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Tutto esaurito per l'anteprima mondiale di Messner al Trento Film Festival, opera buona ma autocelebrativa

Affollatissima presentazione di "Holy Mountain", una docu-fiction in cui la montagna assume un aspetto sacrale. Paura e tenacia, emozioni differenti mostrano come  la solidarietà e gli amici giusti siano fondamentali per rendere positiva un’esperienza tragica. Messner: "Non dico la verità, ma il vissuto"

Foto di Tania Guarnieri
Di Alda Baglioni - 01 May 2018 - 15:36

TRENTO. Da non confondersi con il viaggio psichedelico alla ricerca della verità di Alejandro Jodorowsky del 1973. “Holy mountain” del re dei quattordici ottomila Reinhold Messner è altro.

 

Non dico la verità ma il vissuto” è Messner a dirlo al cinema Vittoria, per la prima mondiale del suo ultimo lavoro come regista “Holy Mountain” in concorso.

 

Una docu-fiction in cui la montagna assume un aspetto sacrale. “La realtà di montagna, cosa è accaduto, è più forte della fantasia” - dice il regista. E' forse questo il limite del suo nuovo film. Non uscire dalle regole dei fatti, lasciando parlare le immagini. Un film che sa un po’ di autocelebrazione. Anche il figlio di Messner compare interpretando il padre nelle scene di fiction.

 

La narrazione si sviluppa in più piani, da una parte Messner che spiega i fatti, immagini di sherpa, le loro origini, l’emigrazione  con 20 mila yak, per giungere in Nepal e venerare l’Ama Dablam, la montagna 6.828 metri protagonista di morti e conflitti.

 

Una vetta ambita. Da tanti. Arrivano degli alpinisti inglesi, tedeschi e neozelandesi. Loro vogliono raggiungere la vetta, trasformandola in una ricerca dello yeti. Tra le scene si intercalano documenti di spedizioni fallite nel 1959 per giungere al 1979.

 

Entra in scena, tra un evento e l’altro, un monaco che, dall’alto del suo monastero, prega e canta  la sacralità ed inviolabilità delle cime. Ma come si trasmette la sacralità?

 

 

Tra fiction e documenti, il film vuole mettere in luce come la montagna per i locali sia un luogo dove danzano gli Dèi (parole di Messner). Gli occidentali vogliono conquistare. I buddisti e gli induisti hanno un approccio diverso nei confronti delle cime, non vogliono prendersi le vette o perlomeno, non bisogna avere gli Dèi contro.

 

I fatti parlano chiaro. Un gruppo di neozelandesi, tra cui Peter Hillary, figlio del famoso scalatore Edmund Hillary, vogliono raggiungere la vetta, siamo nel 1979. Il gruppo di Messner non parte con loro.

 

I neozelandesi decidono di scalare, una valanga li travolge, uno muore, si taglia la corda per far cadere il cadavere, gli altri tre tentano la discesa, ma due sono gravemente feriti. A questo punto Messner ed il suo grande amico Oswald Oelz, vanno a soccorrerli.

 

Immagini d’archivio che mostrano la pericolosità di imprese come questa, un braccio devastato dalla corda schiacciata dalla neve. Paura e tenacia, emozioni differenti ci mostrano come  la solidarietà e gli amici giusti siano fondamentali per rendere positiva un’esperienza tragica.

 

Un amico è morto, il film è dedicato a lui, restano le immagini e le parole di chi ha vissuto ed  ha saputo aiutare i compagni in difficoltà, rischiando anche la propria vita per mantenere vivo il senso di ogni impresa, di ogni spedizione che diviene mitica, avvolgente ed attraente. Con l’etica che si mischia con epica. E viceversa.

 

Racconto la montagna sacra” dice Messner che sta già preparando un nuovo ‘movie’, stavolta di fiction, ambientato sul Caucaso nel 1903, ma basato su una storia vera. Lui lì non c’era, la sfida sul vissuto continua.   


(foto di Elisa Paoli)

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