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Novantanove anni fa l'incendio del Narodni Dom di Trieste. Così si aprì la frattura fra italiani e slavi: ''Azione pianificata che negava la storia plurietnica della città''

Vi fu il lancio di bombe a mano, l'impedimento ai vigili del fuoco di intervenire, il lancio disperato dalla finestra di un uomo ed una donna, le fiamme, il fumo e le fucilate che crearono uno scenario apocalittico. Intervista allo storico triestino Jože Pirjevec: “L'incendio del centro culturale sloveno fu la punta dell'iceberg di un pogrom antislavo per purificare la città”

Di Davide Leveghi - 13 luglio 2019 - 16:44

TRENTO. L'incendio del Narodni Dom (il centro culturale sloveno) rappresentò nella storia giuliana l'episodio determinante della frattura fra italiani e slavi. A soli due anni dall'annessione della città, porto dell'Impero e centro plurietnico di vitale importanza, il montante fascismo locale mise in chiaro quale fosse il trattamento da riservare ad un gruppo etnico considerato oltre che nemico nazionale un pericoloso nemico ideologico (non a caso si coniò il termine "slavocomunismo"). L'offensiva antislava, a cui si accompagnava quella contro i nemici politici (comunisti, socialisti, repubblicani), assunse forme ancor più virulente forgiandosi nelle fiamme dell'Hotel Balkan, sede del centro culturale sloveno e di altre istituzioni legate alla popolazione slava.

 

Era il 13 luglio 1920. L'italianità, di cui i fascisti si facevano massimi promotori, si imponeva nei territori appena annessi a forza di provocazioni e spedizioni punitive contro associazioni, luoghi d'incontro e sindacati delle minoranze nazionali incorporate al Regno. Nel porto giuliano, Francesco Giunta, onnipotente ras della città, attendeva solo il pretesto perfetto per assestare un colpo decisivo alla “Slavia entro l'Italia”, a quegli slavi che supinamente dovevano adattarsi alla nuova realtà senza poter rivendicare alcun diritto nazionale- sebbene fossero da sempre parte integrante di quella realtà plurietnica che era stata storicamente Trieste.

 

Il pretesto non tardò a verificarsi. Nella città di Spalato, nella zona dalmata occupata militarmente dalle truppe regie, era avvenuto uno scontro armato dopo che degli ufficiali italiani avevano strappato una bandiera jugoslava issata in occasione del compleanno di re Pietro, testa coronata di Belgrado e del Regno dei Serbi, dei Croati e degli Sloveni appena nato dalle ceneri del conflitto. L'incidente fece tre morti, tra cui un ufficiale italiano. Tanto bastò ai fascisti, in una Trieste già arsa dalla contrapposizione nazionalistica, per mettere in pratica la logica dell' “occhio per occhio, dente per dente”.

 

Da piazza dell'Unità, dove era stato montato un palco per una manifestazione indetta dopo gli eventi di Spalato, Giunta assunse la guida di un corteo diretto all'Hotel Balkan. Condotti dall' “istinto”, come disse il ras triestino, al centro culturale sloveno, un centinaio di fascisti giunse ad appiccare l'incendio all'edificio, seminando il panico tra chi, ignaro, vi era riunito all'interno. Il lancio di bombe a mano, l'impedimento ai vigili del fuoco di intervenire, il lancio disperato dalla finestra di un uomo ed una donna, le fiamme, il fumo e le fucilate, crearono uno scenario apocalittico. L'azione fascista continuava per le strade della città e nel circondario con la distruzione di negozi e locali slavi.

 

La premeditazione dell'azione, riconosciuta da più parti in sede di giudizio storico, fu parzialmente tollerata dalle autorità. Si apriva infatti quella “ripulita nazionale” auspicata da fascisti e nazionalisti, che dall'incendio del Narodni Dom avrebbe innescato la grande ondata di terrore contro i “nemici della nazione”. Come scrisse il direttore de Il Piccolo, storico giornale italiano della capitale giuliana, Rino Alessi, le fiamme dell'Hotel Balkan marcarono la “catarsi purificatrice” di una città che dal cosmopolitismo asburgico sarebbe dovuta essere purgata dell'elemento “alieno” slavo (come detto precedentemente, in realtà da sempre presente in quel territorio) e avrebbe dovuto proclamare la sua assoluta ed esclusiva italianità.

