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Dalla toponomastica al ''cambio'' dei colori delle tapparelle: il fascismo tenta l'italianizzazione dell'Alto Adige ma si arrende alle Opzioni

Divisa in tre fasi (1923-1927, 1928-1933, 1934-1938), la politica fascista in Alto Adige procedette a singhiozzo attraverso interventi più o meno coerenti e decisi, culminando infine nella presa di coscienza del fallimento dell’assimilazione degli “allogeni” sancito dall’accordo e dal risultato delle Opzioni. Ecco in cosa consistette l'italianizzazione

Di Davide Leveghi (nato a Trento nel 1993, diplomato al liceo classico Prati e laureato in storia all'università di Bologna. Specializzato in storia contemporanea) - 16 giugno 2019 - 20:23

TRENTORipercorrere la storia dei nostri corregionali ci permette di fare i conti con il nostro passato (di trentini) così come di penetrare in alcuni decisivi snodi della vicenda novecentesca del nostro paese. La frontiera è lente privilegiata per comprendere la traiettoria intrapresa dall’Italia nel “secolo breve”, luogo dove albe e tramonti delle fasi storiche si palesano con anticipo. “Alto Adige, un laboratorio d’Italia” vuole raccontare per capitoli quattro momenti nodali della storia altoatesina per comprendere l’influenza delle politiche attuate da Roma sul resto del paese. (QUI LA PRIMA PARTE)

Capitolo 2: l’italianizzazione fascista
In un articolo apparso nel 1928 su Gerarchia, rivista ufficiale del regime, Ettore Tolomei, a seconda delle prospettive “inventore” o “boia” dell’Alto Adige, tracciava un bilancio sui provvedimenti adottati per la “conquista alla patria” del territorio atesino dopo il primo quinquennio di fascismo. Molto ancora rimaneva da fare a giudizio del geografo roveretano, nonostante si registrassero con soddisfazione alcune misure di snazionalizzazione come l’adozione della toponomastica italiana, il giro di vite nei confronti degli irriducibili anti-italiani, l’obbligo di utilizzo della lingua italiana nei pubblici uffici ed il famoso “lavacro dei nomi” con cui si italianizzavano più o meno fantasiosamente circa 4000 cognomi.

 

Cinque anni erano ormai passati da quel discorso tenuto al Teatro Municipale di Bolzano, il 15 luglio 1923, in cui Tolomei, già nominato senatore dal fascismo e all’apice della considerazione negli ambienti nazionalisti, esponeva l’insieme di 32 provvedimenti necessari per l’Alto Adige. Raggruppabili attorno a tre direttrici, essi miravano a italianizzare la “facciata” del territorio, a trasformare gli equilibri etnici della popolazione e a rompere la coesione etnica della minoranza tedesca allontanando gli elementi indesiderabili ed assimilando la restante popolazione.

 

Se riguardo alla “facciata dell’Alto Adige” si procedeva a gonfie vele (si pubblicarono perfino direttive per cambiare i colori delle persiane, tradizionalmente bianco-rosse), attorno a snazionalizzazione dei sudtirolesi e italianizzazione della popolazione si combatterono battaglie più aspre. I condizionamenti internazionali, dovuti al peso della Chiesa cattolica, dal 1929 divenuta nuovamente entità politica indipendente in virtù del Concordato, e al recupero da parte tedesca di un ruolo attivo sullo scenario europeo, le difficoltà finanziarie e l’inadeguatezza della classe dirigente inviata in Alto Adige, resero l’italianizzazione del territorio “imperfetta”, come da definizione dello storico altoatesino Andrea Di Michele.

 

Divisa in tre fasi (1923-1927, 1928-1933, 1934-1938), la politica fascista in Alto Adige procedette a singhiozzo attraverso interventi più o meno coerenti e decisi, culminando infine nella presa di coscienza del fallimento dell’assimilazione degli “allogeni” sancito dall’accordo e dal risultato delle Opzioni, con cui i tedescofoni delle province di Bolzano, Trento, Belluno e Udine venivano chiamati a decidere di trasferirsi nel Reich o di rimanere cittadini del Regno d’Italia. Una politica che seppur incompiuta avrebbe lasciato profonde ferite nella popolazione.

