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''Cercavano i giornalisti. Sono partita fingendo di essere una maestra'', la reporter Schiavulli a Trento con Bellocchio per ''Despina, storie dall’esodo''

Corrispondente di guerra e scrittrice, è appena rientrata dal Venezuela e ci racconta cosa ha visto: ''Uno stipendio minimo di un insegnate o un infermiere è di 6 euro al mese e una sola scatoletta di tonno costa 7 euro''. Mercoledì 13 marzo alle 20.30 sarà  a Trento al Teatro Cuminetti per un evento proposto dal Rotary Club di Trento e Acav 

Di Giuseppe Fin - 09 marzo 2019 - 12:40

TRENTO. Storie di donne, della loro fuga da una guerra violentissima, senza regole, che non risparmia nessuno e soprattutto nessuna. Ultime tra gli ultimi, raccontate nel documentario “Despina, storie dall’esodo” che sarà presentato mercoledì 13 marzo alle 20.30 a Trento al Teatro Cuminetti di Trento proposto dal Rotary Club di Trento nell’ambito del progetto Respect Woman. Un importante appuntamento (l'ingresso è gratuito e aperto a tutti) nel quale verrà spiegato come l’Uganda, un paese povero, ha saputo dare vita ad un sistema di accoglienza unico al mondo, attento alle persone, ai loro bisogni, alle loro speranze.

 

Due corrispondenti di guerra, Marco Gualazzini e Daniele Bellocchio hanno quindi realizzato questo importante documentario che racconta di un esodo di enorme portata che si è svolto nel cuore dell’Africa in questi ultimi anni, di cui pochi hanno conoscenza. Un milione di profughi, per l’85% donne e bambini, ha lasciato il Sud Sudan in piena guerra civile e ha trovato rifugio nei paesi confinanti, Uganda soprattutto e Repubblica Democratica del Congo.

 

Il documentario è stato prodotto da “Gli occhi della guerra” e il “Giornale.it” con il contributo di Distretto Rotary 2050 e altri Rotary Club, e i due reporter hanno avuto il supporto logistico di ACAV, la Ong di Trento che opera in Uganda.

 

 

Ne seguirà un dibattito moderato da Luca Pianesi, direttore de Il Dolomiti, con la partecipazione di Elisabetta Bozzarelli, direttrice di ACAV e uno dei due autori, Daniele Bellocchio, reporter freelance. Ci sarà anche la presenza di Barbara Schiavulli, corrispondente di guerra che ha seguito i fronti caldi degli ultimi vent'anni, come Iraq e Afghanistan, Israele, Palestina, Pakistan, Yemen, Sudan. I suoi articoli sono apparsi, tra gli altri, su Fatto Quotidiano, Repubblica, Avvenire ed Espresso. Da circa tre anni è cofondatrice e condirettrice di Radio Bullets all'interno della quale lavorano una ventina di giornalisti, quasi tutte donne, che raccontano quotidianamente cosa accade nel mondo.

 

Proprio Barbara Schiavulli è da poco tornata dal suo ultimo viaggio in Venezuela dove ha raccontato in presa diretta quello che sta accadendo sia dal punto di vista sociale che politico. Un racconto che è riuscita a sviluppare in profondità visitando ospedali, incontrando persone e parlando con chi sta aiutando la popolazione vittima di una instabilità politica che va ormai avanti da troppo tempo.

 

Barbara Schiavulli, lei è appena tornata dal Venezuela. Ha deciso di andare sul posto per raccontare quello che sta accadendo. Com'è oggi la situazione?

In tutto il Paese è disastrosa sia a livello economico che politico. Dal punto di vista giornalistico è stato un viaggio molto faticoso. In Venezuela fare questa professione significa fare i conti con una politica che non vuole che tu racconti quello che vedi. Questo ha significato per quasi tutto il tempo mimetizzarsi, andare in incognito, andare in posti dove non potevo palesarmi come giornalista ma dovevo assumere altri ruoli anche solo per entrare in un ospedale. Sono rientrata in Italia. Ho lasciato il Venezuela in un aeroporto presidiato da poliziotti a caccia di giornalisti. “Periodista! Periodista”. Aprivano le borse al check in e via macchine fotografiche, schedine, telecamerine. Ho finto di essere una maestra.

 

Si parla di un clima di terrore. La popolazione come sta?

Terrore è forse una parola forte. Il problema grosso è la mancanza di medicine. Due anni fa mi trovavo sempre in Venezuela e i supermercati erano vuoti. Ora negli scaffali ci sono i prodotti ma le persone non hanno i soldi per comprarli. Uno stipendio minimo di un insegnate o un infermiere è di 6 euro al mese e una sola scatoletta di tonno costa 7 euro. È evidente che in questa situazione non puoi comprare nulla, dal sapone all'acqua minerale. Tra l'altro sia a Caracas ma anche in tutto il Paese ci sono forti problemi con l'acqua. Nella capitale c'è solo due volte al giorno per mezz'ora, ma in altre zone manca anche per diversi giorni. Ci sono ospedali e scuole senza acqua. Fino a quando non ti trovi in situazione del genere non capisci quando sia importante. Dal punto di vista sociale, la gente può parlare anche se si respira un'atmosfera di dittatura.

