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Bioplastica e ''Plastic tax'', tanti si oppongono (anche i gestori dei biodigestori) ma c'è altra via? L'Ue va in quella direzione e l'Italia è tra i maggiori produttori di plastica

Si teme che la tassa contenuta nella manovra di bilancio nazionale possa indirizzare ancora di più la collettività verso l'uso di materiali in bioplastica (già in crescita esponenziale) che molte strutture di gestione del rifiuto organico non riescono, però, a trattare. Ma il Paese il terzo Paese al mondo per consumo di bottiglie di plastica pro capite qualcosa deve fare. Il delegato alla sostenibilità dell'Università di Trento: ''Il problema, paradossalmente, è che gli impianti più sono veloci più sono efficienti mentre questi materiali hanno tempi più lunghi di degradazione'' 

Di Luca Pianesi - 08 novembre 2019 - 05:01

TRENTO. Bioplastiche sì, bioplastiche no. In questi giorni è scoppiato un vero caso in Trentino Alto Adige sul tema con i gestori dei biodigestori regionali che lanciano l'allarme spiegando che gli oggetti realizzati con questi materiali in realtà non riescono ad essere smaltiti con l'organico. Si spiega che nelle nostre strutture (quelle di Cadino e Lana) gli imballaggi realizzati con bioplastiche vengano separati dall'organico per essere poi inviati ai termovalorizzatori (come rifiuto indifferenziato). Insomma oggetti certificati come compostabili (dai sacchetti ''bio'' ai bicchieri e piatti usati nelle eco-feste, passando per contenitori per caffè e gelati realizzati con bioplastiche) in realtà andrebbero trattati alla stregua del ''residuo''.

 

E' chiara, in questo senso, la critica al governo italiano che sarebbe pronto a tassare la plastica monouso proprio per spingere la collettività a ridurre sempre di più l'uso di questo materiale altamente inquinante (e che invade letteralmente il mondo in ogni dove) ma meno chiara è la via d'uscita da questa situazione: la plastica sta letteralmente devastando il mondo, una delle strade maestre per ''batterla'' però pare in contrasto con i modelli di riciclo e recupero dei rifiuti in alcuni territori del nostro Paese. Che fare allora?

 

''Partiamo da un assunto - ci spiega Marco Ragazzi delegato alla sostenibilità ambientale dell'Università di Trento docente del dipartimento di ingegneria civile ambientale e meccanica - che le cosiddette bioplastiche certificate come biodegradabili lo sono effettivamente. Il problema è che la certificazione avviene in laboratorio con test, magari su singoli prodotti. Poi, però, quel che avviene nella realtà degli impianti, su larga scala, non sempre corrisponde a quanto emerso nelle condizioni perfette da laboratorio. E l'altro grande problema è che per questi oggetti la degradazione è più lunga: ci possono volere 80 giorni o più (mentre la fermentazione a umido impiega meno di 30 giorni ndr). Quindi ci troviamo nel paradosso che proprio i biodigestori considerati migliori, quelli che trasformano l'umido in energia, calore o compost più velocemente sono quelli che hanno più problemi con le cosiddette biopastiche''.

 

Insomma i tempi della struttura non sarebbero compatibili con quelli del materiale e viceversa e quindi ciò che è realizzato in bioplastica e gettato dagli utenti nell'umido oggi viene intercettato e gestito come scarto. E ora la paura che la ''plastic tax''  spinga gli utenti a indirizzarsi sempre più su questi materiali ''bio'' andando ad ''intasare'' la raccolta dell'umido è tanta: ad oggi infatti se l'impurità media rinvenuta nelle strutture regionali è del 3% si teme che questa soglia possa alzarsi oltre il 10% con le politiche di ''favore'' verso la bioplastica.

 

Ma c'è un ma: la plastica è un problema reale e globale. Quindi travalica i confini del nostro territorio e la nostra personale raccolta dei rifiuti. Secondo l'Enea, L'Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l'energia e lo sviluppo economico sostenibile, oltre l’80% dei rifiuti raccolti sulle spiagge italiane è rappresentato da plastiche e la plastica ha dei tempi di degradazione altissimi (tra i 100 e 1.000 anni). Nel Mar Mediterraneo (fonte Wwf) sono 570mila le tonnellate di plastica che finiscono ogni anno in acqua, l'equivalente di 33mila bottigliette al minuto e in montagna le cose non vanno meglio (nella lingua del ghiacciaio dei Forni sono state stimate 162 milioni di particelle di plastica, quantità paragonabile a quella che si trova nelle acque del Mediterraneo e sui litorali d'Italia). Si tratta di una vera e propria emergenza mondiale e come tale andrebbe affrontata (banalizzando se oggi le isole di plastica che galleggiano nei mari fossero composte di bioplastiche degraderebbero in pochi mesi e non in centinaia di anni come accade ora). 

