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Il processo per l'autonomia altoatesina: dalle accuse all'Italia di proseguire la politica fascista alla marginalizzazione degli italiani

A partire dalla festa, dopo l'8 settembre 1943, per la liberazione dal giogo fascista storia del processo verso l'attuale forma di autonomia della provincia di Bolzano (al cui traino si è agganciato il Trentino). Dalla tragica immagine lanciata dal sacerdote  Michael Gamper dalle pagine del Dolomiten al sentimento di abbandono degli italiani  

Di Davide Leveghi (nato a Trento nel 1993, diplomato al liceo classico Prati e laureato in storia all'università di Bologna. Specializzando in storia contemporanea) - 07 luglio 2019 - 14:13

TRENTO. Ripercorrere la storia dei nostri corregionali ci permette di fare i conti con il nostro passato (di trentini) così come di penetrare in alcuni decisivi snodi della vicenda novecentesca del nostro paese. La frontiera è lente privilegiata per comprendere la traiettoria intrapresa dall’Italia nel “secolo breve”, luogo dove albe e tramonti delle fasi storiche si palesano con anticipo. “Alto Adige, un laboratorio d’Italia” vuole raccontare per capitoli quattro momenti nodali della storia altoatesina per comprendere l’influenza delle politiche attuate da Roma sul resto del paese.

 

(QUI IL CAPITOLO 3 e i link alle altre due)

 

Capitolo 4: il processo autonomistico

 

Quando già le sorti della guerra erano cominciate a cambiare, nel 1943 gli Alleati, immaginando l’Europa a conflitto concluso, discussero tra le tante cose anche del destino dell’Alto Adige. Nessun paese, decisero, avrebbe potuto mettere parola sui propri confini qualora non avesse dato prova di reagire all’occupazione nazifascista. In quel crocevia tra le Alpi, la Resistenza (o meglio le Resistenze) avrebbe offerto un ulteriore motivo di particolarità: piccola, debole, spaccata tra gli italiani e i tedeschi, in condizioni ambientali tremende. Legata al CLN, solo quella italiana sarebbe stata riconosciuta dalle forze alleate, dopo i sanguinosi sforzi per presentarsi come legittima autorità nel capoluogo.

 

Gli stessi resistenti sudtirolesi saranno oggetto nell’immediato dopoguerra di ingiusti processi per banda armata. I loro antinazismo e antifascismo contavano meno di quel loro essere sostenitori del diritto all’autodecisione, dopo più di vent’anni di oppressione. D’altro canto il diritto italiano a mantenere questo territorio, difeso strenuamente da De Gasperi nelle concitate fasi dei negoziati di pace, portò ben presto a liquidare il popolo sudtirolese come filo-nazista, alla luce delle Opzioni e della festosa accoglienza alla “liberazione” dal giogo fascista dopo l’8 settembre ’43.

 

Una feroce battaglia pubblicistica avrebbe accompagnato il dopoguerra, parallela a un incessante lavorio delle diplomazie italiana e austriaca; le sorti dell’Alto Adige venivano decise, a fronte della perdita delle colonie e dell’incertezza sul confine orientale, grazie all’appoggio delle potenze alleate, sancite da quel celebre accordo De Gasperi-Gruber con cui si gettavano le basi per l’autonomia del Trentino-Alto Adige.

 

Nell’accordo, allegato al trattato di pace, si stabilivano l’uguaglianza tra cittadini di lingua italiana e tedesca, la tutela del carattere etnico e culturale sudtirolese, la possibilità di utilizzare la propria madrelingua nelle scuole e negli uffici pubblici, la revisione delle Opzioni, oltre al fatto che l’Italia si impegnasse a concedere una forma d’autonomia legislativa ed esecutiva. Contenente alcune ambiguità, questo documento avrebbe permesso la creazione di un’unica regione, il Trentino-Alto Adige, in cui le due province di Trento e Bolzano possedevano alcune prerogative per nulla soddisfacenti le richieste sudtirolesi.

 

L’Alto Adige, in un clima di crescente tensione tra le rivendicazioni tedesche e l’immobilismo della DC trentina e nazionale, forza dominante a Trento come a Roma, sarebbe giunto al punto di rottura a cavallo dei ’60. La parola d’ordine della Todesmarsch, tragica immagine lanciata dal sacerdote Michael Gamper dalle pagine del Dolomiten, con cui si accusava lo Stato italiano di proseguire la politica fascista d’invio di italiani per sopraffare numericamente la minoranza, fece breccia in una popolazione frustrata dalle promesse disattese. Dopo la rivoluzione nella dirigenza SVP, con l’arrivo ai vertici di Silvius Magnago e compagni, la riacquistata libertà d’azione di Vienna, l’affacciarsi del terrorismo in provincia (e non solo), il caso altoatesino raggiunse per iniziativa austriaca l’Assemblea generale dell’ONU nel 1960 e nel 1961, centrando l’obiettivo dell’internazionalizzazione della questione.

