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Un golpe nel silenzio: uno sguardo retrospettivo sul contesto della strategia della tensione

Nella puntata 1 dell'approfondimento su Piazza Fontana abbiamo intervistato Mirco Dondi, storico dell'Università di Bologna esperto del rapporto tra terrorismo e comunicazione. Analizzando il tentato golpe Borghese del dicembre 1970, raccontiamo il contesto aperto da un evento, la strage di Milano, vero e proprio punto di non ritorno della storia repubblicana

Di Davide Leveghi - 10 dicembre 2019 - 15:40

Un punto di non ritorno: 50 anni da Piazza Fontana

Approfondimenti su un evento spartiacque della storia nazionale. La strage, le trame segrete, gli insabbiamenti e i ricordi di un fatto che marchiò a fuoco la democrazia italiana.

Puntata 1: a quasi un anno dalla strage di Piazza Fontana, si registrano movimenti sospetti attorno all'entourage di Junio Valerio Borghese. L'ex dirigente del Movimento Sociale svolge il ruolo di collettore di trame golpiste e progetti eversivi, culminati nella macchina organizzativa avviata e poi inceppata in quel 7 dicembre 1970. Il bisogno d'ordine di cui fu figlio il tentato golpe, però, naufragò per manovre di palazzo. Era l'Italia della "strategia della tensione"

 

TRENTO. “L'ordine è di tacere. Nulla è accaduto. Possiamo stare tranquilli”. Scriveva così, a golpe fallito, il principale protagonista di questo oscuro episodio della storia nazionale, quel principe Junio Valerio Borghese ex-comandante della flottiglia Decima Mas, divenuto nel secondo dopoguerra terminale dell'eversione di destra. Nella notte del 7 dicembre 1970, a quasi un anno dallo scoppio che aveva stravolto Milano e la penisola, l'elemento operativo dell'operazione Tora Tora – questo il nome in codice scelto per l'azione – penetrava nel palazzo del Viminale, raggiungendo l'armeria e trafugandone parte del contenuto.

 

L'occupazione del Ministero degli Interni, attuata dagli uomini di Avanguardia nazionale al comando di Stefano Delle Chiaie, avrebbe inaugurato una serie di manovre rimaste però incompiute. Borghese ricevette una telefonata. Le operazioni venivano bloccate. Nessuna notizia trapelava all'esterno almeno fino al marzo dell'anno successivo, quando uno scoop di Paese Sera, imbeccato probabilmente dal Partito comunista, rivelava l'esistenza del tentato colpo di mano.

 

In un 1970 segnato dalle violenze neofasciste - dall'Abruzzo alla Calabria - in una temperie sociale e politica esplosiva infiammata dagli strascichi di Piazza Fontana, il golpe Borghese verrà tacitato dai partiti democratici per svariate e specifiche ragioni, sancendo un “patto del silenzio” teso a difendere le istituzioni e a impedire la reazione violenta degli attivisti di sinistra.

 

“La progettazione del golpe risale addirittura all'estate del 1969 – racconta Mirco Dondi, storico dell'Università di Bologna e autore del volume L'eco del boato. Storia della strategia della tensione 1965-1974immaginato come esito volto a capitalizzare il disordine scatenato nel Paese. Il 14 dicembre 1969 – a due giorni dalla strage di Piazza Fontana – l'Msi avrebbe dovuto tenere un comizio, chiamato 'appuntamento con la Nazione', al Palasport di Roma. Un appuntamento che, secondo il terrorista Vincenzo Vinciguerra, sarebbe dovuto essere il deflagrante di disordini, innestando nell'opinione pubblica italiana un desiderio di ordine”.

 

“La manifestazione venne però annullata dal ministro degli Interni Restivo – continua – e il golpe slitterà a dicembre dell'anno dopo. La pericolosità del tentativo venne dimostrata dai numeri; sono circa 20mila gli attivisti preallarmati. Dopo la penetrazione nel Viminale, una della istituzioni più protette della Repubblica, Borghese avrebbe dovuto annunciare la presa del potere in diretta televisiva Rai. Ma giunge il contrordine di fermare il tutto, una telefonata del segretario di Andreotti Gilberto Bernabei che comunica la contrarietà del politico democristiano e dell'ambasciata statunitense”.

 

Il colpo di Stato rimane sospeso, l'avanguardia viene fatta rientrare e il velo del silenzio steso sui responsabili. Prima di marzo, quando la notizia non poté che uscire sulla scia dei mandati di cattura emessi contro alcuni dei protagonisti, l'inchiesta del giornalista de Il Giorno Camillo Arcuri non ottenne nemmeno il permesso di essere pubblicata. Borghese, raggiunto dall'avviso di arresto, fuggiva nella Spagna franchista.

 

“L'idea dei partiti è di non gettare la popolazione nel panico – spiega Dondi – per questo la notizia viene nascosta e poi minimizzata. Anche l'Unità declasserà il tentativo di colpo di Stato in 'congiura'. I partiti guidano l'informazione, pertanto. Le conseguenze sono comunque pesanti, l'ondata emotiva è forte, molti esponenti di partiti di sinistra dormono fuori casa dopo l'uscita della notizia”.

 

A sinistra, non a caso, si produrrà quell'ideologia della vigilanza tesa a mantenere l'attenzione alta sulla virulenza dei gruppi di destra. Gli esiti giudiziari che seguono l'uscita della notizia, d'altro lato, subiranno un progressivo annullamento. Le imputazioni ridotte nel corso dei diversi gradi di giudizio, la questione chiusa, nonostante l'assoluzione dei rei confessi, nella fatidica sentenza della Cassazione: “il fatto non sussiste”. La scia della giustizia evasa si protrae. Sul fallimento del golpe, inoltre, fioriscono le più svariate ipotesi.

 

“Il tentato golpe Borghese – prosegue – si muove in un equilibrio instabile. Il suo arresto in corso d'opera svela la finalità di far uscire allo scoperto gli ufficiali golpisti, di tenerli sotto controllo. Sono coinvolti l'ammiraglio Birindelli, comandante delle truppe Nato nel Mediterraneo, il futuro capo di Stato maggiore Torrisi, numerose figure legate alla P2. Gradualmente affiorano dei nomi, ma quelli più importanti sono espunti. Non a caso il giornalista Mino Pecorelli parlerà di un 'malloppone' e un 'malloppino' di nomi, vagliati da Andreotti e molto probabilmente anche dai servizi. Le indagini vengono svolte dal controspionaggio di Vito Miceli, anch'esso connesso al golpe”.

 

La “strategia della tensione” - espressione nata da un articolo di The Observer riguardo all'atteggiamento mostrato dal presidente della Repubblica Saragat a seguito della strage di Piazza Fontana, volto a strumentalizzare la violenza per spingere l'elettorato e l'asse politico verso destra – trova nel colpo di Stato del dicembre '70, seppur tentato, una manovra per condizionare la classe dirigente.

 

Aldo Giannuli, a testimonianza della pericolosità del tentativo, parla di un 'golpe per fare un altro golpe', come nel film di Monicelli Vogliamo i colonnelli – chiosa lo storico – un colpo di Stato guidato dai vertici Nato di cui Torrisi e Birindelli fanno parte. Le possibilità di riuscita non sono comunque molte: non c'è l'appoggio degli Usa, né quello di Andreotti, indicato come capo da Borghese, che sicuramente non reputava molto credibile un disegno eversivo che consegnava ai militari e non a lui le redini del potere. Un'Italia con un governo autoritario di destra si sarebbe trovata inoltre in una posizione scomoda in Europa e verso il confine orientale”.

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