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Il "suicidio" di Pinelli e il "mostro" Valpreda. Piazza Fontana e la lunga coda degli inganni

Nella terza e ultima puntata dell'approfondimento su Piazza Fontana si ricostruisce la costruzione del colpevole. L'accumulazione di bugie cominciò dalla defenestrazione di Pinelli e dalla gogna mediatica a Valpreda, spostando il focus delle indagini su una falsa pista, quella anarchica. Nessuna giustizia è stata fatta, anche se il quadro delle responsabilità è stato chiarito

Di Davide Leveghi - 15 dicembre 2019 - 15:32

Un punto di non ritorno: 50 anni da Piazza Fontana

Approfondimenti su un evento spartiacque della storia nazionale. La strage, le trame segrete, gli insabbiamenti e i ricordi di un fatto che marchiò a fuoco la democrazia italiana.

Puntata 3: a pochi minuti dalla mezzanotte del 15 dicembre 1969, un corpo precipita dal quarto piano della Questura di Milano. È quello di Giuseppe Pinelli, ferroviere e militante anarchico. Da questo momento la “pista anarchica” verrà ufficialmente offerta a opinione pubblica e giornali, ponendo il primo “mattone” di un castello di bugie rimasto in piedi per oltre quarant'anni

 

TRENTO. Tra le 16,37 del 12 dicembre 1969 e la mezzanotte del 15, nella capitale economica del Paese si consumava una delle più sconvolgenti tragedie della storia repubblicana. Mentre il Paese intero era in preda all'angoscia per la vile strage nella sede della Banca nazionale dell'agricoltura, costata la vita a 17 persone, nei luoghi del potere si capitalizzava il panico creato dallo scoppio. Si orchestrava, infatti, una campagna mediatica tesa a fabbricare un colpevole, coprendo d'altra parte i veri responsabili dell'odioso delitto.

 

Il confezionamento della “pista anarchica” rappresentò il primo passo del “castello di bugie” su Piazza Fontana. Ancor prima di gettare in pasto all'opinione pubblica e ai giornali le figure di Pietro Valpreda e Giuseppe Pinelli, mentre dall'estero giungono inquietanti ricostruzioni di complotti orditi nella Grecia dei colonnelli, la stampa nazionale era già indirizzata verso l'area della sinistra radicale. A dimostrarlo è la linea narrativa adottata, quella che lega in una “tragica catena” la strage della Banca dell'agricoltura al filotto di storici attentati avvenuti nel capoluogo lombardo dal 1921 in poi – su tutti quello al teatro Diana, di matrice anarchica individualista, che fece 21 morti, oltre a quelli che caratterizzano Milano in negli anni caldi dei '60. 

 

La “strategia della tensione” - espressione lanciata dal settimanale inglese The Observer per indicare la condotta del presidente della Repubblica Giuseppe Saragat volta a spostare a destra l'asse politico italiano strumentalizzando gli episodi di violenza – nutrita dalle allusioni dei giornali, trovava nei discorsi istituzionali dello stesso Saragat e del presidente del Consiglio Mariano Rumor dei momenti estremamente significativi. Se il primo pungolò la magistratura a intervenire con maggior severità contro i responsabili di violenze, dall'altra il democristiano vicentino promise “azione fermissima, immediatamente intrapresa per individuare e colpire i vili delinquenti”.

 

E così fu. Nelle immediate vicinanze dell'esequie, il presupposto di colpevolezza della pista anarchica, presentato dalla stampa, trovava i suoi capri espiatori perfetti: Pinelli – precipitato dalla questura in una “palese ammissione di responsabilità” - e Valpreda – il cui arresto risuona in diretta televisiva nel telegiornale della sera del giorno 16 dicembre. In un istante il caso apparve chiuso, la promessa di celerità di Rumor rispettata. L'opinione pubblica non sa, però, che l'inchiesta procede tra le irregolarità.

 

Con inspiegabile zelo la prima prova dell'inchiesta – la bomba non scoppiata rinvenuta alla Banca commerciale – viene fatta brillare, eliminando ogni informazione utile a ricostruirne la provenienza. L' “opportunità” della morte di Pinelli produce i primi sospetti. Il fermo illegale (il sospetto viene tenuto oltre il dovuto negli uffici della questura), la scelta di spostare di alcuni minuti nel verbale di polizia l'ora della “caduta” (facendo ricadere la competenza su un sostituto procuratore più gradito), l'esclusione del difensore di parte dall'autopsia e altri dettagli irregolari, restituiscono all'opinione pubblica un quadro di qualcosa che va nascosto. La riconosciuta onestà del Pinelli cozza con una ricostruzione che lo vuole mostro.

 

Lo stesso commissario Luigi Calabresi si mostra sorpreso. “Per noi continuava a essere una brava persona”, dichiara. Scagionato dall'indagine interna, il commissario rimarca la sua assenza dalla stanza al momento della caduta. Per giustificarla, il giudice Gerardo D'Ambrosio arriverà a confezionare l'ipotesi di un “malore attivo”. Ma se la trasformazione in colpevole di Pinelli, giunto in questura autonomamente con il suo motorino, mostra sin dai primi momenti una serie di crepe, ben diverso è il destino di chi, il ballerino anarchico Pietro Valpreda, non gode affatto di buona fama nemmeno negli ambienti anarchici.

 

Valpreda fu il capro espiatorio perfetto. Allontanato dal circolo anarchico Ponte della Ghisolfa, di cui faceva parte Pinelli, per le sue idee favorevoli all'utilizzo della violenza, ne fondò uno proprio immediatamente infiltrato dai servizi e dalle forze dell'ordine. Riconosciuto da un taxista come l'uomo che sospettosamente aveva preso un passaggio nei pressi della Banca per pochi metri, prima di rientrare nel veicolo senza più una borsa – contenente l'esplosivo – trascorrerà in carcere ben 3 anni da innocente, mentre la stampa lo sottopone ad un brutale linciaggio mediatico. Rilasciato nel dicembre 1972 grazie ad una legge che abbrevia i termini della carcerazione preventiva, verrà sempre assolto in tutti i processi e scagionato definitivamente dall'inchiesta del giudice Salvini.

 

I processi stessi, d'altro canto, non rappresentarono certo una garanzia della democraticità delle istituzioni. Piazza Fontana produsse un iter processuale eterno, concluso solo nell'ottobre 2005 con il pronunciamento di una sentenza di assoluzione da parte della Cassazione nei confronti di tutti gli imputati. L'inequivocabilità della responsabilità degli ordinovisti veneti Giovanni Ventura e Franco Freda non corrispose ad alcuna condanna in virtù dell'assoluzione in via definitiva nel processo di fine anni '80. I colpevoli individuati, pertanto, ma lasciati impuniti.

 

Il quadro emerso negli ultimi processi, tutti conclusi nel primo lustro dei 2000, individuava i colpevoli (i nazifascisti di Ordine nuovo), le trame che rendono possibile l'esecuzione (i collegamenti internazionali tra la Cia e On e tra i servizi segreti italiani e le organizzazioni On e Avanguardia nazionale), i responsabili degli insabbiamenti (gli apparati di sicurezza italiani) e le finalità dell'attentato (la strategia della tensione, appunto). Le ombre allungate sulle istituzioni – in particolare i presidenti della Repubblica e del Consiglio – infierivano un vulnus irricucibile alla democrazia italiana.

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