 

Professor Jože Pirjevec, cosa avvenne davvero quel 13 luglio di 99 anni fa? Quale significato ebbe l'incendio del Narodni Dom?

 

Il prologo della vicenda va ritrovato nell'incidente di Spalato, in cui i marinai italiani affermarono con la loro azione il diritto italiano alla Dalmazia. La reazione della popolazione portò ad uno scontro, conclusosi con delle vittime. La vicenda venne sfruttata dal fascio triestino, con una manifestazione nella piazza principale della città. Mentre si teneva la manifestazione, un ragazzo, in dinamiche mai acclarate venne accoltellato. Fu la scintilla che fece degenerare la situazione, con la folla inferocita che si diresse ed assalì il Narodni Dom, senza che le forze dell'ordine intervenissero. L'azione, a mio giudizio, era già preparata in precedenza. Essa fu la punta dell'iceberg di un vero e proprio pogrom antislavo orchestrato da parecchio tempo. Un gesto simbolico per “purificare la città” da una presenza che contaminava l'italianità della città. Un gesto che negava la storia più recente di Trieste, una storia plurietnica - non cosmopolita perché tra i gruppi non v'era comunicazione. Il Narodni Dom venne attaccato perché simbolo della presenza slovena e generalmente slava nella città, con cui essa affermava la propria importanza per Trieste- fu il primo “centro polivalente” costruito in Europa da parte di una comunità etnica, una “città nella città”, oltre che una sfida all'irredentismo triestino che da metà '800 conduceva la sua crociata contro gli slavi. Si ricordi che prima di questo episodio, già nel dicembre 1918 le truppe italiane attaccarono e bruciarono il palazzo episcopale di Trieste, in cui risiedeva un vescovo sloveno ostile all'annessione.

 

Quali furono le conseguenze di questa azione?

 

Le conseguenze furono da una parte il declino della città- un declino che ancora continua-, dall'altra la volontà di reagire da parte degli sloveni. I sacerdoti furono i primi ad organizzarsi, con la costituzione dell'Associazione sacerdoti di San Paolo, operante clandestinamente contro il potere italiano. Lo stesso nuovo vescovo, il vescovo castrense Angelo Bartolomasi, assunse le difese dei diritti della minoranza slava contro nazionalisti e fascisti. Lo stesso papa Benedetto XV protestò, nel primo e probabilmente unico caso in cui la Chiesa cattolica prese posizione a favore di una minoranza etnica.

 

Chi furono i protagonisti di quell'incendio?

 

I fascisti protagonisti di questa vicenda erano forestieri, non triestini. Giunta era toscano, ad esempio. Per molti di questi personaggi le terre di frontiera appena annesse al Regno d'Italia, le nuove province, rappresentarono un vero e proprio “Eldorado” in cui acquisire ricchezza e visibilità. Approfittarono delle situazioni particolari di quelle terre. È chiaro che queste azioni finirono per portare in quei territori un regresso della società civile.

 

Vi fu continuità fra lo Stato liberale ed il regime fascista nella gestione della minoranza slava?

 

La continuità nell'atteggiamento dei nazionalisti italiani verso gli slavi affonda le radici nell'irredentismo giuliano, quindi a metà '800. Trieste fu centro di decisiva importanza per il fascismo, tanto che il fascio sorse qui subito dopo essere nato a Milano. Lo Stato liberale dimostrò connivenza, perché lo slavo era nemico non solo nazionale ma anche ideologico. La tradizionale simpatia verso la Russia, infatti, oltre alle notizie dei radicali cambi approntati dalla Rivoluzione d'Ottobre, fecero breccia nella popolazione slava, specie nelle classi sociali più umili. Si può quindi dire che in Venezia Giulia non vi fu rottura tra Stato liberale e fascismo, proprio nella misura in cui quest'ultimo ereditò e continuò la tradizionale politica irredentista di rifiuto della convivenza e di odio antislavo.

 

 

Jože Pirjevec (1940, Trieste) è uno storico italiano di lingua slovena. Professore all'Università del Litorale di Capodistria, ha insegnato storia contemporanea all'Università di Padova e storia dei paesi slavi all'Università di Trieste. È autore di importanti volumi sulle guerre jugoslave, sulla minoranza slovena in Italia e sulle foibe

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