 

 

 

 

 

Tra l'altro, il futuro è questo: il consiglio europeo ha dato il via libera formale alla direttiva che vieta dal 2021 oggetti in plastica monouso come piatti, posate e cannucce e poi aste per palloncini e bastoncini cotonati in plastica. Gli Stati membri, quindi anche l'Italia, si sono poi impegnati a raggiungere la raccolta delle bottiglie di plastica del 90% entro il 2029 e le bottiglie di plastica dovranno avere un contenuto riciclato di almeno il 25% entro il 2025 e di almeno il 30% entro il 2030. La ''plastic tax'' è già in uso in quasi tutti i paesi europei. In Belgio, per esempio, si pagano più di tre euro al chilo per bicchieri, piatti e posate di plastica prodotti; in Germania esiste la tassa sulla produzione di imballaggi di plastica ed è di 1,4 euro per ogni chilo, in Danimarca il produttore paga circa 1,60 euro al chilo. In Francia chi produce imballaggi non riciclati deve aumentarne il prezzo del 10%.

 

E che le tasse influenzino lo stile di vita dei cittadini è un'evidenza: l'Ocse, per esempio, cita tra le tasse anti-plastica di successo quella sulle buste di plastica in Irlanda: nel 2001 costituivano il 5% dell’immondizia prodotta nel paese, nel 2015 era scesa allo 0,13% (QUI APPROFONDIMENTO). 

 

L'Italia, poi, in questo senso, ha un problema strutturale: è uno dei principali paesi produttori in Europa di plastica da imballaggio e di macchinari da imballaggio ed è il primo Paese in Europa per consumo di bottiglie di plastica pro capite e il terzo nel mondo (dopo Messico e Tailandia e davanti a Stati Uniti, Germania e Francia).

 

 

 

E' normale, quindi, che ci sia una forte opposizione al progetto del governo giallo-rosso di affrontare, finalmente, il tema. Ma la strada è quella giusta e non può che essere questa, c'è ben poco fare. I cittadini lo hanno capito ed infatti il settore della bioplastica è in grande crescita. Assobioplastiche nel suo report di quest'anno ha mostrato chiaramente come il fatturato sia cresciuto del 26%, arrivando a circa 685 milioni di euro, nel 2018 (il settore della plastica, invece, per il Sole24 Ore sviluppa un fatturato di 32 miliardi di euro). La produzione ha visto un incremento del 21% e gli operatori del settore sono passati da essere 143 nel 2012 a 252 nel 2018.

 

Insomma la tendenza sia politica che di sentimento sociale è quella che va in questa direzione. Poi è probabile che spinte lobbistiche e timori legati a logiche del consenso ''consiglino'' al governo giallo-rosso strategie più prudenti e magari anche meno immediate. Ma prima o dopo questa sarà la strada da imboccare e con forza. Si potrà certamente dire ai cittadini che è meglio promuovere il concetto del riutilizzo, che alle feste è meglio servirsi di bicchieri in ceramica lavabili o stoviglie riutilizzabili ma non può bastare (anche perché viviamo, volenti o nolenti, nel pieno di un'economia globale incentrata sul consumo).

 

E allora non è meglio iniziare a pensare a riqualificare le strutture di smaltimento dei rifiuti?

 

''E' sicuramente un'opzione - spiega ancora il professor Ragazzi - e dal punto di vista tecnico c'è la possibilità di inserire le bioplastiche certificate nel circuito più virtuoso. Bisogna, però, vedere intanto se queste strutture sono in mano pubblica o privata e poi se renderle compatibili è economicamente conveniente. Questa è la discriminante più importante, perché il privato, è chiaro che si muoverà se c'è un qualche tipo di vantaggio. In definitiva si può dire che in questo ambito non c'è il buono o il cattivo, il bello o il brutto, a prescindere. Tutto dipende da come è costruita la catena che lega i diversi soggetti coinvolti. Un comportamento virtuoso inserito in un contesto che non lo sa valorizzare può diventare, paradossalmente, peggiore di un comportamento considerato negativo in un altro contesto. Personalmente ritengo che la politica più giusta sia quella che cerca di ridurre i rifiuti a monte ma è cruciale che ci sia un'unità d'intenti e un coordinamento tra chi fa le leggi, i cittadini e i protagonisti del settore dei rifiuti''.

 

In attesa di ciò, ovviamente, vanno rispettati i dettati locali: se in Trentino Alto Adige i gestori dei biodigestori dicono che al momento le bioplastiche vengono trattate come scarti l'utente dovrà gettarle nel residuo e dunque al momento il consiglio per i cittadini è quello. Politica e comunità, però, intanto devono lavorare affinché si vada verso un progresso non solo locale ma collettivo e quindi non si devono fermare al ''qui le cose funzionano così'' perché il mondo ''così'' non sta proprio funzionando

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