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Assessore e assessora, avvocato e avvocata: "Il maschile indifferenziato è scorretto grammaticalmente e normativamente. Usarlo rallenta il percorso verso la parità di genere"

E' una battaglia importante per il progresso della società anche se molti la ritengono questione di poco conto. La prorettrice dell'Università di Trento spiega perché non si dovrebbe arrestare questo percorso e perché sbaglia (dal punto di vista grammaticale, normativo e culturale) chi insiste (a partire dalla Provincia) con il rappresentare la società solo al maschile

Di Rebecca Franzin - 12 ottobre 2020 - 12:44

TRENTO. Avvocato e avvocata, dottore e dottoressa, maestro e maestra: specificare il genere, se maschile o femminile, dovrebbe essere la prassi. Quella per la rappresentazione linguistica è una battaglia che si combatte da molto tempo e a cui recentemente si è aggiunto un altro interrogativo, se utilizzare o meno l'asterisco in fondo alle parole per non specificare il genere. Se questo però al momento è, secondo la sociolinguista ed ex-collaboratrice della Crusca Vera Gheno, un esperimento "dal valore più identitario/sociale che non linguistico", specificare il genere è una regola grammaticale. 

 

"Utilizzare il maschile per i due generi è scorretto, sia dal punto di vista grammaticale che simbolico - spiega a il Dolomiti Barbara Poggio, Pro rettrice alle politiche di equità e diversità dell'Università di Trento - la lingua italiana ha due generi ed è previsto che si utilizzino: chiamare 'assessore' una donna è un errore grammaticale". E subito alla mente viene la scelta della Giunta Fugatti di riportare indietro le lancette della civiltà e di utilizzare il maschile anche per le assessore (loro stesse insistono nell'errore e hanno imposto alla Pat di comunicare anche nei testi ufficiali senza utilizzare ''assessora'' per definirle ma ''assessore'').

 

Alle recriminazioni di chi sostiene che "avvocata" o "assessora" suoni male, Poggio replica che si tratta di un fatto di abitudine: "Molte parole esistevano al femminile, ma sono cadute in disuso perché i ruoli che identificavano non venivano occupati dalle donne e perciò nella pratica quei termini non venivano mai usati". E così il termine ''maestra'' o ''cuoca'' o ''infermiera'' (i primi lavori considerati ''femminili'' e dai quali è partito il riscatto e il processo di emancipazione della donna in ambito professionale) sono accettati da tutti ma non vengono usati per definire anche il loro corrispettivo maschile. Per quest'ultimo si utilizza, infatti, il termine ''maestro'' o ''cuoco'' o ''infermiere'' e a nessuno verrebbe in mente di usare il femminile indifferenziato per un maschio. Quello dell'utilizzo del maschile indifferenziato, invece, è una consuetudine che in Italia, come nel resto d'Europa, è stata portata alla luce dall'attivismo femminista e da chi si occupa di inclusività e parità di genere.

 

"I giornali si stanno abituando ad usare maschile e femminile e aiutano in questo modo la società ad andare avanti - prosegue Poggio - perché a forza di leggere una parola in un modo o di scriverla, questa entra nella pratica. Non c'è nulla di terribile a riguardo, ma i cambiamenti culturali provocano sempre resistenza perché ci portano ad adottare usi e costumi in qualche modo nuovi anche se perfettamente ragionevoli". Non solo, nel dibattito fra mantenimento del maschile indifferenziato o l'utilizzo dei due generi va anche considerato l’aspetto normativo: "Ci sono svariate direttive a livello internazionale che invitano all’uso di una terminologia neutrale, laddove possibile. In inglese il neutro esiste e quindi il problema non si pone, in italiano no. Questo implica la necessità di prestare una certa attenzione" (e questo lo spiegava a ilDolomiti Stefania Cavagnoli, docente trentina di glottodidattica e linguistica applicata all'Università di Roma Tor Vergata QUI ARTICOLO)

 

