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Accesso alla contraccezione, l'Italia tra i peggiori d'Europa ma il Trentino Alto Adige è al 5° posto nella classifica regionale

E' stato stilato da Aidos un report sull'accesso e la diffusione della contraccezione in Europa e in Italia (regione per regione). Scarsa informazione, costi elevati, obiezione di coscienza, scarsi finanziamenti pubblici. Sono sei le regioni che garantiscono l'accesso gratuito ai contraccettivi. Nonostante questo sono ancora tanti (troppi) i giovani e le giovani che sottostimano il problema

Di Arianna Viesi - 01 marzo 2020 - 23:28

TRENTO. L'Italia occupa il 26° posto (su 45 Paesi europei presi in esame) per l'accesso alla e la diffusione della contraccezione. Un dato molto lontano da paesi come Gran Bretagna, Spagna o Francia e più vicino ai valori di Turchia e Ucraina. E' quanto emerge dal report stilato da Aidos - Associazione italiana donne per lo sviluppo che, da sempre, è impegnata a costruire, difendere e promuovere la dignità e la libertà di scelta di donne e ragazze.

 

La ricerca nasce dalla collaborazione tra Aidos e l'annuale Contraception Atlas (Atlante della contraccezione) di European Parliamentary Forum for Sexual & Reproductive Rights. Nella speciale classifica europea l'Italia arranca: pesano la mancanza di un sito internet istituzionale dedicato ad una corretta informazione sulla contraccezione e la quasi totale assenza di politiche di rimborso per l'acquisto di contraccettivi. 

 

L'accesso alla contraccezione dovrebbe (il condizionale, qui, pare d'obbligo) rientrare tra i fondamentali diritti alla salute. Dovrebbe, appunto, perché il nostro è un Paese fatto di condizionali. Basti pensare alla legge 194 del 1978 che ha legalizzato l'aborto volontario: a quarant'anni di distanza gli obiettori di coscienza sono ancora molti, troppi, e l'accesso a questo inalienabile diritto non è semplice, come dovrebbe (QUI ARTICOLO).

 

La salute riproduttiva, d'altronde, coincide con "una vita sessuale soddisfacente e sicura, la possibilità di riprodursi, la libertà di decidere se e quando farlo" (Oms, 1994). Tutto questo passa da un corretto e libero accesso alla contraccezione che, purtroppo, non sempre viene garantito.

 

I dati, raccolti da Aidos, si rifanno soprattutto ai punteggi accumulati dai consultori, servizi territorialmente preposti all'accesso alla contraccezione. Regione dopo regione, emerge così un quadro fatto di preoccupanti lacune ma anche poli d'eccellenza, marcato dalla costante e annosa contrapposizione Nord-Sud

 

"I consultori familiari - si legge nel report-  istituiti nel 1975, sono attualmente depotenziati della teoria, degli approcci e delle politiche che li hanno ideati e resi punti di riferimento; sono infatti scarsamente finanziati e sotto organico, con forti differenze regionali. Non è quindi un caso se l’Italia è agli ultimi posti di varie classifiche europee per la tutela della salute e dei diritti sessuali e riproduttivi, come non lo è che a versare in stato di cattiva salute siano prima di tutto i luoghi delle donne".

 

In Italia, insomma, non è ancora avvenuta quella che l'Istat (nel report del 2017 "La salute riproduttiva della donna") definisce "rivoluzione contraccettiva": una cultura, diffusa e consapevole, della contraccezione. Circa il 60% della popolazione tra i 18 e i 54 anni, nel nostro Paese, usa metodi contraccettivi. Preservativo e pillola, quelli più diffusi. Al terzo posto, però, troviamo il coito interrotto. 

 

Nonostante molto si sia fatto, dagli anni '70, in termini di salute riproduttiva e contraccezione, evidentemente non basta. Gravidanze indesiderate e aborto sono (ancora) considerate "cose da donne". Gravano un'onta e un imperativo alla maternità, socialmente e culturalmente diffusi. Frasi come "Poteva stare attenta" sono sempre declinate al femminile, e al singolare. È così nel sentire comune: è la donna che fa la scelta, è la donna che non è stata attenta.

 

Così per l'aborto, così per la contraccezione. Il problema, si badi bene, non sta nella disponibilità di metodi contraccettivi efficaci e moderni ma nella possibilità di accedervi. La quasi totale assenza di un'educazione sessuale seria e strutturata nelle istituzioni scolastiche fa il resto. Si fa fatica ad accedere ai contraccettivi: perché l'informazione rispetto al tema è spesso insufficiente o lacunosa, perché costano, perché l'obiezione di coscienza è un ostacolo, perché non esistono (o sono molto scarsi) finanziamenti pubblici per la contraccezione. 

