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Nel 2018 a Trento emessi circa 300 provvedimenti di ammonimento. Ben oltre la media nazionale. Il questore: "Un dato, in realtà, che deve rincuorarci"

Al via al liceo Da Vinci il progetto "Scuole ed educazione alla cultura della legalità". Una serie di incontri nelle scuole tenute dal personale della Polizia di Stato su violenza di genere, cyberbullismo, sicurezza stradale. Anche il Trentino nelle tristi classifiche nazionali. Sono problemi sociali che vanno affrontati, prima di tutto, a scuola e in famiglia

Di Arianna Viesi - 14 novembre 2019 - 19:57

TRENTO. Si è tenuta stamane, nell'aula magna del liceo Da Vinci di Trento, alla presenza del questore Giuseppe Garramone, la presentazione del progetto "Scuole ed educazione alla cultura della Legalità". Se la Provincia riduce i contributi per i programmi di educazione di genere e pari opportunità che vacillano fortemente in questo (non proprio) nuovo corso provinciale (percorsi che nulla centravano sulle teorie gender), ecco che ci pensa la polizia. Un nuovo progetto, già realizzato a spot nei mesi scorsi e che in questo anno scolastico è destinato a intensificarsi. Certo, non sono la stessa cosa, trattano tempi più ampi ma sono molto simili perché l'educazione e il cambiamento culturale parte dai giovani.

 

Al centro del dibattito con gli studenti, infatti, temi di stringente attualità: violenza di genere, uso di sostanze nocive, sicurezza statale e cyberbullismo. La conferenza di oggi costituisce il preambolo di altri incontri che verranno tenuti dal personale della Polizia di stato nelle le scuole primarie e secondarie della provincia di Trento, e che vedranno l'intervento di personale della Questura, delle specialità e dei medici.

 

Nel rivolgersi ai ragazzi, il questore è partito, non a caso, da Falcone - che s'è battuto, per tutta la vita, per quella che lui stesso definiva "educazione alla cultura della legalità". "E quale luogo migliore per svilupparla se non a scuola?", commenta Garramone. "Quando sono arrivato a Trento, undici mesi fa, ho preso questo impegno. Stare dalla parte delle fasce più deboli: donne, ragazzi e anziani. E questo è quello che facciamo, tutti i giorni".

 

La violenza di genere è un morbo sociale che, proprio per questo, deve essere affrontato (anche e soprattutto) nelle scuole. Qualche dato nazionale: sono sette milioni le donne che, nel corso della loro vita, subiscono violenza (non solo fisica, ma anche psicologica, verbale); ogni anno, in Italia, si registrano oltre cento femminicidi; un milione e 500 mila donne subiscono violenze sul posto di lavoro.

 

"Numeri impressionanti - commenta Garramone - ma che, in realtà, sottostimano il fenomeno. La maggior parte delle violenze, infatti, avviene tra le mura domestiche e, in questi casi, le denunce purtroppo sono ancora poche". Quella della violenza di genere è una sfida culturale: parte dalle famiglie e dalle scuole.

 

Garramone, poi, passa in rassegna i dati della nostra provincia. Nel 2018 il questore ha emesso circa 300 provvedimenti di ammonimento. Nel 2019 il trend non sembra cambiare: circa un provvedimento al giorno.  Nei casi più gravi, si passa anche al provvedimento di richiesta di sorveglianza speciale. "Un provvedimento - spiega Garramone - previsto per la prima volta nel 1956 come strumento contro pericolosi pregiudicati. Nel 1965 il provvedimento è stato impugnato nella lotta contro le mafie. Oggi, quel provvedimento, viene applicato nei gravi casi di stalking. Ben si capisce, quindi, quanto il fenomeno sia serio e trasversale".

 

Il numero di provvedimenti notificati nella nostra provincia è alto. Molto più alto dei dati nazionali e, anche, di città come Roma, Napoli, Milano. "Questi numeri non sono sintomo di una violenza più diffusa rispetto al resto della nazione. Questi numeri così alti, in realtà, dovrebbero in qualche modo rincuorarci: perché vuol dire che qui, a Trento, le donne si fidano delle forze dell'ordine e hanno tolleranza zero. Vuol dire che le donne non tollerano nessun tipo di violenza e che, dunque, denunciano".

