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Coronavirus, i cinema di Trento rimandano l'apertura a settembre: ''Non è possibile ricominciare, speriamo di non venir lasciati nel dimenticatoio"

Misurazione della febbre agli spettatori, distanziamento in sala che porta la capienza a un terzo o poco più, mascherine per tutto il tempo del film, sanificazioni in serie, problema bagni, divieto di pop corn, bibite e quant’altro nel cinema di oggi (forse più che in quello di ieri) fa reddito più della pellicola. Lazzeri e Artuso: ''Speriamo di non venir lasciati nel dimenticatoio"

Di Carmine Ragozzino - 19 maggio 2020 - 06:01

TRENTO. "Una poltrona per due": John Landis, quello dei Blues Brothers, anno 1983. Si rideva alla grande. Si è riso in replica un'infinità di volte alle peripezie di Eddy Murphy e Dan Aykroyd. “Una poltrona ogni due”. O forse ogni tre. Anno 2020. Non è il titolo di un film. E' il titolo di un incubo chiamatoprotocollo sanitario”.

 

Il protocollo con il quale lo Stato vincola la riapertura dei cinema a una serie di obblighi che nella stragrande maggioranza dei casi significanosale chiuse, anzi sbarrate”. A metà giugno insomma saranno probabilmente rari come i pentafogli (qualche quadrifoglio si trova), i gestori di sale disposti a riattivare la loro attività dopo uno stop che dura ormai da tre mesi.

 

Di sicuro non si tornerà al cinema a Trento se è vero che sia Lazzeri (Modena, Vittoria e Roma) che Artuso (Astra) cantano nel coro greco di una tragedia che rischia di prolungarsi per chissà quanto ancora. "Alle condizioni di cui siamo stati fino ad ora informati, di ricominciare non se ne parla. Semplicemente, amaramente, non è possibile”.

 

Misurazione della febbre agli spettatori, distanziamento in sala che porta la capienza a un terzo o poco più, mascherine per tutto il tempo del film, sanificazioni in serie, problema bagni, divieto di pop corn, bibite e quant’altro nel cinema di oggi (forse più che in quello di ieri) fa reddito più della pellicola. E queste sono le questioni tecniche. Massimo Lazzeri lo chiama senza giri di parole il “capestro tecnico”. Ma fosse solo questo.

 

Il gestore di Modena, Vittoria e Roma, famiglia e passione storica nell’offerta sul grande schermo, butta sul tavolo anche il carico da quaranta. E lo fa offrendo a chi ascolta la sensazione che chi ha ventilato il via libera ai cinema dal 15 di giugno al cinema ci vada poco. Ne sappia poco, al netto della questione sanitaria.

 

“A giugno – spiega Lazzeri – non c’è mercato delle pellicole che possono attirare il pubblico. Tutto si è fermato a febbraio. Le major americane, se da loro la situazione dovesse migliorare, metteranno in circolazione i film più attesi, Mulan ad esempio, solo tra luglio e agosto".

 

Per gli Usa è il periodo d’oro delle uscite. Per l’Italia quello peggiore. “Ma chi ha scelto come me di stare nel mercato dei grandi titoli, di quelli di cassetta, non può ragionare certo come se quel mercato fosse una variabile indipendente. Se aprissi alle condizioni del protocollo sarei matto: a metà giugno niente film d’attrazione, pubblico da cercare con il lanternino. Meglio stare chiusi e sperare che chi deve aiutare l’economia non ci lasci nel dimenticatoio”.

 

Antonio Artuso, altro pezzo di storia per quanto riguarda il cinema a Trento, è un Paganini ligio al motto. Dunque, non ripete quel che ha già lamentato il collega. Semplicemente lo rafforza, rafforzando anche l’amarezza. “All’Astra a luglio e agosto chiudevo comunque. Ma in ogni caso non c’è nemmeno da discutere. Ho due sale. Alle condizioni del protocollo potrei far sedere 40 spettatori in una e 60 nell’altra. Certo, faccio anche i film d’essai oltre che quelli dei circuiti più grossi. Ma credo che nemmeno il più incallito dei cinefili si vedrebbe due ore di film con la mascherina addosso”. Nemmeno se fosse il vecchio “Suspiria", par di capire.

 

Si è capito, eccome, che non c’è prospettiva a breve termine per il cinema al chiuso. E sentendo due indubitabilmente del mestiere, si capisce anche che il cielo è tutt’altro che blu anche per l’ipotesi di arene cinematografiche estive. Lazzeri e Artuso archiviano come anti-economica ma ancor di più anti-culturale l’idea del Drive In. "Spero – dice Lazzeri – che le istituzioni non perdano ancora tempo su un’ipotesi che non sta in piedi commercialmente, come Agis è stata sonoramente bocciata, e che per di più è un segnale negativo perché annulla la socialità legata a ogni tipo di spettacolo. So che qualche privato l’ha rilanciata per Trento. Se un privato vuol rischiare, affar suo. Se vuol far rischiare l’ente pubblico, Comune o Provincia, è affare di tutta la comunità”.

 

I drive in e anche l’eco versione bike-in sarebbero errori. Diversamente entrambi sono pronti a dare la loro collaborazione, così come il Coordinamento Teatrale Trentino che è già rodato per il cinema alle Crispi, nell’eventualità di potenziare il cinema all’aperto. “Ma anche lì – spiega ancora Lazzeri – sarà utile capire se in provincia si potranno adottare protocolli un po’ meno restrittivi. Altrimenti è davvero complicato”.

 

Non butta bene, e non da oggi, per chi fa lavorare le sale cinematografiche a Trento e in periferia. Il Coordinamento Teatrale Trentino, ad esempio, opera direttamente o indirettamente su decine di sale in tutto il Trentino. I Comuni che serve non avranno gli occhi per piangere nella crisi causata del Covid. È dura immaginarsi che abbiano occhi puntati su cinema e teatro. Non prima di aver guardato a tutti gli altri guai delle loro amministrazioni.

 

Chi potrebbe avere un occhio di riguardo per la funzione sociale di cinema, teatro, cultura è la Provincia. Che però allo stato si è dimostrata tra il miope ed il cieco. Dal gassoso assessore di merito all’intera giunta. Per il cinema, allora, “Non ci resta che piangere”. Ancora a lungo.

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