 

Il primo approccio del regime con il territorio atesino, cavia da laboratorio nel trattamento fascista delle minoranze linguistiche alle frontiere, fu sulla falsariga delle crescenti violenze e rivendicazioni del dopoguerra. In un Alto Adige già sconvolto dalla Marcia su Bolzano, con cui ogni illusione autonomistica veniva delusa dalla debole politica liberale, il fascismo procedette ad un repulisti del settore pubblico che spazzò via il funzionariato locale sostituendolo con personale giunto da altre regioni (la sostituzione colpì anche molti trentini, considerati sospetti di nostalgie imperiali ed accusati di “trentinismo”, cioè di voler rovesciare sui sudtirolesi le angherie subite dai tirolesi italiani sotto gli Asburgo). Scuola, giornali ed istituzioni culturali tedesche vennero travolte dalle misure del regime, costrette alla clandestinità nelle Stuben dei masi o salvate almeno formalmente dallo stretto legame con le istituzioni cattoliche, assurte a tutrici del carattere tirolese della popolazione

 

Più lineare fu invece la seconda fase, partita nell’anno 1927 con l’istituzione della provincia di Bolzano accolta con tanto giubilo dai sostenitori della snazionalizzazione quanto con malcelati malumori dai fascisti trentini, vistisi privati del loro ruolo di tutori degli italiani d’Alto Adige. Architettura, urbanistica, arte e monumentalistica offrirono in questa fase il proprio contributo alla “costruzione dell’italianità” del territorio atesino, trasformando il panorama delle valli. L’abolizione della legge sui “masi chiusi”, istituzione centrale nella struttura economica tirolese che impediva il frazionamento dei terreni, non ottenne i risultati sperati, incontrando nella società sudtirolese una tenace resistenza. Colpi di “vernice”, come scrisse lo storico gardenese Claus Gatterer, che non scalfirono minimamente l’identità tedesca dei sudtirolesi, forse proprio in virtù della mostruosità di alcuni provvedimenti (si stabilì il divieto delle iscrizioni tombali in tedesco e si costrinse a scrivere i nomi dei defunti in italiano).

 

Il carattere tedesco dei sudtirolesi fu semmai rafforzato dall’oppressione fascista, funzionale solo a compattare etnicamente la popolazione. Da Berlino più che da Vienna, caduta sotto l’ala protettrice di Mussolini, giunse il sostegno verso una società vessata, verso i fratelli tedeschi ingiustamente strappati alla madrepatria ed oppressi da un regime snazionalizzatore. Cellule del partito nazionalsocialista nacquero nel territorio atesino, destando le vive ma tardive preoccupazioni delle autorità fasciste. La solidarietà etnica più che la naturale predisposizione ideologica o culturale, spinse i sudtirolesi verso le braccia del regime nazista, giunto al potere in Germania nel 1933.

 

Accanto ai tentativi di snazionalizzare i tedeschi, fu in un terzo momento che l’anelito fascista di “rifare gli italiani” aprì alla copiosa entrata nel territorio atesino di flussi di lavoratori a cui le porte verso l’estero, sbocco tradizionale dell’emigrazione dalla penisola, erano state chiuse dal regime. La fondazione della zona industriale a sud del capoluogo, grazie alla collaborazione di importanti industriali che appoggiarono i piani economici fascisti nel duro momento dell’isolamento internazionale dopo l’invasione dell’Etiopia del 1935, rivoluzionò la demografia cittadina rovesciando gli equilibri etnici. Dall’8,7% del totale della popolazione nel 1921, gli italiani passavano a un 35,9% nel 1943. I quartieri operai si riempirono di uomini provenienti da tutte le regioni, seguiti più avanti dalle famiglie. La storia della comunità, o meglio delle comunità italiane in Alto Adige, cominciava il suo travagliato percorso.

 

Nel laboratorio altoatesino, pertanto, il regime testava le sue politiche di trattamento delle minoranze da una parte cambiando gli equilibri etnici, dall’altra marginalizzando politicamente, culturalmente e socialmente il gruppo linguistico alloglotto laddove questo non accettava supinamente l’assimilazione. I grandi sforzi economici di industrializzazione e modernizzazione guidarono questo duplice processo, palesando al tempo stesso l’inadeguatezza di una classe dirigente inviata al confine come “avanguardia della stirpe” e dimostratasi presto incapace di gestire il percorso di “conquista alla patria” del territorio.

 

Il diritto di “epurare la patria” da quella che Mussolini considerava una “reliquia etnica” ai bordi della naturale frontiera tra mondo tedesco e mondo latino, cominciata in nome del recupero all’italianità di una popolazione recentemente germanizzata (come sostenuto da Tolomei), finiva con il fallimento cocente dell’accordo nazi-fascista delle Opzioni, con cui quasi il 90% dei sudtirolesi decise per il trasferimento nel Reich. Se il “rifacimento degli italiani nei confini”, cantato in Giovinezza, si dimostrava difficoltoso e irto d’ostacoli, la snazionalizzazione si risolveva in un memorabile smacco.

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