Ma non è solo una questione giuridica: utilizzare i due generi ha un'importante valenza simbolica. "Il linguaggio costruisce la realtà - completa la prorettrice - ciò che non viene nominato non esiste nell’immaginario collettivo. Nel momento in cui, per esempio ad un evento pubblico o in un documento ufficiale, si annuncia la presenza di una persona di genere femminile utilizzando un linguaggio maschile, la persona che legge avrà un'aspettativa diversa dalla realtà rispetto a chi effettivamente ricopre quel ruolo". Ed effettivamente se pensiamo che in un programma su una serata venga scritto ''ci sarà l'avvocato Taldeitali'' tutti saranno legittimati ad aspettarsi che arrivi un uomo ma se usiamo il maschile indifferenziato alla fine potrebbe presentarsi una donna. Utilizzando l'italiano nel modo corretto, invece, ''ci sarà l'avvocata Taldeitali'' si eviteranno incomprensioni ed errori strategici.

 

Mantenendo il maschile indifferenziato, inoltre, si frena il processo di raggiungimento della parità di genere, poiché si mantiene la percezione che esistano lavori "da donna" o "da uomo" e questo scoraggia le donne ad intraprendere certe carriere, per esempio quelle in ambito scientifico-tecnologico, contribuendo a mantenere lo status quo. Secondo alcuni non sono queste le cose importanti nelle battaglie per i diritti, ma secondo Poggio "non significa che non si possano fare anche queste cose. Non possiamo costringere la gente a parlare in un certo modo, perché il linguaggio è mobile e vivo: l’unica cosa che possiamo fare è dare delle linee guida e far capire perché è importante seguirle''.

 

E' proprio nello stilare le linee guida per i comunicati ufficiali che le istituzioni possono avere un ruolo nel modificare l'opinione pubblica e le abitudini della gente, ma non è semplice perché, anche se per alcuni non è rilevante, in realtà cambiamenti nel linguaggio vengono incontrati con una certa reticenza. La prorettrice racconta, per esempio, di un piccolo contrattempo avvenuto durante la definizione delle linee guida linguistiche di Ateneo. "Si era soliti scrivere, nelle mail ai docenti, 'egregio professore e gentile professoressa'. Egregio e gentile però hanno significati diversi e quindi abbiamo proposto di utilizzare il termine “gentile” per tutti". I professori, però, inizialmente si sono dimostrati restii. Volevano restare ''egregi'' perché diventare ''gentili'' lo percepivano come una sorta di svilimento della loro posizione. ''Abbiamo allora fatto presente loro che se lo percepivano come uno svilimento, perché accettavano che le loro colleghe venissero chiamate così? Alla fine - conclude Poggio - abbiamo concordato sull’utilizzo universale del termine 'gentile' e questa linea è passata".

 

 

La prorettrice commenta poi la decisione del nuovo sindaco di Trento Ianeselli di introdurre il linguaggio di genere negli atti comunali: "Sono molto contenta della volontà espressa dalla nuova giunta comunale e speriamo che possano prendere spunto anche dalle nostre linee guida di Ateneo per poter elaborare le loro. Spero che possano in questo modo dare un segnale alla Provincia. Mi è dispiaciuto molto che la gestione provinciale abbia sposato una linea che esclude il linguaggio di genere, intanto perché è scorretto grammaticalmente e normativamente, ma poi perché nella gestione precedente si era insistito molto su questo punto, perciò sono stati fatti dei passi indietro". Infine riguardo alla possibilità di introdurre l'asterisco alla fine della parola per non specificare il genere, Poggio commenta: "La lingua è qualcosa che cambia e anzi, è già successo che inserissimo nuovi simboli: ora utilizziamo gli hashtag, trattini, virgolette che non sarebbero previsti dalla lingua italiana. L’utilizzo del maschile/femminile taglia fuori i generi non binari e utilizzando l’asterisco per esempio verrebbero inclusi tutti, ma capisco che questo possa essere ricevuto con rigidità da istituzioni come l’accademia della Crusca, che si preoccupa dell’integrità grammaticale della lingua". 

 

Non esclude però un dialogo con le rappresentanze studentesche, alcune delle quali utilizzano l'asterisco nelle comunicazioni con gli studenti: "Negli anni molte idee sono venute da loro, come l’accordo con Open Move e l’apertura del libretto per gli studenti transgender.  Se gli studenti proponessero di utilizzare l’asterisco invece che indicare il genere, si potrebbe mettere insieme un gruppo di lavoro per discuterne". 

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