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Coronavirus, "Prepariamoci a cambiare completamente la nostra vita, non torneremo alla normalità", ecco l'analisi di Lichfield, direttore del magazine Mit

"Tutti noi vogliamo che le cose tornino in fretta alla normalità, ma ciò che molti non hanno ancora realizzato - anche se lo faranno molto presto - è che questo non accadrà in qualche settimana o mese. Alcune cose non torneranno più come prima". Lo studio pubblicato sul Mit Tecnology Review dal direttore Gordon Lichfield basato sulle analisi della diffusione del Covid-19 nel Regno Unito 

Di Lucia Brunello - 23 marzo 2020 - 05:01

TRENTO. "Il mondo è cambiato molte volte, e lo sta facendo di nuovo. Tutti noi ci dovremo adattare a nuovi modi di intrattenere relazioni, lavorare, educare i figli, fare attività fisica e acquisti: non si tratta di una temporanea messa in pausa della vita come la conoscevamo, ma l'inizio di un una completamente diversa", queste le considerazioni finali di Gordon Lichfield, direttore del Mit Technology Review, la rivista del Massachussets Institute of Tecnology, raccolte in un'analisi dal titolo "Non torneremo alla normalità" (We are not going back to normal), basate sugli studi dell'espansione dell'epidemia del covid-19 nel Regno Unito dell'Imperial College di Londra.

 

Una prospettiva che spaventa ma che anche noi italiani, giorno dopo giorno, stiamo accettando sempre più. Il 3 aprile, che doveva rappresentare la data di ritorno alla normalità, con la riapertura di negozi, musei, luoghi pubblici e, soprattutto, le porte di casa nostra, abbiamo capito sarà solo una delle tante tappe che dovremo affrontare. "Tutti noi vogliamo che le cose tornino in fretta alla normalità, ma ciò che molti non hanno ancora realizzato - anche se lo faranno molto presto - è che le cose non torneranno come prima in qualche settimana o mese. Molte di queste non lo faranno mai", spiega Lichifield.

 

In tutto il mondo si è capito dell'importanza di prendere le giuste precauzioni per "ammorbidire la curva", ossia imporre la distanza fisica tra persone in modo da rallentare la diffusione del virus cosicché il numero di pazienti contemporaneamente assistiti non porti al collasso dell'assistenza sanitaria degli ospedali, minaccia che nel nostro paese è avvertita ancora come ben presente.

 

"Questo significa - continua il direttore - che la pandemia finirà quando abbastanza persone avranno contratto il virus da svilupparne l'immunità, o venga creato un vaccino". Il team di epidemiologi dell’Imperial College di Londra, guidato da Neil Ferguson, ha simulato l’evoluzione dell’epidemia nel Regno Unito in diversi scenari, ognuno caratterizzato da diverse misure di contrasto. Gli esperti stimano che strategie “leggere”, come quella inizialmente ipotizzata da Stati Uniti e Regno Unito, (basata solo sull'isolamento dei casi positivi e sospetti, e la successiva messa in quarantena dei loro parenti e persone con cui erano entrati in contratto, oltre a quella di anziani, immunodepressi e pazienti cronici) potrebbero dimezzare i decessi e ridurre di 2/3 il flusso di malati nei reparti di terapia intensiva. 

 

Strategia con potenzialità ma che vedrebbe comunque altissimo il numero di decessi, portando ugualmente al un collasso del sistema sanitario. Per questo l’unica soluzione riconosciuta come valida per arginare l’epidemia è il "distanziamento sociale", che i ricercatori definiscono come "la riduzione del 75% di contatti con l'esterno di famiglie, scuole e luoghi di lavoro". Strategia che in Cina, come si è visto in questi giorni, ha funzionato.

 

"Il problema è che tali misure dovrebbero restare in vigore finché non sarà disponibile un vaccino che, secondo le previsioni, richiederà almeno 18 mesi prima di essere disponibile, sempre ammesso che possa funzionare", continua Lichfield.

 

Una tempistica difficile da accettare, e che per questo fa sorgere spontanea la domanda: e se per un periodo limitato, per esempio di cinque mesi, si imponessero restrizioni molto rigide? Purtroppo questo non risolverebbe il problema: "Nel momento in cui si allentassero di nuovo le restrizioni, la pandemia rischierebbe di diffondersi nuovamente. La grande problematica è che, in questo caso, l'emergenza avverrebbe in inverno, già di per sé un momento in cui gli ospedali sono oberati di lavoro. Insomma, tutto questo porterebbe a costi altissimi, sia in termini umani che economici".


"Non si può contemplare una soluzione come efficace, senza ripensare totalmente le interazioni sociali, cambiare radicalmente stile di vita e, nei limiti del possibile, l’organizzazione dei processi produttivi". Vedremo il diffondersi di nuovi servizi già largamente adottati in questa nuova "shut-in economy", ossia l'economia i cui ingranaggi riescono a girare nonostante l'isolamento obbligatorio. Si potrebbe anche guardare al lato positivo, e pensare che molte delle abitudini che dovranno per forza cambiare porteranno a meno spostamenti e quindi una riduzione dei combustibili fossili e dell'inquinamento, con più passeggiate e giri in bicicletta, e una totale rivalutazione dell'importanza delle piccole attività e filiere locali.

 

"Probabilmente i compromessi che troveremo per mantenere una certa vita sociale saranno un po' strani. Forse i cinema dovranno eliminare metà dei posti presenti nelle sale, i meeting di lavoro si svolgeranno in stanzemolto più grandi, e le palestre prevederanno che si prenoti l'orario dell'attività in modo da evitare un eccessivo affollamento".

 

Il futuro è incerto, ma potremmo già ora immaginare alcune delle misure che verranno adottate. Tra queste di sicuro il monitoraggio della temperatura corporea di ogni persona prima di entrare in luoghi e trasporti pubblici. "Se i night club chiedono un documento che provi la maggiore età, in futuro potrebbero chiedere un certificato che assicuri l'immunità della persona, dimostrando che sei già stato curato dal virus o hai fatto il vaccino", continua il direttore.

 

In conclusione, Lichfield decide di condividere un importante punto e riflessione: "Come sempre, il vero costo lo pagheranno i poveri e i più deboli. Le persone che hanno minore accesso ad un'assistenza sanitaria, o che vivono in zone più inclini al diffondersi di malattie, saranno private di opportunità che invece rimarranno aperte a molti altri. Tanti liberi professionisti vedranno il loro mestiere diventare sempre più precario. Immigrati, rifugiati, richiedenti d'asilo ed ex detenuti dovranno affrontare ancora più ostacoli per ottenere un riconoscimento nella società".

 

Durante queste giornate e questo prossimo periodo, alcuni perderanno più di altri, mentre c'è già chi ha perso fin troppo. "Ciò che possiamo sperare, è che la profondità di questa crisi possa spingere tutti i paesi del mondo a scegliere di impegnarsi nell'eliminazione di qualunque disuguaglianza sociale".

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