 

Soprattutto ragazzi e ragazze sono lasciati in balia di se stessi. Stando ai dati raccolti dall'Istat, l'85% di loro usa internet come principale fonte d'informazioni esponendosi, in questo modo, a rischi non indifferenti per la propria salute sessuale e riproduttiva. I consultori, enti preposti a tutto questo, non sono abbastanza conosciuti: i ragazzi e le ragazze non li frequentano. Rispetto ai metodi contraccettivi, il 77% usa il preservativo, il 26% il coito interrotto, l’11% il calcolo dei giorni fertili e il 10% non usa alcun metodo.

 

L'accesso ai contraccettivi, e la loro reperibilità, non sono questioni scontate. I contraccettivi costano (si va dai 10/15 euro della scatola di preservativi ai 40 del diaframma fino alla spirale). Anche la contraccezione ormonale costa e, dal 2016, non è più rimborsabile dal sistema sanitario nazionale (si pensi anche a quanto si dovrebbe fare per l'accesso - gratuito - agli assorbenti) e "l’Aifa ha riclassifcato la pillola ormonale in fascia C, quindi completamente a carico delle donne, anche nei casi in cui la si necessiti per terapie mediche".

 

I consultori potrebbero essere, in tal senso, presidi fondamentali e preziosi ma, dalla loro istituzione nel 1975, sono andati - paradossalmente - perdendo potenziale. Quarant'anni fa si contava un consultorio ogni 20.000 abitanti circa, oggi se ne conta uno ogni 40.000 abitanti circa. "A questo si deve aggiungere la riduzione del personale e la perdita della multidisciplinarietà, l’assenza di indicazioni programmatiche a livello regionale e di Aziende Sanitarie Locali (Asl), l’aumento del carico delle attività a fronte di una severa riduzione delle risorse"

 

I consultori potrebbero essere presidi fondamentali (usiamo sempre il condizionale). Spesso lo sono già, fornendo, gratuitamente, contraccettivi. 

 

 

Ad oggi le regioni che hanno deciso di mettere a disposizione gratuitamente i contraccettivi sono sei: Puglia, Emilia Romagna, Piemonte, Toscana, Lombardia, Marche. La prima è stata la Puglia che, dal 2008, distribuisce contraccettivi (anche ormonali) alle ragazze sotto i 24 anni. A seguire l'Emilia Romagna dove, nel 2017, è stato approvato un provvedimento che garantisce accesso gratuito ai contraccettivi alle persone con meno di 26 anni,  e alle donne disoccupate o colpite dalla crisi economica. Nel 2018 in Piemonte è stata presentata una delibera per assicurare contraccettivi a tutte le persone con meno di 26 anni e alle donne disoccupate fino ai 43. Nello stesso anno un provvedimento simile è stato approvato dalla Lombardia: tutte le donne con meno di 24 anni possono ricevere contraccettivi gratuiti nei consultori della regione. Anche la Toscana garantisce questo diritto a giovani sotto i 25 anni e alle donne fino ai 45 dotate dei codici di esenzione. A novembre 2018, il Consiglio regionale delle Marche ha approvato all’unanimità la mozione sulla distribuzione gratuita di contraccettivi nei consultori pubblici a ragazzi e ragazze di età inferiore ai 26 anni, ma anche alle donne tra i 26 e i 45 anni in casi di post intervento per interruzione di gravidanza e a quelle disoccupate o lavoratrici colpite dalla crisi.

 

Aidos ha stilato un quadro del nostro Paese basandosi su due macro criteri:

1. "l'accesso alle informazioni e alla promozione di una contraccezione consapevole"

2. "l'accesso ai metodi contraccettivi"

 

Gli indici finali sono dati, regione per regione, dalla somma di questi due parametri. Ai primi posti della classifica troviamo Emilia Romagna, Toscana e Puglia (88%, 81% e 72%): in queste regioni, evidentemente, l'accesso alle informazioni sulla contraccezione e ai contraccettivi è garantito e promosso. Sugli ultimi gradini, invece, si piazzano Abruzzo, Molise e Sicilia (con il 41%, 34% e 33%). "Guardando solo alla popolazione giovanile (meno di 24 anni), nelle regioni del Sud e delle Isole si concentra il maggior numero di nascite da madri minorenni (lo 0,6% contro lo 0,1% del Centro-Nord) e di coloro che dichiarano di non utilizzare alcuna protezione (il 20% a fronte del 10% per cento nel Nord-est)".

 

Il Trentino Alto-Adige, in questa classifica, si ferma al quinto posto con il 65% nell'indice generale: è al 6° posto nell'accesso all'offerta (56%) e al 5° posto nell'accesso all'informazione (81%).

 

 

Bene, certo, ma visti gli esempi di regioni (più) virtuose quali Puglia, Lombardia, Marche, Piemonte, Emilia Romagna e Toscana forse, qualcosa in più, in termini di salute sessuale e diritti delle donne, andrebbe fatto. Garantire, a tutti, libero acceso ad un diritto inalienabile, ad un'informazione corretta e chiara, ad una contraccezione sicura e gratuita è, in fin dei conti, garantire dignità e libertà.

 

 

 

 

 

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