 

Ha lavorato in diversi paesi dove essere donna viene spesso visto come uno svantaggio sociale e culturale. In Venezuela com'è essere donna?

Le donne sono molto agguerrite e il Venezuela la possiamo definire la patria della bellezza. La vicepresidente è una donna. I problemi li troviamo in tutto quello che riguarda la salute e la gravidanza. In questo momento negli ospedali è tutto bloccato e non sono efficienti. Se nel corso di un parto ci sono delle complicazioni il bambino muore. La pediatra di un ospedale mi ha raccontato di 7 bambini morti per complicazioni in una sola settimana.

Mentre il cibo c'è ma non è accessibile per questioni di soldi, la sanità è scomparsa. C'è un mercato nero delle medicine che però sono costosissime e di difficile reperimento. Ci sono aiuti umanitari che entrano e molti arrivano anche dall'Italia ma non sono abbastanza. C'è poi anche il problema dell'educazione. Oggi molte persone non vengono più mandate scuola perché sono diventate invivibili con mense che hanno smesso di funzionare. Non si stanno facendo i vaccini e sono quindi tornate delle malattie che un tempo erano scomparse.

 

Nel corso dei suoi viaggi in giro per il mondo ha visto dei cambiamenti nelle condizioni che riguardano la donna? Sono ancora marcate le differenze con il mondo occidentale?

Secondo me i cambiamenti più forti li abbiamo avuti nei Paesi dove pensiamo che la situazione delle donne sia più arretrata. Mentre da noi si torna a parlare di aborto o di diritti delle donne, in Paesi come l'Arabia Saudita ora votano hanno conquistato la possibilità di guidare ed hanno fatto quindi passi da giganti. Basta pensare anche il codice della famiglia nei paese del Nord Africa. A Kabul ci sono 350 donne con la patente e questo per loro è conquista. Le donne, nelle città, cercano di fare, combattono e sono molto forti. Preservano i valori e l'entità della stessa della società.

 

Nel mondo occidentale la conquista dei diritti si è invece fermata o comunque ha rallentato il passo. Come mai?

È successo un po' come succede con tutti i diritti, quando si hanno vengono dati per scontati e rischi che qualcuno ne approfitti e scivolano via. Io credo che serva un gran lavoro sugli uomini a partire dalle scuole. Si danno per scontato troppe cose. Io non sono per le quote rosa, anche se in alcuni casi le capisco.

 

Nel suo lavoro essere donna l'ha penalizzata?

No, lavorativamente è stato un vantaggio. In alcune zone medio-orientali io sono riuscita a parlare con uomini e anche con donne, cosa che invece i miei colleghi maschi non hanno potuto fare e quindi, anche in questo senso, per me è stato un vantaggio. Ha permesso di mimetizzarmi di più negli ambienti, anche in quello militare dove il senso di protezione è più alto.

 

Lei è una reporter di guerra. Come mai ha scelto questa professione?

Da sempre, secondo me c'entra un po' la struttura famigliare che ho avuto, amante del giornalismo. Mia mamma che è americana, originaria dei Caraibi, ha vissuto diverse battaglie per i diritti trasmettendomene i valori. Per me poi è diventato un mantra andare in giro e raccontare.

 

Oggi cosa significa essere giornalista? Cosa deve fare il giornalismo?

In Italia il giornalismo deve essere più indipendente. Abbiamo giornali che devono stare da una parte o dall'altra. Il giornalismo per me dovrebbe stare al di sopra di tutto non accanto. Questo manca. Noi dovremmo essere quelli che vigilano. Il nostro è un servizio. Alcune volte, invece, purtroppo, si pensa di più ai like e a mettere alcune notizie frivole quando magari una paginata di un buon reportage potrebbe essere sicuramente letta se scritte bene. In Italia i giornali pensano che alle persone non interessino gli esteri ed io questo lo smentisco. Ogni viaggio che faccio, pagato dai viaggiatori, dimostro che non è vero. La garanzia è ben diversa tra quella che è la notizia che possono dare tutti e quella data stando di persona in un posto e con competenza e portando avanti un certo tipo di lavoro. Il lavoro di giornalista è studiare, approfondire e andare sul posto.

 

E' anche fondatrice di Radio Bullets. Di cosa si tratta?

Siamo nati un paio di anni fa, sull'onda della rabbia che gli esteri non venivano seguiti abbastanza nel nostro Paese. Come me anche altri giornalisti ritenevano fosse necessario e giusto per le persone dare qualcosa di più. Un giorno su Facebook ho fatto un post dove ho scritto 'Queste sono le 30 notizie che sono successe nel mondo e che non vedrete nei giornali italiani'. La pagina mi è esplosa ed ho avuto moltissimi contatti. Una mia collega si è offerta dandomi una mano e abbiamo lanciato un a sorta di primo notiziario e poi abbiamo iniziato a inserire dei podcast. Da qui è nata Radio Bullets e da due siamo arriva a 20 giornalisti, quasi tutte donne. Trasmettiamo ogni giorno, ci sono molte rubriche e raccontiamo il mondo in presa diretta.

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