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In Italia ogni 15 minuti una donna è vittima della violenza maschile. Nel 74% dei casi l’aguzzino è italiano

Nel 2019 le donne che hanno subito episodi di violenza di genere sono aumentate, ma al contempo è salito anche il numero di chi ha scelto di denunciare. Il capo della polizia Gabrielli: “Ogni episodio di violenza contro una donna è una sconfitta per tutti”. All’interno del report (IN ALLEGATO) anche le storie delle vittime

 

 

Foto polizia di stato
Di Tiziano Grottolo - 23 November 2019 - 11:43

TRENTO. Ogni giorno si registrano 88 casi di violenza contro le donne, più o meno 1 ogni 15 minuti è questo il picco registrato a marzo 2019, sintomo di un fenomeno radicato e allarmante che emerge dal report della polizia “... questo Non è Amore-2019”.

 

Il documento è stato pubblicato a ridosso della Giornata internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne, che cade il 25 novembre, e per il terzo anno consecutivo, vuole fare il punto sul fenomeno, con i dati in possesso delle forze di polizia ma, soprattutto, per fornire nuovi elementi di informazione, perché c’è la necessità di raccontare, chiarire, coinvolgere per far uscire le vittime dal silenzio.

 

Come ribadito dal report la violenza di genere è un problema sociale di dimensioni endemiche che coinvolge praticamente qualunque paese del mondo, nessuno esente, tanto che alcuni parlano di “genocidio di genere”. Il fenomeno comprende l’insieme delle violenze esercitate sulle donne, in tutte le fasi della loro vita, in qualunque contesto, pubblico o privato, operate per mano di uomini e giustificate dall’appartenenza al genere femminile.

 

 

Il fenomeno in questione è trasversale, vittime e aggressori infatti, appartengono a tutte le classi sociali e culturali e a tutti i ceti economici: l’età o la razza, le condizioni socioeconomiche sono ogni volta le più disparate. Fra tutti i dati ce n’è uno che salta subito all’occhio: per quanto riguarda i reati di genere le vittime di sesso femminile sono in aumento, passate dal 68% circa del 2016 al 71% del 2019. Questo dato però ha una doppia chiave di lettura, se da un lato mostra una violenza in crescita dall’altro è sintomo di un aumento delle denunce, ciò significa che c'è più consapevolezza che a sua volta coincide con una maggior fiducia nella possibilità di ottenere protezione e giustizia.

 

Le vittime delle violenza di genere, come maltrattamenti in famiglia, percosse, violenze sessuali e atti persecutori sono in alta percentuale italiane, tra quelle straniere le più propense a denunciare sono di origine rumena. Per quanto riguarda i presunti autori di questi reati la maggior parte sono italiani, si arriva al 74% sul totale in aumento rispetto al 2018. Mentre nell’82% dei casi chi usa violenza “ha le chiavi di casa” ovvero si tratta di una persona all’interno del nucleo famigliare, più spesso lo stesso compagno della donna. 

 

Fortunatamente negli ultimi anni i riflettori si sono accesi su questo fenomeno spingendo la politica a provare ad elaborare delle proposte, fra le iniziative di maggior successo si annovera l’introduzione del neologismo “Femminicidio”, perché mette nero su bianco il report “fino a quando le cose non hanno un nome purtroppo sono invisibili, mentre con questa parola si è riusciti a dare la consapevolezza dell’esistenza del problema rimuovendo facili generalizzazioni”. Questo ovviamente non vuol dire che prima non si consumassero femminicidi, ma semplicemente non c’era una parola in grado di porre l’accento su questi fatti di sangue: “la donna viene uccisa in quanto donna, o perché non è la donna che la società vorrebbe che fosse”, si legge nel report.

 

Ma veniamo ai numeri, i femminicidi non hanno né tempo né confini precisi, si tratta di un fenomeno che esiste da sempre ma i dati fanno emergere una discrepanza: se il numero degli omicidi di vittime di sesso maschile negli anni è diminuito di oltre il 50% lo stesso non è avvenuto per le donne. Sul totale degli omicidi avvenuti in Italia, fra gennaio e agosto 2019, le donne rappresentano il 34%, nel 22% si tratta di straniere, ma a preoccupare di più è che, ad uccidere, nell’81% dei casi è un familiare di questi quasi i 2/3 sono partner o ex partner.

 

Come sottolineato dal capo della polizia Franco Gabrielli per il contrasto a questo genere di reati è fondamentale un lavoro sul piano culturale, che coinvolga gli stessi agenti che raccolgono le denunce, “una donna che è vittima di violenza si sente sola, prova vergogna, ha paura di ritorsioni per sé stessa e per i propri figli, si crede colpevole, teme di non essere creduta, di essere giudicata”, spiega Gabrielli. Per questo il poliziotto a cui chiede aiuto deve saper rispondere a questo dolore: “il più delle volte l’aggressore è una persona a cui la donna è legata da vincoli affettivi – ricorda il capo della polizia – non basta applicare la legge, è necessario assicurare alla donna accoglienza, informazioni e il sostegno necessario”.

 

Anche se ancora molto lavoro resta da fare, nel corso degli anni sono comunque stati fatti dei passi in avanti: a partire dal cambio di mentalità che non vede più la violenza di genere come qualcosa di privato “la violenza di genere è un problema per le donne, ma non delle donne”, rammenta il report. In evidenza anche gli adeguamenti normativi che si sono susseguiti nel tempo che hanno permesso di superare una visione “palesemente discriminatoria” con l’abolizione di delitti giustificati da codici d’onore o dalla morale, passando per la prima legge (del 2013) a fare esplicito riferimento alla “violenza basata sul genere”. Per arrivare alla recente approvazione del così detto “Codice rosso”, che ha innovato e modificato la disciplina penale, sia sostanziale che processuale, della violenza domestica e di genere, corredandola di inasprimenti di sanzione.

 

“La Polizia – conclude il capo della polizia Gabrielli – vuole continuare ad essere in prima linea perché quel valore di uguaglianza diventi effettivamente autentico e perché ogni episodio di violenza contro una donna è una sconfitta per tutti”.

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