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''Migrazioni, l'accoglienza diventi uno stile di vita'': la comunità della Busa accoglie 27 persone in 8 appartamenti

I pregiudizi sono ancora tanti, ma Cooperativa Arcobaleno, Atas Onlus e Fondazione comunità solidale lavorano per ''abbattere preconcetti e costruire relazioni''. Il racconto del loro operato alla rassegna ''Il mondo in piazza''

Di Tiziano Grottolo - 23 giugno 2019 - 17:42

RIVA DEL GARDA. Seconda tappa de "Il mondo in piazza", rassegna culturale che mette al centro due temi di cruciale importanza come migrazioni e accoglienza. In questa tappa gardesana (sabato prossimo l'appuntamento è a Malè) abbiamo incontrato tre realtà impegnate nell'accoglienza, Cooperativa Arcobaleno, Atas Onlus e Fondazione comunità solidale.

 

Sul territorio gardesano attualmente sono 27 le persone che trovano, a vario titolo, accoglienza in appartamenti gestiti da cooperative o associazioni. Riva, Arco e Dro i tre centri interessati dove hanno sede otto appartamenti (due gestiti dall'associazione Atas Onlus e sei dalla cooperativa Arcobaleno). Ventisette persone su una comunità che supera i 40.000 abitanti, una goccia nell'oceano, se però ci si basasse su una percezione diffusa il numero indicato sarebbe molto maggiore.

 

Ma è proprio qui che si gioca uno dei nodi fondamentali dell'accoglienza: la percezione e la paura del diverso molto spesso alimentata per fini elettorali. "Una delle prime sfide - racconta Alessandro Martinelli della Fondazione comunità solidale, ente che opera in stretta sinergia con la Caritas - è far capire che l'accoglienza non è un problema che riguarda pochi addetti ai lavori, ma una cosa che riguarda tutti, si potrebbe dire uno stile di vita".

 

Secondo Martinelli fare accoglienza non significa semplicemente dare delle risposte a delle emergenze, ma si tratta invece di riuscire a vivere insieme in un territorio, di una questione di relazioni, ovvero cercare di rendere umana l’esistenza di una persona.

 

Obiettivo questo, che passa inevitabilmente dalla necessità di avere un tetto sopra la testa ed è qui che entrano in gioco realtà come Atas e Arcobaleno. Atas Onlus è attiva in questo settore ormai da 25 anni: "Un tempo - spiega Mattia Tavernini, operatore sociale dell'associazione - l'utenza era composta soprattutto da lavoratori provenienti dall'est Europa e dal Maghreb che arrivavano in zona come lavoratori stagionali, a partire dal 2014 c’è stato un boom di richiedenti asilo che per via dei loro redditi bassi, o per la diffidenza preconcetta nei loro confronti, vengono automaticamente esclusi dal mercato immobiliare”.

 

Va specificato che, al contrario di quelli gestiti da Arcobaleno, gli appartamenti di Atas ricadono nel cosiddetto settore della "terza accoglienza" che coinvolge persone che possono contare su una qualche forma di reddito al quale si può accedere una volta usciti dai percorsi di prima e seconda accoglienza. A questa forma di housing sociale possono accedere anche italiani in difficoltà che ricadono nelle "fasce deboli della popolazione", donne vittime di violenza, madri single, genitori separati.

 

"Il fatto - continua Tavernini - è che molte di queste persone avrebbero pure un reddito che gli consentirebbe di affittare un appartamento ma le barriere linguistiche, la diffidenza delle persone e i prezzi gonfiati della zona li portano facilmente ad essere esclusi dal circuito".

 

Molte volte sono gli stessi datori di lavoro che si adoperano per trovare delle soluzioni abitative per queste persone.
Un sistema di accoglienza diffusa che finora ha consentito ai fruitori di integrarsi gradualmente con il tessuto sociale.

 

"Anche se su questo fronte ancora molto può essere fatto" afferma Paolo Tonelli, vicepresidente della cooperativa Arcobaleno. Sistema però che è stato colpito in maniera trasversale dai tagli introdotti dal decreto sicurezza e dalla conseguente interpretazione della Provincia.

 

Arcobaleno ad esempio contava 25 dipendenti, ridotti a cinque. Le aree maggiormente colpite sono quelle che puntavano all'inclusione dei migranti, come i corsi d'italiano e i progetti di inserimento lavorativo.

 

Il timore che riporta chi lavora nel settore dell'accoglienza riguarda il post 2020: la paura è che le piccole strutture sparse sul territorio vengono via via chiuse per "dirottare i richiedenti asilo nelle grandi strutture di Trento" o che entro il 2021 siano chiusi tutti i progetti di seconda accoglienza.

 

Gli enti del settore, raccontano, reagiscono a questi tagli come meglio possono, talvolta mettendoci del loro, sacrificando risorse interne pur di mantenere lo stesso tenore dei servizi. C’è una cosa però che accomuna tutte le realtà attive sul territorio, la volontà di lavorare per ricostruire il tessuto sociale, discorso che riguarda la comunità nella sua interezza.

 

"Vogliamo riportare i nostri interventi all'interno di un discorso più ampio che riguarda la relazione fra le persone - conclude Tonelli - vogliamo costruire persone e comunità reciprocamente riconoscenti, dove siamo riusciti a fare questo tipo di lavoro le comunità hanno risposto bene e una volta superate le iniziali diffidenze anche tutte le altre barriere sono cadute".

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