 

La dottoressa Maggio, dirigente della Divisione anticrimine di Trento, parla del cosiddetto "Protocollo Eva", un protocollo nazionale per contrastare la violenza contro le donne. Interventi che tutti i giorni la Polizia di Stato si trova ad affrontare.

"Il fenomeno della violenza sulle donne - spiega Maggio - non nasce ieri: è un fenomeno sociale, radicato nella nostra cultura e nella nostra società. Quello che l'ha sempre favorito, però, è la reticenza delle vittime". E poi un appello rivolto ai ragazzi e, soprattutto, alle ragazze: "Siate consapevoli che tutti nascono liberi e che la violenza non è un destino. La violenza va combattuta ma, spesso, la vittima da sola non riesce ad uscirne. Dobbiamo quindi impegnarci tutti. Dalla violenza si può, e si deve, uscire. Ragazze, non consentite che vi facciano del male. E, voi, ragazzi, non osate farlo e non consentite che altri lo facciano".

 

Leonardo Sciascia diceva che la mafia sarebbe stata sconfitta da "un esercito di maestrine". "Così sarà anche per la violenza di genere - conclude Maggio -: la sua sconfitta non verrà dalle forze dell'ordine ma dalla società".

 

Anche il dottor Miglio, dirigente della Squadra mobile di Trento, parla delle vittime più che dei carnefici. "Spesso le vittime, una volta che è stato emesso il provvedimento di ammonimento, tornano sui propri passi. È necessario recuperare il rispetto per noi stessi e per le regole. Ci sono dei limiti oltre i quali non si può andare".

 

Non solo violenza di genere. I ragazzi, cui gli incontri sono rivolti, hanno a che fare soprattutto con la rete (e con tutte le ombre e i fantasmi che si porta appresso). L'ispettore della Polizia di Stato e della Polizia Postale e delle Telecomunicazioni, il dottor Berti, da tempo si occupa di cyberbullismo. Non è da molto che nella cosiddetta normativa "Codice Rosso" è stato inserito un articolo di legge sul cosiddetto "revenge porn", il ricatto a sfondo sessuale che, con l'avvento della rete, ha raggiunto picchi allarmanti.

 

La norma colpisce il primo divulgatore del video o dell'immagine ma anche tutti coloro che, conniventi, ne favoriscono la circolazione. "Ci sono alcuni casi di cronaca che ci hanno portato qui. E non dobbiamo essere grati ai genitori delle vittime per questo. Penso al caso di Tiziana Cantone o alla famiglia Bezzi. La storia che, però, mi ha segnato maggiormente è quella di Carolina Picchio che, nel 2013, a soli 13 anni, s'è tolta la vita per un video girato dai suoi stessi amici e finito in rete". La vicenda di Carolina è emblematica. Da questa storia, grazie anche all'impegno di una sua docente, si è arrivati alla normativa sul cyberbullsimo.

 

 

 

 

L'educazione parte (sempre) dai più giovani: è lì che bisogna intervenire, subito. Dello stesso avviso il dottor Tognarelli, dirigente della polizia stradale di Trento. Il 17 novembre ricorrerà la giornata nazionale delle vittime della strada. Una giornata fortemente voluta dal governo italiano che l'ha istituita due anni fa.

 

In Italia, ogni anno, si contano circa 3.000/4.000 vittime della strada. Vale a dire: in Italia, ogni anno, scompare un piccolo paese. Nel 80/90% dei casi gli incidenti sono causati da comportamenti scorretti.

 

La nostra Provincia è in linea con i numeri nazionali. Ogni anno circa una trentina di persone perdono la vita sulle strade trentine. "Quest'anno - spiega Tognarelli - il mese di giungo è stato particolarmente critico. Complice anche il bel tempo, nella nostra provincia si sono registrati circa dieci decessi. Nella maggior parte dei casi, a rimanere sulla strada, motociclisti".

 

A condensare il senso di far partire questo progetto proprio nelle scuole il dottor Berti che cita un (paradigmatico) passo di Pitagora: "Educa i bambini e non sarà più necessario punire gli uomini".

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