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Sant'Anna e Malga Zonta: la moralità della Resistenza e la barbarie nazifascista

E' una giornata di anniversari di eccidi nazifascisti: a Sant'Anna di Stazzema (LU) vennero trucidati 560 civili, a Folgaria, invece, fucilati 17 tra partigiani e malgari. Una riflessione sulla delegittimazione della Resistenza

Di Davide Leveghi - 12 agosto 2019 - 17:50

TRENTO. “Lo studioso di storia- scriveva Claudio Pavone in Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità nella Resistenza- non può sottrarsi al compito di collocare nel flusso del tempo e di contestualizzare nella situazione che le vide svolgere le manifestazioni di violenza in cui si imbatte nel corso della sua ricerca. Nel far ciò egli dovrebbe dimenticare che esiste un problema della vita e della morte che non compete a lui risolvere”.

 

Il 12 agosto, anniversario degli eccidi nazifascisti di Malga Zonta a Folgaria e di Sant'Anna di Stazzema, rappresenta ogni anno un momento di dibattito non solo sulle modalità in cui si svolsero i fatti, ma pure su quella che Pavone definisce nello stesso titolo del suo fortunato saggio “la moralità nella Resistenza”- “nella” e non “della”, giusto perché sul tavolo non si discute la nobiltà della scelta di combattere il nazifascismo. E se per il primo aspetto, viste le ricostruzioni operate da storici e istituti di ricerca, ogni polemica appare sommamente strumentale, per il secondo non si può che non vedere l'emergere di una tendenza revisionista volta a ribaltare il giudizio sulla scelta dei partigiani e al tempo stesso a riesumare le ragioni di chi combatté dall'altra parte.

 

Le ragioni di questi ultimi furono sconfitte dalla Storia, ed i loro morti non potranno mai ricevere lo stesso trattamento pubblico riservato a chi, con una propria scelta, dolorosa, nobilissima, coraggiosa, abbandonò famiglia e casa per instaurare un regime di giustizia, uguaglianza e libertà, a seconda dei singoli obiettivi nel coacervo di motivazioni che guidarono questa sofferta decisione. Se anche c'è un'uguaglianza nella morte, ci ricorda il sacrificio di uomini e donne della Resistenza, essa è subordinata ad una diseguaglianza nella vita. Come dire, chi ha combattuto per il fascismo, fosse anche perché costretto, non potrà veder riconosciuta quella dignità e quel valore attribuiti a chi lo contrastò.

 

A riguardo Pavone recupera un passo di Italo Calvino: “Quel peso che grava su tutti noi, e che si sfoga in spari, in nemici uccisi, è lo stesso che fa sparare anche i fascisti, che li porta a uccidere con la stessa speranza di purificazione, di riscatto. Ma allora c'è la storia. C'è che noi, nella storia, siamo dalla parte del riscatto, loro dall'altra”. Il dolore esistenziale, ci ricorda il grande scrittore, sarà pure lo stesso, ma il desiderio che guida la lotta, cioè la libertà per sé e per le generazioni a venire, marca la profonda diversità tra i due schieramenti.

 

L'offensiva delegittimatoria che da tempo è mossa contro l'antifascismo utilizza spesso le stesse armi retoriche, in molti casi violando quel principio citato all'inizio di contestualizzazione della violenza nelle circostanze in cui venne commessa. Tra queste c'è l'idea che i partigiani agissero disinteressandosi delle rappresaglie che i nazifascisti rovesciavano sulla popolazione a seguito delle loro azioni. Via Rasella, Sant'Anna di Stazzema, Marzabotto, tante furono le azioni ammantate dal carattere di rappresaglia che scaricarono la ferocia nazifascista sulla popolazione civile. Non è certo facile liquidare un tema così complesso in poche righe, anche perché nello stesso mondo partigiano fu argomento piuttosto controverso, polarizzato nelle posizioni estreme tra gli attesisti e chi invece sostenne la necessità di condurre la lotta senza se e senza ma.

 

Il CLNAI diramò diversi documenti sul comportamento da tenere in questo campo, cercando di invitare alla prudenza ma senza che le preoccupazioni per una rappresaglia costituissero un impedimento all'azione. In questa posizione, di certo più praticabile a parole che a fatti, sta un nodo morale di difficile soluzione, ma su cui a posteriori è lampante su chi ricadano le responsabilità storiche della rappresaglia: chi la rappresaglia la compì.

 

L'eccidio di Malga Zonta non rientra nella categoria appena citata, tuttavia, proprio per il polverone che ogni anno solleva, fa parte invece di quegli eventi su cui il revisionismo agisce nel tentativo di penetrare il discorso pubblico delegittimando le vittime, in questo caso 17 tra partigiani e malgari. Diversa la questione di Sant'Anna, dove le più recenti azioni giudiziarie hanno dimostrato la premeditazione della strage (560 vittime), progettata e compiuta con la finalità di terrorizzare la popolazione e inibire ogni possibile sostegno alle bande partigiane operanti nella zona. Due diverse situazioni, pertanto, ma un unico comune denominatore: la barbarie nazifascista.

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