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Violenza di genere: 696 i casi denunciati in Trentino. Gli strumenti per il contrasto, ma nel 90% dei casi le vittime rimangono in silenzio

I dati si riferiscono al 2018, mentre quelli elaborati per il primo semestre del 2019 segnano una sostanziale continuità. Denunce e procedimenti crescono, continuando però a rappresentare solo il 10% dei casi. Nel mentre Pat e istituzioni firmano un protocollo per la prevenzione e il contrasto, tra monitoraggio e offerta di supporto alle vittime

Di Davide Leveghi - 25 November 2019 - 13:28

TRENTO. L'attesa conferenza stampa sui dati della violenza di genere in Trentino è finalmente finita stamane, quando alla presenza dell'assessora alla salute e alle politiche sociale Stefania Segnana e delle autorità di forze dell'ordine, magistratura, sanità e università, è stato firmato dapprima il protocollo biennale per il monitoraggio del fenomeno e successivamente illustrate le statistiche. “Anche in questo campo il Trentino rappresenta un esempio a cui guarda tutta Italia”, si è sentito ripetere nella carrellata di interventi istituzionali - non certo per i numeri, in crescita, quanto per gli strumenti di prevenzione e contrasto.

 

Se infatti esiste un monitoraggio costante del fenomeno, che da quest'anno può contare sulla partecipazione diretta di Università e Azienda sanitaria, dall'altra vi sono anche delle strutture che non solo accompagnano e supportano le donne e i bambini vittime di violenza ma che cercano anche di riabilitare i maltrattanti. Allo stesso modo la Provincia di Trento ha assunto il ruolo di perno di un sistema in grado di aiutare le donne a uscire da situazioni di violenza accelerando le pratiche di condanna dei responsabili.

 

Il fenomeno, anche in Trentino, ha delle dimensioni piuttosto inquietanti. Nel 2018 le denunce per un ventaglio di reati riconducibili alla violenza di genere – stalking, violenza psicologica, violenza fisica e domestica, violenza economica, violenza sessuale – sono state 457, 239 i procedimenti di ammonimento, per un totale di 696 casi. Gli eventi che hanno coinvolto le donne tra i 16 e i 64 anni sono stati 627, con un'incidenza di 3,7 denunce e procedimenti ogni 1000 donne.

 

Nel 2018 la frequenza media mensile è stata di 51 denunce e procedimenti ogni mese, 1,7 al giorno. L'incidenza territoriale vede una differenza sostanziale tra i grossi centri (Trento e Rovereto, rispettivamente con un'incidenza del 5,2 e 4,2 ogni 1000 donne ) e i territori (Riva del Garda 2,9; Cles 2,7; Cavalese 2,6; Borgo Valsugana 2,4), situazione resa però più fumosa dal fatto che le denunce rappresentino solo una piccola percentuale dei casi di violenza, in gran parte rimasti tra le mura domestiche o celate all'autorità.

 

Il dato impressionante infatti comprende l'entità del fenomeno. Si stima che i dati conosciuti interessino solo il 10% del fenomeno, mentre grosso modo è dall'ambito domestico e familiare che giungono le denunce di violenza. Nel 57% dei casi, infatti, le donne che accedono al pronto soccorso sono vittime di violenza da parte dell'attuale partner.

 

In Italia il fenomeno continua a rappresentare una triste costante della quotidianità. Con cifre come detto necessariamente sottostimate sono circa 7,5 milioni le donne che hanno subito nel corso della propria vita una qualche forma di abuso o violenza – di cui 1 milione e 600mila sul posto di lavoro - oltre i 100 i femminicidi che si consumano ogni anno, la metà dei quali in ambito familiare. 88 i casi quotidiani di violenza contro le donne, 1 ogni 15 minuti (fonte: report della polizia di Stato 2019).

 

Un fenomeno, come evidenziato dai relatori, innanzitutto culturale, non un'emergenza estemporanea, che proprio per questo deve essere combattuto sul piano della cultura. L'assenza dell'assessore Mirko Bisesti - già protagonista di una foto imbarazzante nei giorni scorsi, in compagnia di militanti e “papaveri” del Carroccio provinciale – appare perciò alquanto significativa.