 

Il laboratorio altoatesino, questa volta, doveva misurare la capacità dello Stato italiano di trattare con una minoranza combattiva i margini di negoziazione del suo tradizionale centralismo. Terrorismo e trattative si sarebbero intrecciate in un continuo saliscendi di tensione, giungendo in diversi casi, su tutti le stragi di Malga Sasso (settembre 1966) e Cima Vallona (giugno 1967), a un punto di rottura scongiurato solo dagli sforzi di singoli politici desiderosi di chiudere la vertenza con l’Austria. Solo nel 1992 questa conclusione sarebbe stata raggiunta, lasciando comunque strascichi dimostrati dalle saltuarie polemiche etniche.

 

Lo Stato italiano, dal canto suo, dimostrerà scarsa coerenza nella gestione del processo autonomistico altoatesino. Le grandi difficoltà interne, i continui rivolgimenti politici con un succedersi frenetico di esecutivi, le forti spinte provenienti da destra verso la chiusura netta alle richieste sudtirolese, impedirono spesso di affrontare adeguatamente un interlocutore, l’SVP di Magnago, poco incline al compromesso. Il primo sforzo, senz’altro di decisiva importanza, verso la discussione dell’autonomia atesina venne a seguito della Feuernacht, quando l’esecutivo guidato da Mario Scelba, acerrimo nemico delle piazze in rivolta, stabilì una commissione composta da 19 membri, quasi la metà di lingua tedesca. Dalle numerose sedute del consesso nacque il cosiddetto “Pacchetto”, l’insieme di 137 provvedimenti da ratificare riguardanti l’istituzione di una maggiore autonomia della provincia di Bolzano.

 

Gli incontri tra i ministri degli Esteri austriaci ed italiani attraversarono quasi tre decenni, giungendo solo a cortina di ferro caduta e a Tangentopoli scoppiata a dare degli effettivi risultati, con la consegna al segretario della Nazioni Unite da parte delle diplomazie dei due paesi dei documenti che dichiaravano conclusa la vertenza solo nel 1992. Lo Statuto d’autonomia del 1972, apice del processo autonomistico viste le concessioni strappate dal partito sudtirolese, non avrebbe infatti chiuso del tutto la questione, data la lentezza con cui procedettero l’approvazione e l’attuazione delle norme del pacchetto.

 

Certamente a soffrire più di tutti le conseguenze del nuovo Statuto d’autonomia sarebbe stata la comunità italiana, passata improvvisamente da una posizione di primato politico, sociale e culturale ad una di minorità rispetto al più numeroso gruppo tedesco. Proporzionale etnica e obbligo di patentino, con cui si stabilivano divisione dei posti pubblici secondo le proporzioni dei gruppi linguistici e necessità per lavorare nel pubblico di ottenere una certificazione di bilinguismo, sprofondarono gli italiani in un malcelato sentimento di disagio e impotenza, fotografati nel reportage Sangue e suolo del giovane scrittore Sebastiano Vassalli.

 

Sentitisi abbandonati dallo Stato italiano e discriminati dal rancoroso gruppo tedesco, gli italiani reagivano opponendosi strenuamente all’autonomia. Il predominio democristiano venne meno, aprendo le strade, in controtendenza rispetto al resto della penisola, alla destra neofascista, unica forza nettamente contraria al nuovo statuto. Gli straordinari risultati delle elezioni del 1985 dimostrarono le spaccature presenti nella società provinciale, mentre gli attriti etnici, nonostante le ultime stanche e vane deflagrazioni, cominciavano a placarsi.

 

L’Alto Adige usciva dal suo tormentato ‘900 come un modello di risoluzione delle diatribe etniche e di convivenza tra diversi gruppi linguistici, malgrado le storture sociali e politiche determinate dalla separazione dei gruppi. Il merito dello Stato italiano, tuttavia, si legava più all’impegno profuso da figure politiche e diplomatiche come Aldo Moro, Giulio Andreotti, Alcide Berloffa, che lontano dai riflettori costruirono rapporti umani in grado di distendere gli animi e proseguire le trattative. L’autonomia atesina, al cui traino si era posta quella trentina, finalmente era stata raggiunta. Nel laboratorio al di qua del Brennero, lo Stato italiano usciva a testa bassa.

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