato per violentare la vittima, per sodomizzarla. E' il magistrato, nella ricostruzione degli eventi, che descrive l'azione: "Insieme aggredivano la vittima percuotendolo selvaggiamente, sferrandogli calci e pugni e colpendolo con liste di legno divelte dalla vicina staccionata e spezzate per la furia dei colpi".

 

"La vittima era nuda ed inerme a terra - sottolinea il giudice - con una sola maglietta addosso, dopo avergli strappato gli abiti e disperso gli indumenti attorno, sodomizzandolo e lasciandolo abbandonato ed incosciente sulla neve". I tre ragazzi, per il magistrato, non sono riusciti "nell'intento dell'azione omicidiaria per fatti indipendenti dalla loro volontà". 

 

Se la vittima non è morta lo si deve soltanto "per il rinvenimento casuale del corpo, rannicchiato in posizione fetale, in stato di incoscienza e grave ipotermia, sporco di sangue e coperto di ecchimosi". 

 

Ma cosa successe quella sera? Si scopre che una prima aggressione c'era già stata all'esterno di un bar. All'interno, dalle deposizioni degli imputati, l'uomo 'ci aveva provato'. Per questo motivo partirono calci e pugni, e "con il volto tumefatto si allontanava", si legge nei verbali dei testimoni ascoltati.

 

Ma il pestaggio vero e proprio, la brutalizzazione, avvenne dopo, in un luogo appartato, dopo aver intercettato la vittima al buio, lontani da tutto e da tutti. Fu qui che l'uomo venne denudato: giacca, maglione, scarpe, calzini  mutande. "Una selvaggia aggressione su una persona già ferita e non in grado di difendersi". 

 

Fu lì che la vittima venne penetrata con una lista di legno strappata a forza dalla staccionata. Questa è la testimonianza di uno degli imputati, riferendosi al coimputato: "Con il bastone come gesto di sfregio ha provato a inserirglielo nell'ano. Noi guardavamo e abbiamo girato la vittima su un fianco".

 

Fu lì, alla fine, prima di andarsene senza preoccuparsi della situazione e delle temperature sotto zero che uno dei tre abbassa la cerniera dei pantaloni. "Poi gli ha urinato addosso - si legge nel verbale di interrogatorio - se ben ricordo in faccia". L'autore ammette: "Non so perché gli ho urinato addosso, forse ero trascinato dalla situazione". 

 

I tre ragazzi, appena maggiorenni, finirono la serata a casa di uno di loro. "Abbiamo fumato una sigaretta assieme e poi siamo andati a casa". Tutto qui, come se nulla fosse successo, svegliandosi la mattina senza nemmeno pensare a quello che era stato fatto. 

 

Si è arrivati a loro facilmente, dalle testimonianze degli avventori del bar che già avevano assistito alla prima violenza, e perché a uno di loro - nella foga dell'aggressione - si staccò il cappuccio della giacca, rinvenuta sul posto. Il processo si concluse in primo grado con una condanna a otto anni, ridotta in Appello a sei anni e otto mesi di reclusione. Sentenza confermata in Cassazione. 

 

Quell'uomo di 45 anni se l'è cavata ma in Trentino non è più tornato. Lavorava come cuoco in una località turistica, era straniero, e forse non era nemmeno gay. Il suo avvocato, l'ultima volta che l'ha incontrato per sbrigare questioni inerenti al caso, l'ha dovuto vedere al confine del Brennero. In Italia non torna più, non ci vuole mettere più piede

 

Una brutta storia successa in Trentino. Abbiamo voluto ricordarla oggi, a otto anni esatti di distanza, a pochi mesi dal Dolomiti Pride. Per dire che l'omofobia esiste e può succedere che anche i casi più violenti si manifestino vicino a noi, tra ragazzi normali, italiani, educati nelle scuole dove vanno tutti i nostri figli. 

 

Il giorno dopo, dopo quel fatto successo otto anni fa, nessuno delle istituzioni intervenne. Né il sindaco, né il parroco, anzi quest'ultimo minimizzò. Non disse niente la politica e nemmeno le associazioni omosessuali seppero gridare la loro indignazione. 

 

In otto anni è successo tanto, di diritti si è parlato molto, si è parlato di omofobia, anche in Trentino. Le istituzioni sono state coinvolte, anche con la richiesta di un patrocinio. Il Paese si è dato una legge per riconoscere le unioni omosessuali e qualche ragazzo mano nella mano con il suo compagno si vede anche in città. Ma cose come questa ne sono successe ancora.

 

In otto anni saranno cambiati anche quei tre ragazzi, carnefici e vittime allo stesso tempo. In carcere a nemmeno 20 anni, per lungo tempo ad espiare la pena inflitta dalla magistratura.

 

Tre ragazzi che hanno agito così non perché sono cattivi, dei mostri, sarebbe troppo semplice darsi questa spiegazione. Sono tre ragazzi come mille altri, che hanno agito la banalità del male, quella che potenzialmente è dentro ognuno, parte della società.

 

ilDolomiti.it è da oggi media-partner del Dolomiti Pride, e raccontando quello che è successo e quello che succederà darà il suo piccolo contributo, nella speranza che fatti come questo non si debbano raccontare mai più.

Foto agli atti del processo di uno dei bastoni insanguinati
Foto agli atti del processo di uno dei bastoni insanguinati
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