 

Un fenomeno a cui la Provincia, sulla scia dell'impegno inaugurato nel 2012, ha opposto la firma d'un protocollo biennale per la prevenzione e il contrasto assieme ad altre cruciali istituzioni: il Commissariato del governo (prefetto Sandro Lombardi), la Procura della Repubblica di Trento (procuratore capo Sandro Raimondi) e di Rovereto (procuratore capo Aldo Celentano), il Consorzio dei Comuni (presidente Paride Gianmoena), l'Ateneo di Trento (rettore Paolo Collini) e l'Azienda provinciale per i servizi sanitari (direttore Paolo Bordon).

 

Un fenomeno, soprattutto, contro cui le istituzioni, dotatesi di strumenti per il monitoraggio e il contrasto, stanno lottando cercando di offrire alle vittime l'appiglio necessario per uscire dalle situazioni di violenza. E non a caso l'aumento di denunce e procedimenti testimonia come le donne siano più spinte a denunciare. La consapevolezza aumenta, aumenta l'emersione delle situazioni e questo perché gli strumenti a disposizioni di enti che supportano e vittime che denunciano sono maggiori, così come la tempestività e la capacità d'intervento delle autorità preposte.

 

La Provincia mette a disposizione strutture in grado di sostenere le vittime, agendo a tre livelli: tramite i servizi residenziali (case rifugio, case accoglienza e case “autonome”), mediante i servizi non residenziali (supporto psicologico) e attraverso percorsi di riabilitazione immaginati per i maltrattanti. Il 2018 ha visto ben 117 donne coinvolte – tendenzialmente giovani, economicamente deboli, d'istruzione medio-bassa, arrivate a questi servizi tramite i servizi sociali o le forze dell'ordine – nei servizi residenziali e 316 in quelli non residenziali – tendenzialmente adulte, economicamente benestanti, d'istruzione medio-alta, arrivate ai servizi autonomamente. Il tutto coinvolgendo più di 500 minori – si stima siano 5000 quelli coinvolti in situazione di violenza domestica, se è vero che si conosce solo il 10% del fenomeno.

 

Gli uomini incamminati invece in un percorso rieducativo sono stati 18. Un numero decisamente basso, ma che trova una sfumatura positiva laddove in molti casi il processo è portato avanti in contatto con il partner.

 

Se la partecipazione dell'Università, entrata da quest'anno nel protocollo, rappresenta un passo importante per il monitoraggio e l'interpretazione dei dati sulla violenza di genere, dall'altra anche quella dell'Azienda sanitaria svolge un fondamentale ruolo sia di osservazione – e dunque di presa di coscienza – sia di controllo e successivo avviamento verso percorsi di denuncia e supporto alle vittime. Nel primo semestre dei 2019 gli accessi al pronto soccorso di vittime di violenza sono state 243 (556 nel 2018), coinvolgendo 218 donne (480 in tutto il 2018). Come accennato i responsabili dei maltrattamenti sono stati per lo più gli attuali partner (57% dei casi), seguiti da degli estranei o comunque degli uomini non legati da rapporti familiari (17%), dagli ex-partner (10%) e dai figli o dai genitori (8%).

 

Il bilancio che si può fare nella Giornata internazionale di contrasto alla violenza sulle donne per la nostra provincia non può che registrare numeri preoccupanti e in ascesa ma incoraggianti laddove vedono in questa crescita un segno di una maggiore propensione a denunciare e quindi a uscire dal silenzio. Sensibilizzazione, formazione e contrasto passano per le scuole e i luoghi pubblici e vedono le autorità in prima linea nell'impegno a sradicare il fenomeno, o quantomeno a limitarlo il più possibile. E non solo attraverso le misure repressive, ma anche attraverso la prevenzione, con la promozione di una Cultura del rispetto che deve essere propagandata dai rappresentanti eletti.

 

Per questo, ci consenta l'assessora Segnana, l'episodio della “torta malandrina” con la scritta “Viva la F...” ritratta nella foto con il consigliere provinciale di maggioranza Gianluca Cavada, il presidente della Lega trentina Alessandro Savoi e l'assessore alla cultura Mirko Bisesticon il desolante strascico sui social di Savoi che dà dei "culatoni" alla nostra redazione - non può essere derubricato a “una singola situazione estremizzata” o a un “commento fuori luogo e censurabile”. La Cultura del rispetto - come la stessa Cultura - si coltiva e si pratica quotidianamente, tutti i giorni, tutte le ore in tutte le "singole situazioni".

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